Imparare a nascere

di Fabiola Falappa*

L’intera esistenza può essere colta come un tendenziale cammino di possibile nascita radicale sino alla compiuta identità della persona? L’autrice tenta di delineare qui le ragioni che permettono di compiere una tale rivoluzione percettiva.

Parole chiave: Nascere, Metanoia, Ricerca, Mistero, Apertura

 

Con la scrittura di queste righe nasce PhiloBlog: una realtà nuova, desiderata e totalmente imprevedibile nei suoi sviluppi ed esiti, proprio come specifico del futuro di ogni neo-nato e neo-nata! In questa prospettiva, la nascita del blog risuona in me come un’occasione e quasi un invito a ripensare alle numerose nascite che caratterizzano l’esistenza di ogni essere umano e anche la mia, il cui anniversario cadrà, secondo un chiasmo fortunato, proprio il giorno di uscita di questo primo Tema all’interno del blog!

Ripercorrendo, dunque, le mie nascite anche filosofiche ricordo vivamente lo stupore, dopo gli studi hegeliani approfonditi per il mio lavoro di tesi, legato alla scoperta del pensiero di María Zambrano, in modo specifico proprio in riferimento a questo tema: «l’uomo è una creatura in continua gestazione» (Persona e democrazia. La storia sacrificale, Bruno Mondadori, Milano 2000, p. 131). Partendo da un’intuizione di fondo della filosofa spagnola, intendo qui delineare la prospettiva che considera l’intera esistenza come un possibile e tendenziale cammino di nascita sino alla compiuta identità della persona umana. Così la filosofia della nascita entra in un dinamismo diverso, approfondisce la storia delle singole vite nella tensione tra la tendenza a compiersi e tutti i pericoli a cui essa è esposta, un dinamismo ontologico essenziale del soggetto umano, che è quello non solo di una generica incompiutezza, ma del possibile nascere ulteriormente, del tendere a una nascita radicale per cui il compimento dell’identità umana è futuro e non già avvenuto nel passato o con la nascita biologica.

Per mostrare la legittimità e anche l’efficacia ermeneutica di questa prospettiva mi sembra necessario, in primo luogo, accompagnare la riflessione ricorrente e più comune sulla condizione umana sino all’idea della nascita intesa non più come episodio iniziale della vita e in sé concluso con l’uscita dal corpo materno. L’opinione comune e ricorrente, in effetti, non può che vedere la parabola dell’esistenza nel suo consumarsi dalla nascita, conclusa all’inizio della vita, sino al crescere, invecchiare (nei casi più fortunati) e morire. Da questo punto di vista si nasce all’inizio, frettolosamente, dopo di che si muore poco alla volta, giorno per giorno, fino al decesso. Finché la percezione dell’esistenza è questa, parlare dell’esistenza come nascita permanente ed eventualmente compiuta è qualcosa di non credibile e non riscontrabile. La rivoluzione percettiva che porta a leggere l’esistenza intera come nascita è profonda e ardua. Sul piano dell’esperienza biografica di ognuno, probabilmente tale cambiamento di sguardo può darsi allorché c’è un evento di risveglio, di conversione, di rigenerazione nel centro della vita. Perciò di una simile possibilità non si può convincere qualcuno a parole, se non ha conosciuto un’esperienza del genere. Ma, intanto, sul piano della riflessione è possibile e doveroso portare alcuni argomenti fondamentali, che almeno spingono il pensiero a verificare se sia così vera e lucida la percezione della vita come un morire che, infine, ci conduce inesorabilmente al nulla. 

Le ragioni principali di una simile metanoia esistenziale e antropologica, ma anche metafisica, che cerco di riassumere brevemente, sono le seguenti: in primo luogo richiamo l’argomento dell’apertura strutturale del nostro essere. Ognuno di noi incontra, e già è in se stesso, una sproporzione tra essere e valore. I fatti sembrano farci tendere inarrestabilmente alla fine, i valori sanno di eternità, hanno un respiro infinito, ci chiedono di assumere un modo di rispondere alla vita che sia all’altezza di questa sovrabbondanza. L’essere umano è più dei fatti, è un’apertura, una domanda permanente, una vivente tensione al futuro e infatti tende a portarsi oltre ogni dato immediato. Irriducibilità e apertura, in noi, incontrano molte sconfitte, ma nessuna di esse riesce a soffocare questa tensione radicale, nessuna riesce a mostrarla semplicemente illusoria e falsa. Allora irriducibilità e apertura non vanno liquidate, vanno interpretate come testimonianze di una verità dell’esistenza che non coincide con i suoi limiti.

In secondo luogo preciso l’argomento per cui il fatto reale della morte è percepito e conosciuto da tutti ovviamente come un insondabile mistero, ma ciò che vorrei introdurre è la possibilità di coglierlo come una soglia, che non preclude qualsiasi altra esperienza e che ci porta su un altro piano, trasfigurando la nostra esistenza precedente. Occorre quindi ascoltare il mistero senza risolverlo o eluderlo. È un primo passo per non rinunciare a capire. Ogni mistero essenziale della condizione terrestre non è semplicemente un muro invalicabile, è una realtà in relazione con noi. Nel continuare a cercare si dovrebbe considerare che il mistero non è una negazione o una vanificazione dell’esistenza, oltre che della conoscenza, non deriva dal fallimento di un nostro potere, non decreta che la vita sia invano. Il mistero si sperimenta come limite. Tuttavia il limite è anche un varco, il passaggio inatteso a un grado di realtà prima inaccessibile. Persino di fronte alla morte di altri, di qualcuno che amiamo, anziché provare disperazione angosciosa e cercare rifugio nell’oblio, non è impossibile sentire dal fondo del dolore, e senza che esso ci sia risparmiato, che l’altro non è stato annullato, che non è destinato a dissolversi in noi e che la relazione non può essere spezzata neppure dalla morte.

In terzo luogo esplicito l’argomento delle esperienze di rinascita, che pure possiamo avere nel corso della vita. Ci sono eventi di guarigione, processi di riconciliazione, svolte fatte di perdono e misericordia, percorsi di scoperta, risveglio e apprendimento, aperture inattese di nuove opportunità, processi di liberazione nei quali constatiamo che, se anche si invecchia e si muore, nondimeno ci è dato talvolta di rinascere in qualche modo. Dove sperimentiamo che la rinascita riguarda una svolta essenziale per noi e non è solo un’espressione metaforica. Ebbene, le esperienze di rinascita sono un’indiretta conferma del dato per cui l’esistenza non viaggia su un binario morto e obbligato, giacché anzi può prendere vie inedite e cariche di futuro qualitativo, intensivo, cioè capace di una vita nuova nel suo valore e nelle sue forme.

In ultimo luogo propongo l’argomento del riscontro della congruenza del nascere come chiave di rispecchiamento delle dinamiche fondamentali dell’esistenza. In sintesi, nascere significa essenzialmente passare un confine con tutto il proprio essere in modo che esso ne sia trasformato e approdi a una identità nuova. Se il nascere è questo, allora si può precisare che tale dinamismo di fondo si sviluppa, quando può dispiegarsi, in una serie di trasformazioni distinte ma correlate, il cui insieme configura la nascita radicale della persona. Penso innanzitutto al passaggio dallo stato di dispersione, scissione, contraddizione con sé, alla condizione di armonia tra tutti i nuclei dell’essere personale. Mi riferisco poi al passaggio che segna la completa ridefinizione del nostro modo di avere contatto e conoscenza con la realtà e anche con la verità. Se chi sperimenta tale svolta ha coraggio di assumerla con l’azione e lo stile di vita, allora ha luogo anche quel passaggio ulteriore che è indicabile come l’inveramento della persona, la maturazione della sua identità compiuta. Il passaggio ricapitolativo di queste correnti di trasformazione profonda delle persone, nell’approdo a un’identità nuova e più vera della precedente, porta non a una sorta di perfezione estetica del singolo, bensì a una comunione effettiva con gli altri. La nascita non è fine a se stessa, ma è l’accesso a una realtà comunionale di bene già implicata nel dato per cui ciascuno di noi è in qualche misura responsabile di favorire o di ostacolare la nascita di altri.

Arriviamo dunque a un punto di sintesi circa la giustificazione dell’idea, apparentemente poco attendibile, secondo la quale l’esistenza umana è un cammino di possibile nascita radicale. Questa visione è estranea all’idealizzazione dell’umano e al trionfalismo. Nascere è comunque una possibilità fragile, esposta a interruzioni, deviazioni e fallimenti, ineludibilmente implicata con la sofferenza. Occorre anzi ricordare la facilità con cui succede che si cada nell’equivoco di inseguire un’identità che non è la nostra, o reagire con la fuga e il rifiuto dinanzi al patire implicato in questo viaggio. L’equivoco, come sottolinea Zambrano, è un autentico delirare, un passare il confine della verità che ci riguarda, un errare che preclude il compimento della vita. La fuga e il rifiuto sono invece un disnascere, un disfare la nostra nascita iniziale, restando sospesi e irrisolti (L’uomo e il divino, Edizioni Lavoro, Roma 2001, pp. 23 e 95). Il movimento del nascere accade sempre per attrazione, non per mera autodeterminazione, cosicché esso ha lo statuto di una risposta, di una libera corrispondenza, di un affidamento rivolto alla realtà che attrae il nascituro. Ciò muta completamente le coordinate dell’antropologia filosofica, soprattutto se si considera la visione dell’uomo prevalente nell’età moderna in Occidente: all’uomo che si fa da sé, e che ripone in ciò il suo orgoglio e la sua dignità, subentra la realtà, più creaturale e non mitologica, di un essere fragile, vulnerabile, incompiuto, eppure capace di maturare in sé una forma di vita inedita, originale, cui la sua libertà concorre effettivamente ma nella relazione con un’alterità maieutica, non senza o al di fuori delle relazioni.

 

* Fabiola Falappa è Ricercatrice di Filosofia Teoretica (Rtd-B) e docente di Ermeneutica filosofica e Metodologie di filosofia teoretica. https://docenti.unimc.it/fabiola.falappa.

 

 

 

 

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