di Michele Paolini Paoletti*
I relazionisti pensano che nella realtà vi siano soltanto relazioni. Perché? E soprattutto: hanno ragione?
Parole chiave: relazioni; ontologia; realtà; fisica quantistica; strutture
Jannik Sinner è un abile tennista italiano. Secondo una concezione della realtà molto vicina al senso comune, Jannik Sinner è un oggetto - o meglio, una sostanza prima. E, in quanto oggetto, Jannik Sinner possiede diverse proprietà: essere un tennista; essere abile; avere i capelli rossi; etc. Inoltre, Jannik Sinner intrattiene alcune relazioni con altre sostanze prime (o altre entità del mondo): è nato in Alto Adige; ha vinto la Coppa Davis nel 2023; è stato sconfitto da Novak Djokovic (in una certa occasione); ha sconfitto Novak Djokovic (in un’altra occasione); etc. In effetti, secondo tale concezione della realtà, esistono almeno tre tipi di entità: oggetti (o sostanze prime), proprietà (cioè caratteristiche possedute da singoli oggetti, ad esempio essere un tennista) e relazioni. Le relazioni coinvolgono sempre più di una entità. Per Sinner, ad esempio, essere stato sconfitto da Novak Djokovic coinvolge sia Sinner che Djokovic.
Per la concezione relazionista della realtà, invece, non esistono oggetti e proprietà. Esistono soltanto relazioni. O, in alternativa, la natura di ogni oggetto e di ogni proprietà è interamente ‘fatta di’ relazioni. O, in alternativa, le relazioni sono le uniche entità fondamentali, cioè le uniche entità di cui avremmo bisogno per spiegare l’esistenza di ogni altra entità e l’accadere di ogni fatto. Pertanto, la proprietà di essere un tennista non esiste. O è interamente ‘fatta di’ relazioni. O la sua esistenza e il suo essere posseduta da determinati oggetti (e non da altri) sono spiegabili unicamente a partire da certe relazioni.
Perché si dovrebbe accettare la concezione relazionista, che è piuttosto controintuitiva? Alcuni argomenti a favore del relazionismo sono inferenze alla miglior spiegazione. Cioè: si prende un certo dato riguardante una certa entità (ad esempio, la proprietà di essere un tennista). E si mostra come la miglior spiegazione di quel dato sia la concezione relazionista. Da questo si conclude che la concezione relazionista è veritiera.
Prendiamo ad esempio la sostanza prima Jannik Sinner. Chi è - e cos’è - Jannik Sinner? Sinner è un certo essere umano. Dunque, per comprendere la natura di Jannik Sinner, abbiamo bisogno di comprendere la natura della specie umana e di comprendere cosa renda Jannik Sinner quel preciso essere umano, e non un altro. Bene. La natura della specie umana è definita dalla sua posizione nella storia evolutiva del Pianeta Terra: si tratta della specie che discende da questa-e-quest’altra specie, che discende da questa-e-quest’altra specie, etc. In alternativa, la natura della specie umana può essere definita a partire da alcune caratteristiche tipiche degli esseri umani e/o da alcuni poteri causali che gli esseri umani possiedono. Gli umani, ad esempio, sono gli unici animali razionali, e pertanto possiedono certi poteri causali connessi alla loro animalità e certi altri poteri causali connessi alla loro razionalità. Dunque, la specie umana è costituita da certe caratteristiche e da certi poteri causali. Indaghiamo la natura di tali caratteristiche. E consideriamo la caratteristica dell’animalità. La natura dell’animalità, a propria volta, è ‘fatta di’ altre caratteristiche (essere un vivente, ad esempio) - e di altri poteri causali. E queste altre caratteristiche saranno per natura ‘fatte di’ altre caratteristiche. E così via, finché non avremo raggiunto qualche caratteristica unicamente ‘fatta di’ sé stessa, ma talmente vuota da non poter spiegare nulla (la caratteristica di essere una caratteristica?).
Torniamo a Jannik Sinner. Cosa lo rende questo preciso essere umano? Il suo corredo genetico? In tal caso, si ritiene che Jannik Sinner, per sua natura, sia costituito da un certo corredo genetico. Inoltre, il corredo genetico di Jannik Sinner è prodotto dai suoi genitori. Dunque, per sua natura, Jannik Sinner è prodotto, cioè causato dai propri genitori.
Discendere da…, essere costituito di…, essere causati da… sono tutte relazioni. In ultima analisi, la natura di Jannik Sinner può essere compresa soltanto a partire da certe relazioni. E la miglior spiegazione di questo dato è il relazionismo: Jannik Sinner non esiste, esistono solo relazioni. O la natura di Jannik Sinner è soltanto ‘fatta di’ relazioni. O le relazioni sono le uniche cose di cui abbiamo bisogno per spiegare l’esistenza di Jannik Sinner e tutti i fatti che lo riguardano.
Simili argomenti potrebbero essere costruiti con i dati riguardanti altri tipi di entità. Ad esempio, le qualità delle sostanze prime: il colore di ogni oggetto sembra possedere una natura relazionale, perché dipende dalla riflessione e dalla rifrazione della luce rispetto a quell’oggetto e, poi, dall’interazione con l’occhio umano. I numeri - e dunque i valori di ogni quantità naturale - sembrano possedere una natura relazionale: ogni numero è ‘fatto di’ precise relazioni con altri numeri (maggiore, minore, etc.). Le leggi che dominano la realtà ‘parlano di’ interazioni tra quantità naturali variabili, es. forza, massa e accelerazione. E tali quantità naturali variabili sono ciò che sono proprio perché si trovano in certe relazioni con certe altre quantità.
Anche a livello subatomico la realtà sembra possedere una natura relazionale. Nel suo recente Helgoland (Adelphi, 2020), ad esempio, il fisico Carlo Rovelli illustra una concezione relazionista della fisica quantistica. Secondo tale concezione, ogni entità quantistica sarebbe identica ad una qualche interazione. A livello quantistico - e probabilmente a livello generale - la realtà sarebbe unicamente ‘fatta di’ relazioni. E le proprietà possedute da qualsiasi oggetto sarebbero il frutto di interazioni tra quell’oggetto e altri oggetti (nello specifico, si richiederebbero almeno altri due oggetti per ogni proprietà, come spiega Rovelli).
Ancora una volta, la concezione relazionista sembrerebbe essere la miglior spiegazione possibile di questi dati. Ma si tratta davvero della miglior spiegazione?
Un primo problema del relazionismo è il suo contrasto con la concezione della realtà di senso comune di cui abbiamo parlato nelle prime righe. Possiamo rigettare quella concezione, certo. Ma perché dovremmo farlo? E perché, se le cose stanno davvero come dicono i relazionisti, a noi appaiono diversamente? Perché non conosciamo direttamente le relazioni che costituiscono tutta la realtà e che costituiscono noi stessi, senza doverci ingannare ammettendo anche oggetti e proprietà?
Nel relazionismo si nascondono problemi ancora più seri. Ammettiamo pure che Jannik Sinner sia costituito, per propria natura, da una certa relazione causale con suo padre e sua madre. Suo padre e sua madre, a loro volta, sono costituiti da una certa relazione causale con i loro genitori, i quali sono costituiti da una certa relazione causale con i loro genitori, e così via. Risaliamo pure ai progenitori che appartengono ad altre specie naturali. In questo modo, si spalancano le porte ad un potenziale regresso all’infinito: la natura di Sinner sarebbe spiegata da quella dei suoi genitori, che sarebbe poi spiegata dalla natura dei loro genitori, e così via. Potenzialmente, per spiegare la natura di Jannik Sinner, dovremmo risalire al primo evento nella storia dell’universo! Ma anche in questo caso, il primo evento dovrebbe essere spiegato da qualche evento precedente…
Per fermare questo regresso, occorre riconoscere che, ad un certo punto di questa “catena”, c’è qualche entità che non ha una natura relazionale (il primo evento nella storia dell’universo?). Ma questo implica il fallimento del progetto del relazionista. Il relazionismo, infatti, non si applicherebbe più alle entità fondamentali, cioè a quelle che spiegano tutte le altre (come il primo evento in questione).
In alternativa, occorre riconoscere che la natura di Jannik Sinner - così come di ogni entità dell’universo - è determinata dall’universo intero. Ma cos’è l’universo intero? Se si tratta di una fitta rete di relazioni tra le sue parti (gli oggetti che conosciamo e/o quelli della fisica quantistica), ecco che allora si ripresenta il problema di concepire la natura relazionale di tali parti, con un potenziale regresso all’infinito. Viceversa, se l’universo intero non ha natura relazionale, allora ancora una volta il progetto del relazionista fallisce.
Un altro problema delle inferenze alla miglior spiegazione del relazionista è di natura conoscitiva. Il fatto che noi conosciamo Jannik Sinner grazie alle relazioni che intrattiene con altre entità non implica che la natura di Sinner sia ‘fatta di’ relazioni. Né implica che la natura di Sinner sia ‘fatta di’ relazioni e soltanto di relazioni. Del resto, per conoscere le relazioni di cui è fatto un oggetto, spesso abbiamo bisogno di chiamare in causa altri oggetti e le loro proprietà. Ad esempio, per conoscere la natura di Sinner, non basta che conosciamo la relazione di essere figlio di… Occorre anche che conosciamo gli altri relata di questa relazione, e cioè suo padre e sua madre.
Infine, i relazionisti spesso considerano gli oggetti come ‘nodi’ all’interno di reti di relazioni. Ma cosa sono tali nodi dal punto di vista filosofico? Non è chiaro. Graficamente, possiamo rappresentare i nodi come punti di intersezione tra relazioni. Ma la rappresentazione grafica di un nodo come un punto non ci svela la sua natura. In ogni caso, se anche gli oggetti fossero nodi in reti di relazioni, si arriverebbe alla conclusione controintuitiva che ogni oggetto non potrebbe che intrattenere certe relazioni - e non altre - con tutti gli altri oggetti. Se Jannik Sinner è un nodo in una rete di relazioni, modificare una sola di tali relazioni implicherebbe cambiare la natura di Jannik Sinner e ottenere un’altra entità. Ad esempio, se Jannik Sinner avesse occupato una zolla di terra leggermente diversa nella finale di Coppa Davis, quell’oggetto non sarebbe più stato Jannik Sinner, ma un altro oggetto ‘costituito di’ una relazione diversa - cioè un altro nodo in un’altra rete di relazioni, fatta anche di una relazione diversa.
Insomma, la concezione della realtà dei relazionisti è molto affascinante e apparentemente convincente. Dal punto di vista filosofico, però, non è affatto scontato che i relazionisti abbiano ragione.
* Michele Paolini Paoletti è ricercatore in Filosofia del linguaggio e insegna Comunicazione e critical thinking e Filosofia della mente nei corsi di laurea di Filosofia e Scienze filosofiche.

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