di
Tommaso De Robertis*
Larghezza, altezza e profondità: ciò che oggi appare scontato ha una storia lunghissima alle spalle.
Parole chiave: Aristotele; Giovanni Filopono;
Gianfrancesco Pico della Mirandola; tridimensionalità; spazio fisico.
Chi di noi, che viviamo nel ventunesimo secolo, metterebbe mai in dubbio che lo spazio nel quale ci muoviamo possieda tre dimensioni? Chi negherebbe che esso si estenda su tre direttrici diverse: altezza, larghezza e profondità? I sistemi di riferimento euclideo e cartesiano, con cui ognuno di noi familiarizza negli anni di scuola, sono la formalizzazione matematica di questo concetto: lo spazio fisico nel quale ci troviamo – la camera dove dormiamo, l’aula dove facciamo lezione e così via – si distende attorno a noi in larghezza, in altezza e in profondità. Se così non fosse, se anche solo una di queste tre dimensioni venisse a mancare, questo spazio non potrebbe più ospitarci. O peggio, verremmo schiacciati al suo interno. In altre parole, lo spazio fisico deve necessariamente essere tridimensionale perché tridimensionali sono i corpi (persone, animali, oggetti) che esso è chiamato ad accogliere.
Tutto ciò ci appare scontato. Questa concezione, che pur sottende leggi matematiche complesse, fa oggi parte del nostro senso comune. Ma non è sempre stato così. La concezione tridimensionale dello spazio è, infatti, una conquista storica e culturale. Essa, come molte delle leggi fisiche che regolano il nostro mondo e la nostra vita, è giunta al termine di un percorso lungo e tortuoso, avviatosi nell’antichità classica. È possibile dunque affermare che, per l’uomo, il mondo non è sempre stato tridimensionale, ma lo è diventato a un certo punto. Procediamo con ordine.
In principio fu Aristotele. Come succede per molti traguardi di filosofia naturale, anche il racconto della tridimensionalità dello spazio fisico prende le mosse dal grande pensatore di Stagira. È questi, infatti, che con la sua riflessione determinerà gli sviluppi successivi in questo campo. Nel quarto libro della Fisica, in contrasto con Platone e, aggiungeremmo noi, con lo stesso senso comune, Aristotele sostiene che lo spazio ha due dimensioni soltanto. Per essere esatti, Aristotele non parla propriamente di spazio (chora), ma di luogo (topos). Si riferisce in particolare al luogo che ogni corpo (persone, animali, oggetti) occupa nel mondo. In questo senso, il luogo degli oggetti viene a identificarsi con il nostro spazio fisico, ovvero con lo spazio esterno, la superficie nella quale viviamo e ci muoviamo. Ebbene, per Aristotele questo spazio fisico ha due dimensioni soltanto, ovvero larghezza e altezza, ma non profondità. Se infatti, sostiene Aristotele, lo spazio avesse tre dimensioni, esso verrebbe a essere un corpo. Ma lo spazio non può essere un corpo. Se lo fosse, continua, nel caso di qualunque oggetto, due corpi diversi verrebbero a occupare lo stesso esatto spazio, e cioè l’oggetto stesso e lo spazio occupato da quell’oggetto. Ma questo è contraddittorio. Aristotele è costretto pertanto ad ammettere che lo spazio ha due dimensioni soltanto, che coincidono con la forma esterna (diremmo noi, con la sagoma) dell’oggetto in questione.
L’opinione di Aristotele, per quanto per noi controintuitiva, ha esercitato un’influenza enorme sulla storia della scienza del mondo occidentale. Non tutti, però, la trovarono convincente. Essa venne discussa e confutata, per la prima volta, da un pensatore egiziano di lingua greca vissuto nel sesto secolo dell’era cristiana, Giovanni Filopono. Quello di Filopono non è un nome che figura nelle classiche storie della filosofia. E questo per due ragioni principali. In primo luogo, essendo questi vissuto in zone che oltrepassano gli odierni confini del vecchio continente, Filopono viene solo di rado considerato parte della narrativa filosofica “occidentale”. In secondo luogo, la sua figura tende a essere soprattutto legata al suo ruolo di commentatore di Aristotele, col risultato che il suo pensiero finisce per essere giudicato derivativo e poco originale. In realtà, nei suoi commenti ad Aristotele, Filopono riversa molte idee innovative, spesso in dissenso con Aristotele stesso. È ciò che accade, ad esempio, col suo commento alla Fisica, nel quale Filopono arriva a ridicolizzare le idee di Aristotele sulla bidimensionalità dello spazio fisico. Lo spazio, afferma, non può essere bidimensionale poiché, se lo fosse, verrebbe meno il principio di uguaglianza tra la natura (tridimensionale) dei corpi e quella dello spazio che li deve accogliere. Ciò che Aristotele chiama luogo (topos), sostiene Filopono, è in realtà spazio (chora). Lo spazio è pura estensione (diastema), è vuoto (kenon) ed è in grado di ospitare i corpi.
La teoria di Filopono è rivoluzionaria. Affermare che lo spazio è pura estensione, che è vuoto e che è ricettivo costituisce una sorprendente approssimazione alla moderna concezione dello spazio. Seppur enunciata circa quindici secoli fa, l’idea di Filopono presenta già tutte le principali caratteristiche che vengono oggi attribuite allo spazio fisico. Questa idea, tuttavia, non poté esercitare alcuna influenza sul mondo occidentale prima di molti secoli. Infatti, nell’anno 529, quando Filopono era ancora attivo presso la scuola filosofica di Alessandria d’Egitto, l’imperatore Giustiniano proibì l’insegnamento della filosofia pagana su tutto il territorio dell’impero. Filopono fu costretto a lasciare l’incarico e la scuola venne chiusa. Molti dei filosofi alessandrini, coi propri testi, si spostarono verso est, dapprima in Siria e poi nelle aree del neonato stato islamico, soprattutto a Baghdad, dove trovarono un ambiente più fertile ai propri studi. Dunque, mentre in Europa iniziava quella fase che viene convenzionalmente chiamata Medioevo, i testi di Filopono si trovavano altrove, in Medio Oriente, nelle zone degli attuali Iran, Iraq, Arabia Saudita e parte della Turchia. E lì resteranno, per secoli, fino al Quattrocento, quando i viaggi degli umanisti italiani in Medio Oriente e la fuga degli intellettuali bizantini seguita alla presa di Costantinopoli (1453) porteranno in Italia una messe senza precedenti di manoscritti greci. Tra questi c’è anche il commento di Filopono alla Fisica di Aristotele.
Il testo di Filopono inizia dapprima a circolare in forma manoscritta, venendo ripetutamente copiato da scribi e umanisti tra Quattro e Cinquecento. Nel 1535 il testo greco viene poi stampato, a Venezia, fatto che contribuì ad amplificarne ulteriormente la diffusione. Infine, viene tradotto in latino (due volte: nel 1539 e poi di nuovo nel 1558), entrando così a pieno diritto nella letteratura filosofica e scientifica del tempo. Il suo impatto fu enorme. Sin dal suo arrivo in Italia, anche prima che venisse stampato e tradotto in latino, gli studiosi rinascimentali si mostrarono interessatissimi al commento di Filopono. Gianfrancesco Pico della Mirandola (1470-1533), nipote del più noto filosofo neoplatonico Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), sembra essere stato il suo primo lettore. Già nel 1520, nella sua opera Examen vanitatis doctrinae gentium, Gianfrancesco mostra di conoscere il commento di Filopono e lo utilizza per ribaltare la concezione aristotelica dello spazio bidimensionale. L’opera di Gianfrancesco Pico costituisce la prima testimonianza nota della presenza di Filopono nel mondo europeo. Nel sesto e ultimo libro dell’Examen, Pico scrive: «La definizione di luogo data da Aristotele è stata attaccata da Filopono, il quale ha sostenuto la tesi che lo spazio è tridimensionale». Questa frase segna l’ingresso ufficiale di Filopono nel dibattito primo-moderno sullo spazio. Essa rappresenta la prima presa di coscienza di una nuova visione del mondo, il primo passo verso una concezione diversa e più precisa dello spazio fisico. È l’alba di una nuova era.
Per mezzo di Gianfrancesco Pico, nonché della stampa e delle stesse traduzioni del commento di Filopono, questa nuova concezione del mondo iniziò a circolare e a influenzare il pensiero di filosofi e scienziati della prima età moderna. Leggendo Filopono, gli intellettuali europei avviarono quel processo di progressivo smantellamento della fisica aristotelica, allora dominante, che condusse nel diciassettesimo secolo alla rivoluzione scientifica. Il contributo di questo dimenticato scienziato del sesto secolo non fu secondario. E non lo fu nemmeno quello di tutti i copisti, traduttori e lettori della sua opera che, proprio come Gianfrancesco Pico, permisero alle idee di Filopono di giungere intatte nell’Europa del Rinascimento. Le idee viaggiano dentro ai testi. E chi le legge trasmette un testimone.
*Tommaso De Robertis è borsista Marie Curie presso l’Università degli Studi di Macerata e l’Università di Toronto (Canada). Si occupa di storia della filosofia moderna, storia della scienza e ricezione dei classici.

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