Possiamo ancora dirci pensanti?

 di Paolo Godani*

Perché e con quali conseguenze gli uomini del Seicento credevano che gli esseri umani fossero definiti dal loro essere pensanti, mentre noi tendiamo piuttosto a credere che siano definiti dal loro essere dei viventi?

Parole-chiave: corpo, pensiero, vita, Rembrandt, Sebald



«Con l'autodegradazione dell'uomo a corpus la natura si vendica perché l'uomo l'ha degradata a oggetto del dominio, a materia prima» (M. Horkheimer – T. W. Adorno).


Se osserviamo con qualche attenzione la Lezione di anatomia del dottor Nicolaes Tulp, dipinta da Rembrandt nel 1632, una cosa salta immediatamente agli occhi: il fatto che nessuno dei protagonisti del quadro rivolge lo sguardo dove lo rivolgeremmo noi. Nessuno insomma guarda il cadavere che il dottor Tulp sta dissezionando.

Potrebbe non essere un dato insignificante. Anzi, forse proprio questa differenza di sguardi potrebbe dirci qualcosa di interessante su come siamo cambiati, e non necessariamente in meglio, dal Seicento a oggi.

 

Ma proviamo, intanto, a guardare più da vicino il quadro.

Il chirurgo è intento a mostrare il funzionamento dei tendini del braccio sinistro di un povero malcapitato (che pare si chiamasse Adrian e che, condannato all'impiccagione per non so quale reato commesso, era stato giustiziato probabilmente solo poche ore prima).

Ma gli spettatori non guardano né il corpo disteso sul tavolo di legno, né tantomeno il suo avambraccio inciso. Verso che cosa guardano tutti, in maniera insistente? Ebbene, verso un oggetto piuttosto grande, situato in basso a destra del quadro e lasciato in penombra.

Aperto di fronte agli astanti, ai piedi del cadavere, sta un atlante di anatomia che con tutta probabilità è uno dei volumi del De humani corporis fabrica, pubblicato nel 1543 dal medico fiammingo Andreas van Wesel, da noi più noto come Andrea Vesalio.

Ebbene, gli spettatori fissano l'atlante anatomico perché è lì che trovano ciò che cercano: la struttura del corpo umano (e nella fattispecie l'organizzazione dell'avambraccio sinistro di un essere umano).

Il cadavere, invece, li interessa solo in quanto caso concreto della struttura del corpo umano in generale. E questo significa che, per loro, l'essenziale non sta nell'esempio effettivo, presente – è il caso di dirlo – in carne e ossa, bensì in quella «cartografia» che rappresenta l'ordine chiaro e distinto delle cose.

 

Per noi, questa situazione non è soltanto curiosa. Possiamo addirittura interpretarla come il sintomo esplicito di una vera e propria rimozione. Siamo portati a immaginare che forse coloro che seguivano la lezione del dottor Tulp fossero terrorizzati dalla vista del cadavere e per questo abbiano distolto lo sguardo, allontanandolo da quell'oggetto in decomposizione. E che lo abbiano fatto forse per il disgusto o forse perché il cadavere ricorda loro, naturalmente, quale sia il destino di ognuno. In ogni caso, hanno distolto lo sguardo per rivolgerlo alla pagina liscia e pulita del libro, verso un sapere che può farci dimenticare il nostro destino mortale. Disgusto, terrore, rimozione. Sono questi i sentimenti o gli atti che crediamo di poter decifrare nel comportamento degli spettatori del dottor Tulp, perché sono questi i sentimenti o gli atti che noi stessi proviamo in una situazione analoga.

A testimonianza di questo, vorrei citare un grande scrittore contemporaneo, Winfried Sebald, che, nelle prime pagine di un romanzo dal titolo Gli anelli di Saturno (tradotto da Ida Vigliani per Adelphi nel 2010), ha commentato questo dipinto di Rembrandt.

Sull'atlante anatomico, dice Sebald, «la raccapricciante fisicità [del cadavere è] ridotta a un diagramma, a uno schema dell'uomo, come quello che aveva in mente l'appassionato dilettante di anatomia, René Descartes, probabilmente anche lui tra gli spettatori» (Gli anelli di Saturno, p. 26).

Il diagramma e lo schema – lascia intendere Sebald – sono mere astrazioni, mentre il reale nella sua concretezza sta nella «raccapricciante fisicità» del cadavere.

Per noi le cose stanno certamente in questo modo. Siamo portati a credere che il reale si identifichi con la carne e il sangue, con quanto di più concreto e materiale si possa dare. Ma per gli uomini dell'età di Rembrandt e di Cartesio le cose stavano quasi all'opposto. Per loro, per la loro cultura, è il cosiddetto «astratto» a presentarsi come il vero reale, perché esso soltanto ci fornisce una visione chiara e distinta delle cose, laddove invece il concreto non è che il regno della confusione. Solo l'astratto consente di vedere le cose nella loro essenza, laddove nel concreto l'esattezza dell'essenza viene, per così dire, annebbiata da una serie di «circostanze» per lo più fortuite e inessenziali.

Come ricorda ancora Sebald, Cartesio insegnava che «occorre distogliere lo sguardo dalla carne, in quanto incomprensibile, e rivolgerlo alla macchina, già installata in noi, ovvero a ciò che si può senz'altro comprendere» (ibidem). E la macchina non è nient'altro che lo schema corporeo, il diagramma astratto disegnato su un atlante anatomico: una sorta di figura geometrica che rende ragione del funzionamento del corpo meglio di quanto non possa fare la concreta presenza di un organismo.

 

Che cosa significa tutto questo? Che cosa ci insegna la differenza di sguardi tra noi e gli spettatori di Rembrandt?

Forse, per dirlo in maniera molto franca, ci insegna che mentre gli uomini del Seicento credevano che gli esseri umani fossero definiti dal loro essere pensanti, noi tendiamo piuttosto a credere che gli esseri umani siano definiti piuttosto dal loro essere dei viventi (che come tali sono destinati alla morte).

Poco importa che, con Descartes o Pascal, ci si considerasse sostanze o canne pensanti, l'essenziale risiedeva nell'attributo.

Certo, anche a quel tempo nessuno ignorava di avere un corpo, tanto che un altro dei grandi pensatori dell'epoca, Spinoza, mentre riduceva la nostra natura particolare a maniera d'essere di un'unica sostanza, arrivava a fare del corpo uno dei modi dell'essenza umana, al pari della mente.

Ma in ogni caso erano il pensiero e la conoscenza a fare la nostra nobiltà.

E la ragione per cui si riteneva che fosse il pensiero a costituire la nostra natura è che il pensiero veniva considerato non come un prodotto dell'essere umano (o più precisamente del suo cervello, come supponiamo noi), ma come un attributo della natura in generale.

Questo non significa, evidentemente, che gli uomini del Seicento fossero «animisti», ma significa che consideravano la natura come un tutto ordinato, organizzato secondo leggi determinate. E consideravano gli esseri umani come una parte di questo tutto.

 

Se per noi le cose non stanno più in questo modo, se abbiamo smesso di considerarci degli esseri pensanti e abbiamo iniziato a credere che la nostra essenza risieda nell'essere viventi, è perché non crediamo più nel grande ordine della natura.

Crediamo piuttosto che il regno della natura sia fondamentalmente caotico, contingente, casuale. Crediamo che tutte le cose (dai microrganismi alle stelle) nascano e muoiano come ci pare nascano e muoiano gli esseri umani: venendo dal nulla nel quale «giacevano» prima di nascere ed essendo destinati di nuovo al nulla in cui torneranno dopo la loro fine.

Così, la natura non ci si presenta più come un grande corpo pieno, fondamentalmente statico, eternamente fedele alle proprie leggi, ma come una sorta di arcipelago alla deriva, nel quale gli esseri fanno la loro effimera apparizione qua e là, come isole perdute nell'oceano desolato e silenzioso del nulla.

 

Non è detto che questa nostra immagine del mondo sia più vera della precedente, né è certo che sia per noi senza conseguenze – è a questo che alludono Horkheimer e Adorno in esergo – considerarci meri corpi viventi invece che esseri pensanti.

 

 

Paolo Godani insegna Estetica all'Università di Macerata https://docenti.unimc.it/paolo.godani . È autore tra l'altro di Traits. Une métaphysique du singulier, PUF 2020; Il corpo e il cosmo. Per una archeologia della persona, Neri Pozza 2021.

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