di Roberto Mancini*
La filosofia oggi ha il compito storico di ispirare e motivare una conversione di civiltà. Si tratta di svolgere un percorso oltre la società dei poteri globali, dato che la loro indole è necrofila.
Parole chiave: filosofia, potere, vita, conversione, etica
1. La filosofia nell’età della disgregazione globale
In questa stagione storica la filosofia si è dovuta giustificare per il fatto di esistere ancora. Non solo appare inutile, ma ha il difetto di essere per sua natura estranea alla cultura della società che si dice in crescita, competitiva, digitale, sostenibile, inclusiva, resiliente, moderna. Questa retorica stucchevole non riesce a nascondere che il vigente modello di convivenza è mortifero. La nostra è un’epoca di disgregazione globale. Per superare questa trappola è necessario elaborare una prospettiva critica ed euristica, capace di trovare una via inedita per generare una società risanata dal delirio di potenza e di violenza che rischia di portarla all’autodistruzione. Perciò la filosofia ha un compito storico ineludibile: ispirare e motivare l’unica vera transizione: una conversione di civiltà grazie a cui impariamo ad abitare il mondo senza distruggerlo e senza distruggerci.
La società globalizzata appare come un caos organizzato risultante dall’interazione ad alta entropia tra cinque sistemi di potere tendenzialmente automatici, nel senso che essi seguono la loro logica di espansione e di autoaffermazione sfuggendo al controllo delle democrazie, della coscienza collettiva, della responsabilità e dell’etica. Nell’ordine i cinque sistemi sono: il mercato globale a guida finanziaria, la tecnocrazia, il circuito mondiale dei media, la rete delle burocrazie e lo scacchiere aggressivo e bellico della geopolitica. Nel mondo attuale, plasmato secondo i criteri della modernizzazione occidentale, la logica del potere è stata portata all’estremo e realizzata da questi sistemi che riducono popoli e persone a “risorse umane”, oppure direttamente a scarti.
2. Dal potere all’efficacia biofila
Il problema è che, per sua natura, il potere non equivale alla possibilità e tanto meno alla libertà. Nella sua essenza esso è imposizione e autoreferenzialità. È sempre potere su qualcuno e in vista della propria riproduzione e universalizzazione. Non si può dire che la sua qualità positiva o negativa dipenda semplicemente da come lo si usa: primo, perché non è un mezzo, ma è un meccanismo avvolgente, un ambiente, una grammatica sociale che non si lascia “usare” e che semmai dispone di noi come strumenti; secondo, perché non è neutro, ma per sua natura tende a disgregare, a dominare, a mortificare ciò che sottomette. La causa decisiva della spirale di autodistruzione in cui si dibatte la società contemporanea risale al fatto che da millenni abbiamo fondato la vita sul potere e oggi abbiamo portato all’estremo la sua logica. La bomba atomica resta il monumento e il culmine di tale tendenza mortifera.
È falso che, dinanzi al potere, l’unica alternativa sia quella tra il conquistarlo o il subirlo. La vera alternativa ha luogo quando vengono sprigionate le forme dell’efficacia biofila: la capacità come abilità che si sviluppa nelle relazioni di apprendimento; la libertà come fedeltà alla propria dignità; la responsabilità come capacità di farsi carico dei problemi dell’esistenza e della convivenza sociale; la cura come sollecitudine nel tutelare i viventi; il servizio come stile di vita caratterizzato dalla disponibilità a questo prendersi cura; l’autorità come capacità di fare da riferimento ad altri promuovendo la loro umanizzazione; il governo come capacità di dare risposta ai problemi collettivi e non come dominio sugli esseri umani.
Per riconoscere queste forme di efficacia alternative al potere e alla violenza, così come per immaginare e sperare una società differente, è indispensabile l’apporto del pensiero filosofico. Stando al ruolo che oggi è riconosciuto alla filosofia nel novero dei saperi contemporanei e nella mentalità comune, nel sistema universitario e nella scuola, nella vita pubblica e nelle scelte politiche, sembra che essa non sia niente di più che un trascurabile e desueto hobby elitario. Pensiero computazionale e intelligenza artificiale sono annunciati come la frontiera avanzata della modernità. In realtà, in un’epoca così sviata e culturalmente desolata, l’universale attitudine filosofica del pensiero umano resta di cruciale importanza perché deve assolvere a molti compiti essenziali.
3. Il risveglio della vita interiore
L’esercizio della nostra attitudine filosofica deve contribuire a risanare le forze della vita interiore, emozioni, sentimenti, affetti, passioni, pensieri. Si tratta di arrivare a generare, per così dire, un’altra economia mentale. Con tale formula intendo il nuovo orientamento, nel sentire e nel pensare, che dobbiamo scoprire per vivere davvero. Se letteralmente l’“economia” è la legge (nomos) della casa (oikos), la prima nostra casa è il corpo, guidato dalla mente nell’unione di pensiero e sensibilità emotivo-affettiva.
Il tipo di attaccamento alla vita che adottiamo dipende dall’orientamento mentale, fatto di emozioni, sentimenti, affetti, passioni, pensieri, logiche. Quando tale orientamento è in sintonia con la vita, il mondo può diventare armonioso e la società può avvicinarsi alla giustizia. Quando invece l’orientamento mentale è distorto, siamo preda di potenti spinte distruttive e autodistruttive: se il mondo mentale degli esseri umani è malato, il mondo naturale e sociale viene disgregato: è la nostra situazione attuale.
Il capitalismo globale e la civiltà del denaro sono così tenaci nel dominare il mondo per molte cause. Ma la prima, la più vicina a noi, è dovuta al fatto che essi sono radicati nell’economia primitiva del nostro mondo mentale, quella dell’attaccamento alla conservazione di sé stessi e del calcolo di quanto risulta utile a questo scopo. Se qualcosa mi procura piacere, supremazia, sicurezza, vantaggio, profitto, è automatico che io la preferisca, senza tenere conto né della relazione con gli altri né dell’autentica felicità che potrei scoprire. È l’economia del profitto assoluto, ossia della convenienza immediata intesa da ciascuno come soggetto isolato e autoreferenziale.
Chi si muove secondo questa logica primitiva e potenzialmente violenta è abituato a calcolare vantaggi e svantaggi, ma non sa vedere i significati, i valori, la verità, la bellezza, il bene, la vita. Chi si comporta così resta immerso nell’oscurità, non risale mai alla luce, come gli uomini chiusi nella caverna secondo il racconto della Repubblica di Platone.
Una società guarita sorgerà solo mutando profondamente l’economia mentale dei singoli, delle comunità, delle istituzioni. Questa nuova economia inizia quando, al di là del calcolo dei profitti e dei vantaggi, impariamo a vedere i significati autentici di ogni cosa, scegliendo di vivere secondo l’orientamento di valore e di senso che essi offrono. La vita, che è la comunità di tutti i viventi (piante, animali, esseri umani, relazioni), è intessuta di significati: ogni essere ne incarna uno e il senso che li tiene tutti insieme è l’armonia, fatta di comunione, giustizia, pace, salvaguardia del creato.
4. Trasformare eticamente la politica e l’economia
Chi si eleva a riconoscere la grammatica inscritta nella condizione dei viventi deve esistere con fedeltà a questa verità della vita stessa, secondo quel rispetto che evochiamo, con poca consapevolezza, con la parola “ecologia”. In effetti, ritengo che l’essenza dell’ecologia sia la sintonia con la vita universale, maturata superando ogni logica o comportamento distruttivo. E allora diventa conseguente costruire forme di economia, di politica, di tecnologia, di informazione che siano biofile, consonanti con il senso custodito nella vita stessa. Non a caso sono in particolare la scuola e l’università a essere aggredite e snaturate dai sistemi di potere: perché sono le istituzioni che devono insegnare a passare dal calcolo egoistico ai significati della vita comune. Sono le istituzioni della maturazione umana ed etica della società nell’alleanza tra le generazioni.
La vita interiore si risveglia nel riconoscimento di una Fonte di senso, di luce, di energia che ispira tutta l’esistenza. D’altro canto questo risveglio è reale solo se genera energia etica per motivare e sostenere il processo della trasformazione dell’economia, della politica e della società nel suo complesso.
L’etica deve riorientare anzitutto l’agire politico. In linea di principio la politica è l’azione collettiva di cura e di fioritura del bene comune. Ma da millenni siamo abituati a concepire la politica stessa come il campo di esercizio della lotta per la conquista e per il mantenimento del potere. Lo specifico della politica umanizzata e democratica è del tutto alternativo. Essa si struttura e cresce come cura della vita delle comunità civili, come ampliamento degli spazi della giustizia e della nonviolenza non solo su scala nazionale ma anche su scala internazionale e mondiale.
Nel contempo, urge la trasformazione etica dell’economia: da circuito impazzito incatenato alla sequenza produzione - consumo - conseguimento del profitto come valore assoluto, a tutti i costi, deve divenire l’istituzione che con giustizia assicura le basi materiali della vita dell’umanità tutelando gli equilibri del mondo naturale.
Per questa svolta non ci sono scorciatoie o centri mondiali che possano irradiare lo spirito democratico ed ecologico presso i popoli e le loro istituzioni. La trasformazione può svilupparsi solo a partire dalle comunità locali e dalle istituzioni di prossimità, in un processo espansivo a cerchi concentrici. La politica e l’economia democratiche hanno il loro elemento vitale nell’azione dei cittadini organizzati, delle associazioni, dei movimenti, degli enti locali, delle scuole, delle università, delle imprese eticamente orientate.
È un cammino collettivo verso la nascita della coscienza corale dell’umanità. È impensabile che esso possa svolgersi senza un pensiero filosofico che promuova anzitutto la ripresa di contatto con la realtà della vita universale e nel contempo che ispiri singoli, comunità e istituzioni a mettersi in cammino verso la salvezza dalla trappola della società necrofila in cui ci troviamo.
* Roberto
Mancini è ordinario di Filosofia teoretica e direttore del Dipartimento di
Studi Umanistici all’Università di Macerata https://docenti.unimc.it/roberto.mancini
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