Note sull’attività scientifica di Omero Proietti alla luce dell’attuale crisi degli studi di storia della filosofia
di Filippo Mignini
L'8 Febbraio 2024 l'aula A della sede di Filosofia è stata intitolata a Omero Proietti. Alla cerimonia di intitolazione hanno partecipato John McCourt (Magnifico Rettore dell'Università di Macerata), Roberto Mancini (Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici), Arianna Fermani (Presidente del Consiglio Intercorso di Laurea di Filosofia) e Francesco Orilia (Presidente della Sezione di Filosofia e Scienze Umane). Filippo Mignini, Professore Emerito di Storia della Filosofia e per lunghi anni amico e collaboratore di Omero Proietti, ha tenuto una relazione che abbiamo il piacere e l'onore di pubblicare.
Parole chiave: Omero Proietti, storia della filosofia, filologia
Il titolo enunciato può apparire ambizioso e imprudente per un intervento di venti minuti; tuttavia alcune indicazioni essenziali sul tema possono essere ricavate dall’esperienza scientifica che evocherò brevemente. Non tratterò quindi della filosofia di Proietti, ma del suo metodo di storico della filosofia.
Proietti si è formato nell’Università di Perugia, conseguendo la laurea nella Facoltà di Lettere e filosofia con una tesi su Spinoza diretta dal prof. Giuseppe Beschin, già docente a Macerata. Più volte Omero mi ha ripetuto, scherzando ma non troppo, che il merito della sua decisione di dedicare la tesi a Spinoza era da attribuire al prof. Cornelio Fabro, in quegli anni titolare della cattedra di Filosofia teoretica a Perugia. Poiché nelle lezioni e negli scritti Fabro non si stancava di additare Spinoza come il nemico o male assoluto, il giovane Proietti pensò che in quel filosofo tanto osteggiato e persino maledetto qualcosa di buono doveva sicuramente esserci. Provò a leggerlo; e finì per averlo compagno in tutta la sua vita di studioso.
Non dobbiamo neppure trascurare la successiva iscrizione di Proietti al corso di laurea in filologia classica, sempre a Perugia: superò tutti gli esami del corso senza tuttavia laurearsi, perché non gli sembrava necessario. Senza la competenza acquisita in questo corso di studio nelle lingue classiche, alle quali aggiunse una buona conoscenza dell’ebraico, difficilmente avrebbe potuto produrre, ad esempio, i suoi innovativi lavori sulle criptocitazioni di fonti classiche in Spinoza.
Credo tuttavia che l’influenza decisiva per la sua formazione di storico della filosofia l’abbia ricevuta a Napoli, nelle stanze di Palazzo Filomarino, che Proietti frequentò per un anno come borsista dell’Istituto Italiano per gli studi storici, fondato da Benedetto Croce nel 1948. Dopo la direzione di Federico Chabod per oltre dieci anni, dirigeva l’Istituto, al tempo di Omero, Giovanni Pugliese Carratelli e faceva parte del direttivo scientifico, tra gli altri, offrendo anche il proprio contributo di studioso in cicli di lezioni e seminari, Arnaldo Momigliano, con il quale Proietti mantenne un costante confronto intellettuale in tutte le sue ricerche. Tra poco ne offrirò un esempio.
In quell’Istituto e in quel medesimo palazzo, le cui scale Giambattista Vico saliva e scendeva circa due secoli prima come precettore dei figli della nobiltà napoletana, Croce aveva raccolto e fatta propria una tesi costitutiva dell’autore della Scienza nuova: l’intrinseco e sostanziale legame tra filologia e filosofia nella concretezza e unità della storia. Sulla volta di una delle sale principali dell’Istituto, Croce aveva fatto affrescare le sorelle Filosofia e Filologia con il motto vichiano “Geminae ortae”.
Secondo Croce, le Università del tempo formavano buoni e spesso ottimi storici, ma in relazione quasi esclusiva con la filologia. Compito dell’Istituto per gli studi storici, scriveva nello Statuto, sarebbe stato quello di «risanare codesta unilateralità e deficienza di preparazione», dalle quali «vengon fuori filologi ed eruditi, diligenti ricercatori e indagatori di documenti e costruttori di dotte cronache» che non hanno tuttavia la capacità né gli strumenti per «interpretare e giudicare pensieri, azioni e avvenimenti». Pur mantenendo alla filologia il ruolo di strumento indispensabile per lo storico, Croce riteneva necessario approfondire la storia nel suo rapporto sostanziale «con le scienze filosofiche, della logica, dell’etica, del diritto, dell’utile, della politica, dell’arte, della religione, le quali sole definiscono e dimostrano quegli umani ideali e fini e valori, dei quali lo storico è chiamato a intendere e narrare la storia».
Credo di poter dire che questa sia stata la prospettiva filosofica e storica fatta propria da Proietti e seguita fedelmente nei suoi studi fino agli ultimi giorni. Filologia certo, e vasta erudizione unita a capacità di sintesi storica, ma connessa al bisogno e alla passione di intendere il significato, la direzione, l’identità e il valore filosofico delle questioni in esame.
Vorrei perciò documentare brevemente con un solo esempio il suo metodo storico-filosofico: la lunga e minuziosa ricerca di anni sfociata nel 2003 nel volume La città divisa. Flavio Giuseppe, Spinoza e i Farisei. Il testo venne pubblicato dalla casa editrice “Il calamo” nella collana diretta da Ruggero Morresi, professore di storia della filosofia moderna e contemporanea in questo stesso corso di laurea, che mi fa piacere ricordare qui insieme ad Omero.
La ricerca procede da una costatazione: nell’elenco notarile dei libri posseduti da Spinoza alla sua morte, tra gli “in folio”, è riportato al n. 10 un Fl[avius] Josephus, Basil[eae] 1540. Spinoza possedeva questa edizione di Flavio, che la storiografia, compresa quella italiana, nel corso degli anni aveva attribuito alle cure di Erasmo da Rotterdam. Il primo capitolo della ricerca di Proietti è dedicato a verificare l’esattezza di questa attribuzione, poiché, come osserva l’autore a p. 35, «l’errore genera l’errore (e per questo, come scriveva Croce, “l’esattezza è un dovere morale”)». Attraverso una puntualissima ed eruditissima analisi delle edizioni di Flavio, Proietti dimostra che l’attribuzione dell’edizione complessiva di Flavio ad Erasmo era falsa; spiega come si fosse prodotto questo errore e stabilisce quali erano le opere contenute in quella edizione, quindi effettivamente conosciute da Spinoza; mostra che l’edizione frobeniana di Flavio (Basilea 1540) era una pura ristampa della precedente edizione del 1534 curata (non tradotta) da Sigismundus Gelenius, il quale aveva utilizzato per la sua raccolta, oltre ai testi latini offerti dalla tradizione, anche il “IV libro dei Maccabei” nella edizione di Erasmo. Attraverso il Flavio Giuseppe di Basilea 1540 Spinoza poteva dunque conoscere i venti libri delle Antichità giudaiche, i sette libri del De bello iudaico, i due libri del Contra Apionem e infine il De imperio rationis sive de Machabaeis liber unus nella edizione di Erasmo. Ho insistito su questo non lungo ma denso capitolo perché lo ritengo un eccellente esempio di metodo storico-filologico per qualsiasi giovane desideroso di incamminarsi per queste vie.
Veniamo ora alle acquisizioni teoriche più rilevanti. Raccolte ed esaminate tutte le citazioni esplicite di Flavio Giuseppe presenti in tutto Spinoza, Proietti osserva una singolare consonanza: la negazione in Spinoza, come in Giuseppe Flavio, della distinzione tra storia sacra e storia profana, tipica della tradizione ebraico-cristiana. Che cosa, allora, si chiede Proietti, consente a Spinoza di vedere in Flavio Giuseppe quell’assenza di distinzione e dunque di leggerlo da una posizione diversa da quella tradizionale ebraico cristiana? L’autore ravvisa la nuova prospettiva nell’esperienza marrana di Spinoza, preceduto qualche anno prima, nella stessa lettura di Flavio, da un altro grande marrano, Uriel da Costa, il cui Exame das tradiçoês phariseas, pervenuto in un solo esemplare, era stato pubblicato soltanto nel 1993. Ha inizio qui un’ampia e assidua ricerca che porterà Proietti a pubblicare nel 2014 l’edizione critica, con ampio commentario, dell’Exame e a continuare l’indagine dacostiana fino ai suoi ultimi giorni. La conclusione delle analisi fino a quel momento svolte conduce dunque l’autore ad affermare che, con da Costa e Spinoza, cessa di esistere il Flavio Giuseppe ebreo e cristiano.
Ora Proietti osserva che la lettura marrana di Flavio permette a Da Costa e Spinoza di constatare un’altra coincidenza con l’antico autore: la critica radicale del movimento farisaico, del canone biblico stabilito dai farisei e della loro cronologia a partire dai Giudici e dai Re. Sottolinea inoltre la coincidenza del rifiuto, da parte dei tre autori, della conciliazione dei luoghi contraddittori della Bibbia operata dai farisei e, ancora al tempo di Spinoza, difesa anche dal fariseo Menasseh ben Israel, figura rilevantissima della comunità ebraico-portoghese di Amsterdam.
Da Costa e Spinoza concordano ancora con Flavio Giuseppe sulla periodizzazione 164-63 a.C. per la formazione del fariseismo, e convengono sul rifiuto dei temi escatologici, quali l’immortalità e sopravvivenza dell’anima, la retribuzione ultraterrena e le “pene eterne”. Questo avviene anche grazie al comune rifiuto di considerare canonico il libro di Daniele, come volevano i Farisei.
L’ampio capitolo sul marranesimo e i frequenti ritorni su questo tema, riescono a definire e dimostrare in questo stesso profondo e variegato fenomeno storico i semi e i principi di quello che conosciamo come illuminismo europeo.
Proietti è ben consapevole dell’ampiezza e complessità della ricerca avviata, della ricchezza di prospettive che ha assunto e scrive: «Su tutti questi punti e su altri ancora […] sarà forse opportuno intervenire con contributi successivi, di sviluppo, approfondimento e verifica». (p. 31)
Al tempo stesso, tuttavia, sente l’esigenza di dichiarare i maestri che lo hanno accompagnato nella ricerca: «Una sentenza di Rabbi Gamaliele afferma: “fatti un maestro”. Riconoscendo la necessità di maestri, che devono però essere scelti liberamente, senza interessi allotrii o sotterranei, e ricordando l’altra sentenza: «Timeo hominem unius libri», che può significare anche “Timeo hominem unius magistri”, la presente ricerca è stata guidata e sorretta da almeno quattro maestri. Il debito contratto con Arnaldo Momigliano, anche quando si siano prese vie divergenti, è immediatamente visibile nelle note e nella bibliografia, che raccoglie, per altro, solo una parte, quella che è servita per costruire il presente discorso, dell’immensa produzione momiglianea. A Pierre Vidal-Naquet debbo la nozione pascaliana di “bonne usage de la trahison” da lui riferita a Flavio Giuseppe, ma da me estesa, attraverso il Flavio Giuseppe “marrano” all’esperienza di Uriel Da Costa e Spinoza. Sostituendo il riferimento a Pascal con quello ad un’opera di Lessing (Ernst und Falk, dialogo secondo), il concetto può indicare le tre acquisizioni che favoriscono una migliore comprensione dell’humanum, e che caratterizzano il “vero filosofo”: 1. La conoscenza esatta del momento preciso in cui il patriottismo cessa di essere una virtù; 2. La consapevolezza che non permette di rimanere vittime della propria religione e della propria cultura; 3. L’abito mentale che porta a non essere nauseati da chi ha una condizione sociale modesta, e a non essere abbagliati da chi detiene il potere, la ricchezza e la gloria. Le analisi dei capitoli VI.6 e X sono debitrici della connessione tra “persecution” e “art of writing”, stabilita e indagata da Leo Strauss (e forse dimenticata da molti dei suoi numerosi discepoli). A Luciano Canfora, infine, debbo la consapevolezza dei profondi processi di selezione ideologica, di filtro e di censura, ai quali sono stati sottoposti i “classici”, o gli autori del passato che noi oggi leggiamo. Una totalità infranta, di cui computiamo sempre i frammenti residui, spesso selezionati e risparmiati dai vari “centri di potere” della storia umana». (pp. 31-32)
Come è evidente anche da questa pagina, e come chiedeva Croce, attraverso storia e filologia Proietti ha dimostrato, con altezza di sentimento e di scrittura, come fosse possibile e necessario incontrare, e far vivere, madre filosofia.
Con raffinata arte retorica l’autore interroga infine il lettore sul significato della rivelazione che conclude la lunga introduzione: «Il testo e l’autore portoghese dal quale questo testo ha preso le mosse è Viagem a Portugal di Josè Saramago, nel luogo e nel passo che dice: “l’aspro sapore delle vite che solo per gli occhi hanno vasti orizzonti”».
Giovedì 23 maggio 2024 (dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 19) e venerdì 24 maggio 2024 (dalle 9 alle 13), in aula Omero Proietti (via Garibaldi 20), si terrà il convegno "Passione dell'intelletto e levità dello sguardo. In ricordo di Omero Proietti". Parteciperanno: Guido Giglioni, Gennaro Imbriano, Giovanni Licata, Filippo Mignini, Pierre-François Moreau, Francesco Quatrini, Andrea Sangiacomo, Emanuela Scribano, Eleonora Travanti. Sarà possibile partecipare al convegno in presenza e online. Prossimamente sarà pubblicato il programma.
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