Civiltà e guerra. Breve storia di una crisi

 di Sergio Labate*

Di fronte al riemergere del paradigma della guerra come criterio d’ordine del mondo è necessario riattingere all’eredità della riflessione filosofica, per cui civilizzazione e guerra hanno intrapreso, nella modernità, uno speciale corpo a corpo.

Parole chiave: guerra, civiltà, modernità, filosofia, economia.


Per tanto tempo il nostro comune immaginario politico ha rimosso la possibilità concreta della guerra dal proprio orizzonte. Ciò è avvenuto con ottime ragioni, tutto sommato. La ragione del trauma a partire da cui abbiamo rifondato le nostre democrazie – mi riferisco evidentemente alle guerre mondiali – e la ragione di un trauma assoluto – la minaccia autodistruttiva della tecnologia nucleare che si fa strumento di guerra.

La filosofia ha in fondo seguito questa tendenza generalizzata. Dopo aver per tanti anni messo al centro delle proprie riflessioni questi due traumi - fino al punto di dichiarare che il pensiero stesso non può essere più lo stesso dopo Auschwitz oppure che la civiltà atomica pone l’essere umano di fronte alla questione più radicale della possibilità dell’autodistruzione del genere umano – è come se anche i filosofi abbiano preferito occuparsi di altro. Con rare ma preziose eccezioni, ovviamente. In ogni caso questa tendenza che ha reso la filosofia conforme allo spirito dell’epoca non è da osservare con sguardo normativo. Non è né buona né cattiva, probabilmente è stata inevitabile. Diciamo che alla guerra è stato riservato lo stesso destino filosofico del lavoro. Due categorie fondamentali per buona parte della storia della filosofia, in particolare della storia della filosofia moderna, che sono poi finite ai margini della discussione.

Si deve anche a questa latitanza della riflessione filosofica il disorientamento collettivo che proviamo di fronte all’irruzione della guerra come nuovo evento ordinatore del mondo. Adesso che essa sembra di nuovo dominare il nostro immaginario politico, sembriamo come incapaci di comprenderne le conseguenze concrete, le genealogie profonde, i destini che sono messi in movimento e in gioco. La guerra s’impone come un significante collettivo ma è difficile rintracciarne dei significati che ci mettano d’accordo. L’evento è collettivo, il suo significato non riesce ad esserlo.

Anche in questo frangente storico si vede insomma quanto la nostra epoca sia caratterizzata da una tentazione anti-filosofica e quanto invece la filosofia sarebbe non solo utile, ma anche necessaria.

Proprio in tale prospettiva, vorrei proporre all’attenzione dei lettori un nesso storico-teorico che la filosofia ha spesso valorizzato e messo in risalto. Mi riferisco al rapporto tra civiltà e guerra. Ora, recuperare velocemente il modo in cui la filosofia ha tematizzato questo rapporto può essere di una qualche utilità per fornirci degli strumenti critici in grado di ripristinare un ordine collettivo di significati con cui riempire il significante della guerra.

Contrariamente al senso comune, la filosofia non ha quasi mai pensato che dove c’è guerra non vi possa essere civiltà o viceversa (da un certo punto di vista l’autore che più di tutti si avvicina a questa tesi è Levinas, ma con molte complicazioni interpretative). Insomma, non si può affatto affermare che la guerra è incivile, ma è molto più realistico affermare che la civiltà sia bellicosa. Cioè che i processi di civilizzazione non sono altro che tentativi – più o meno maldestri, più o meno riusciti – di addomesticare il caso estremo della guerra attraverso progressive riduzioni, simbolizzazioni e soprattutto spostamenti.

La storia di queste riduzioni, simbolizzazioni e spostamenti si chiama civiltà moderna. Alla sua origine prevale infatti una versione totalizzante della guerra, rappresentata degnamente da queste celebri parole tratte da Il Principe di Machiavelli: «Debbe dunque uno principe non avere altro obietto né altro pensiero né prendere cosa alcuna per sua arte, fuora dalla guerra e ordini e disciplina di essa: perché quella è sola arte che si aspetta a chi comanda, ed è di tanta virtù che non solamente mantiene quelli che sono nati principi, ma molte volte fa gli uomini di privata fortuna salire a quello grado». La riflessione del filosofo fiorentino è in realtà molto più complessa. Ma in queste poche righe non dobbiamo però far altro che usare queste parole per comprendere come all’inizio della modernità la guerra non solo non è qualcosa da evitare con tutte le forze, ma è l’unico principio a partire da cui sembra potersi dare una forma d’istituzione politica. Ora - se lasciamo Machiavelli per affidarci a Charles Taylor – era in effetti già in atto un processo di civilizzazione che, se all’apparenza si oppone alla guerra, riesce a farlo solo perché la contiene, la limita e soprattutto la disloca. Scrive Taylor ne L’età secolare: «Tutto ciò rifletteva la transizione a cui le società europee erano andate incontro a partire più o meno dal 1400. Il nuovo (o recentemente riscoperto) ideale rispecchiava un nuovo stile di vita. se confrontiamo la vita, per esempio, della piccola o grande nobiltà inglese prima della guerra delle due Rose con la vita vissuta sotto i Tudor, la differenza appare stupefacente. La lotta aveva smesso di far parte delle abitudini di vita normali di questa classe, fatta eccezione per le guerre al servizio della corona. Questo processo continuerà in sostanza per altri quattro secoli finché, verso il 1800, un paese normalmente civilizzato sarà un paese in grado di garantire una pace domestica permanente e in cui il commercio avrà in larga misura soppiantato la guerra in quanto attività a cui la società politica s’interessa in maniera preponderante – o in cui il commercio contenderà perlomeno il predominio della guerra».

Se ipotizziamo di tenere per vera la ricostruzione proposta, dovremmo riconoscere almeno due conseguenze.

La prima conseguenza è che il processo di civilizzazione della modernità ha seguito una direzione che consiste nel ridimensionare ed esorcizzare “la guerra civile” – cioè la guerra tra nemici interni – in nome del primato della “guerra guerreggiata”, cioè una guerra ordinata da regole: gli unici soggetti legittimati a dichiararla sono gli Stati, affinché si muova uno Stato deve dichiarare un motivo, si deve seguire non solo un codice ma un vero e proprio diritto, ecc. La civilizzazione non è dunque altro che questa progressiva dislocazione del primato della guerra.

La seconda conseguenza è che alla fine di questo percorso ciò che definiamo civiltà non sarà altro che l’esito di questo processo che ha certamente sottratto la guerra dal centro della scena della vita di una società politica, ma lo ha fatto anche grazie all’invenzione del “doux commerce”, dispositivo sociale in grado di sostituirla egregiamente nella capacità di tenere insieme e, al contempo, di mantenere intatti i rapporti di potere che danno origine al conflitto sociale.

Ecco spiegato il nostro spiazzamento dinanzi al ritorno della guerra. Abbiamo rimosso quella che per tanto tempo – almeno fino alla fine della seconda guerra mondiale - è stata invece un’evidenza filosofica e politica. La civilizzazione moderna non ha mai avuto come obiettivo quello di porre la guerra al di fuori dell’orizzonte della storia, ma piuttosto quello di contenerla all’interno della sovranità della politica. La convinzione di Machiavelli secondo cui la guerra è la sola arte che conta sapere non solo non è stata messa in discussione ma resta alla base del progressivo processo di incivilimento, il cui rapporto con la guerra dovrebbe ormai apparire chiaramente: guerra e civiltà non sono due principi contrapposti ma confusi e sempre dialetticamente in rapporto. Come scrive Mario Tronti: «se dalla machiavelliana arte della guerra si è andati all’esplosione dei conflitti armati, lo si è fatto sempre con un proposito di incivilimento della guerra».

Non si può comprendere la civilizzazione se non nel suo disperato tentativo di controllare l’istinto della guerra e non si può ormai comprendere la guerra se non in questa tentazione nemmeno troppo nascosta di evocarla come il principio che sta a giustificare il processo di civilizzazione, poiché lo rende necessario per fuggire alla guerra di tutti contro tutti, alla vittoria della pulsione di morte. Proprio Freud espliciterà questa dialettica di civilizzazione e guerra, affidandosi all’ottimistica previsione secondo cui il processo di civilizzazione – pur nell’ambivalenza della sua tendenza repressiva e del suo fondarsi su rimozioni – aveva raggiunto un tale livello di avanzamento da poter prevedere che la civiltà si sarebbe ribellata al suo principio di guerra.

L’ottimismo di Freud è stato sventuratamente e senza appello smentito pochi anni dopo, come sappiamo. Quel che è accaduto dopo – soprattutto in seguito allo sviluppo delle armi atomiche - è stato deporre la speranza che l’alleanza tra civilizzazione e guerra potesse davvero funzionare e che il dispositivo garante del buon esito della loro alleanza potesse essere davvero il commercio (ovvero l’economia estesa sotto forma di mondializzazione).

Così si è venuta a creare una dissonanza tra piano storico e riflessione filosofica. Mentre sulla scena della storia c’è stato il periodo più lungo di assenza di guerra, che ci ha probabilmente assuefatto all’idea che la civilizzazione riesca a tenere a bada la guerra, la riflessione filosofica ha riconosciuto in questa apparente pace niente più che il minaccioso declino del primato della politica e, in questo modo, il repentino ritorno della guerra. Il primato della politica è stato messo in discussione fino a giungere al celebre capovolgimento di Clausewitz, a cui ha dedicato pagine bellissime Foucault. Non è più la guerra ad essere la politica continuata con altri mezzi, ma è la politica ad essere niente altro che la guerra continuata con altri mezzi. La modernità diventa critica di se stessa e della storia della propria civilizzazione, riconosce l’impotenza finale del dispositivo politico che avrebbe dovuto controllare la guerra e la potenza incontrollabile della guerra, che avrebbe dovuto essere ridimensionata e che invece torna al centro della scena.

Questa consapevolezza filosofica oggi può tornare assai utile: non sarà all’interno del processo di civilizzazione tipico della modernità che riusciremo a limitare la potenza distruttrice della guerra. Civiltà e guerra, politica e violenza. È ormai urgente trovare altri modelli euristici per configurare il loro rapporto. Per questo la filosofia è sempre più necessaria, in un tempo in cui è costantemente ignorata o derisa.


Sergio Labate insegna Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Sito personale: https://docenti.unimc.it/sergio.labate

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