di Silvia Pierosara*
Siamo immersi, irretiti, talvolta intrappolati nelle storie: ci precedono, ci orientano, fabbricano il senso del mondo. Ma quali sono le implicazioni etiche e antropologiche del narrare?
Parole chiave: etica, narrazione, memoria, attesa, senso
Abbiamo bisogno di raccontare? A giudicare dalla quantità di storie che ci circondano si direbbe di sì. L’atto narrativo è spesso ricondotto a un bisogno naturale, fisiologico: il racconto è necessario all’adattamento, spiega, mette ordine, risparmia all’umano la fatica del navigare a vista e lo aiuta a prevedere cosa potrebbe accadere nel futuro. Secondo questa linea di pensiero, raccontare è insomma un tassello evolutivo fondamentale, un potente strumento di adattamento. L’ordine prende il posto del disordine, la coerenza sostituisce l’episodicità, la garanzia di un senso del mondo offre un prezioso riparo rispetto alla possibilità della sua insensatezza.
Diversi studiosi, provenienti da discipline anche lontane fra loro per metodo e postura, assegnano quindi al narrare una funzione che si direbbe esonerante, dal momento che ci permette di risparmiare energie altrimenti impiegate per ricominciare ogni giorno a sentirci a casa nel mondo. Dalla loro prospettiva, l’atto del raccontare si colloca a metà strada fra natura e artificio: esso costruisce dispositivi senz’altro artificiali, ma che rispondono a una precisa condizione, se non a una certa invariabile natura. Noi umani contrapponiamo al rischio sempre presente della disintegrazione del sé una certa idea di coerenza, un’unità narrativa della vita che taluni riconducono e, talvolta, riducono all’istinto di autoconservazione. Altri ancora sostengono che il racconto è fuga immaginativa rispetto a una realtà eccessivamente amministrata, è distrazione rispetto a un quotidiano orientato al funzionamento, alla prestazione, al controllo razionalizzante di ogni aspetto della nostra vita personale, relazionale, sociale.
Se la componente biologica che guida le pratiche narrative è innegabile, è necessario esplicitare alcune questioni sottese a tale riconoscimento. Il prezzo da pagare per adattarsi al mondo e agli altri, secondo alcuni, sarebbe una radicale falsificazione dell’esperienza, di per sé frammentaria, caotica, nient’affatto lineare, tantomeno sensata o progressiva. Applicheremmo quindi all’esperienza modelli narrativi che la imbrigliano e la costringono ad adeguarsi a un contenitore narrativo che spesso, peraltro, ereditiamo senza esserne autori. Secondo altri, invece, l’esperienza umana di per sé si organizzerebbe in forma narrativa, sarebbe orientata verso un fine, procederebbe in modo coerente e lineare, progressivo. Intrappolati dentro queste polarità – il racconto falsifica l’esperienza oppure il racconto la riflette fedelmente; e, ancora, il racconto è la necessaria risposta a un bisogno evolutivo oppure il racconto è il frutto di un disimpegno nei confronti del mondo – rischiamo però di perdere di vista le implicazioni etiche del narrare: qual è, se c’è, la funzione morale del narrare? Quando un racconto può dirsi buono?
Raccontare è un modo di scambiarsi esperienze, materia prima da cui le storie prendono vita. L’operazione narrativa consiste nella socializzazione e nella costruzione comune di un orizzonte di valori, memorie, attese, a partire dalla possibilità di condividere esperienze. Scambiarsi esperienze significa anche esercitare la saggezza pratica, creare un mondo in comune. Mentre raccontiamo, ci esponiamo allo sguardo altrui, chiediamo agli altri di partecipare a quel processo di conferimento di senso che non riusciamo a sobbarcarci da soli. Una prima indicazione, quindi, viene proprio dalla dimensione intrinsecamente sociale dell’atto narrativo. La connotazione morale del raccontare storie sta in questo scambiarsi, valutandole, le proprie esperienze, esporle allo sguardo altrui. Certo, posso raccontare a me stessa la mia storia, rielaborando le tracce della memoria, selezionandole, ma anche in questo caso il semplice mettere in forma e presentare la propria esperienza a me stessa implica rifletterci, pormi a una certa distanza da essa, impegnarmi in un esercizio di valutazione. Se l’esperienza è la materia da cui nascono le storie, però, essa non è insensibile alla forma che la accoglie: il racconto non si limita a rispecchiarla o rifletterla in modo neutrale; è anche capace di plasmarla, orientarla, nasconderne o illuminarne porzioni troppo o troppo poco visibili. Tenere insieme, unificare la puntualità dell’evento e dell’azione è come collegare le stelle e riconoscervi costellazioni: le relazioni che istituiamo configurano i punti, fino a trasformarne talvolta il significato.
Raccontare, però, non è solo l’arte di scambiarsi esperienze, rendendole presenti e sottraendole all’oblio: è anche un esercizio immaginativo orientato e aperto al futuro. Narrare vuol dire abitare vite diverse, pensare “come se”, prefigurare scenari in cui l’intreccio delle storie si fa e si disfa in modi differenti. Alcuni studiosi ragionano su questo a partire dalla possibilità di immedesimarsi, prendere distanza dalle storie ascoltate, e da una visione del futuro come attesa di un compimento. È senz’altro vero che l’immaginazione narrativa rende possibile esercitare il nostro giudizio morale nelle diverse situazioni: ci chiediamo spesso, infatti, cosa accadrebbe se compissimo quell’azione o ce ne astenessimo, quali effetti il nostro agire avrebbe sui personaggi che compongono il nostro panorama affettivo e relazionale.
Maggiore prudenza, invece, si dovrebbe utilizzare quando si applica troppo frettolosamente la tensione narrativa verso il compimento – quello che alcuni definiscono il senso della fine – alla nostra esperienza esistenziale: dal punto di vista morale, la presunta inevitabilità del compimento, e di un compimento sensato, rischia di portarci lontano dall’assunzione di responsabilità per il nostro agire, imponendoci un congedo forzato rispetto al lavoro del significare. Il racconto è questo laboratorio del giudizio morale, è questo modo di esercitarsi a vivere altre vite, e può esserlo solo se non si trasforma in processo automatico di assegnazione di senso, ruoli, finali prestabiliti. Il racconto si affaccia sull’esperienza morale, la filtra, contribuisce a illuminarla e orientarla proprio in virtù di una condivisione riflessiva dei suoi contenuti.
La funzione morale dei racconti sembra allora risiedere nel lavoro di delucidazione critica dell’esperienza, la cui socializzazione rende possibile lo scambio, l’individuazione, la condivisione di ciò che vale per noi; l’immaginazione di percorsi esistenziali personali e comunitari differenti da quelli già noti oppure consapevolmente simili a essi; la possibilità di immedesimarsi nelle vite altrui senza che questo comporti necessariamente l’accettazione acritica del sistema valoriale che da queste traspare. Per liberare e riconoscere le potenzialità etiche del narrare, bisogna però forse prendere le distanze da alcuni assunti, imparando a esplicitarli: il valore di una storia – e di una storia di vita in particolare – non si gioca tanto sul piano della coerenza, della linearità a tutti i costi, di un’integrazione già da sempre avvenuta tra eventi e azioni. Piuttosto, esso sembra risiedere nella possibilità di prendere la parola, scegliere se rivelarsi o tacere, creare le condizioni affinché tutti possano accedere al racconto, smentire l’automatismo di una progressione garantita in vista di un senso già scritto.
Oggi, nel tempo in cui le storie si consumano come altrettante merci, producono e riproducono gusti consolidati, orientano in modo meccanico verso obiettivi la cui giustezza è data per scontata, si potrebbe forse imparare a raccontare altrimenti. Così il racconto, oltre che necessario, potrebbe anche diventare moralmente buono, non nel senso di “edificante”. Piuttosto, moltiplicherebbe le occasioni per mettere in discussione narrazioni opprimenti, stereotipate: non sarebbe una conferma dell’esistente, la sua fedele riproduzione, ma un modo per trasformarlo, rendendo visibili e possibili altre porzioni di esperienza di cui potremmo dirci co-autori.
* Silvia Pierosara insegna Storia della filosofia morale, Teorie della giustizia ed Etica della differenza sessuale nei corsi di laurea in Filosofia e Scienze filosofiche e Filosofia morale nel corso di laurea in Scienze pedagogiche presso l’Università degli Studi di Macerata. https://docenti.unimc.it/s.pierosara

Commenti
Posta un commento