Tra fine e inizio della speranza

 di Donatella Pagliacci *

Gli esseri umani vivono di sconcertanti paure, ma anche di un forte senso della speranza. La filosofia, ponendosi di fronte all’interrogativo sulla morte, offre risposte e feconde prospettive di senso.

 Parole chiave: morte, distanza, speranza

 

 Non è facile, né agevole parlare della morte, eppure questa è, tra gli avvenimenti umani il più comune, il meno delegabile e differibile, il più singolarizzante (M. Fœssel 2023, 24). Per dirlo con Edgar Morin, la morte ha prodotto la prima spaccatura antropologica che ha messo sotto scacco, in modo irreparabile, lo stesso homo sapiens. Morin descrive l’avvertimento della morte da parte dell’homo sapiens come una catastrofe irreparabile, da cui sorge nell’essere umano un’ansia che sfocia nell’angoscia a cui seguono l’orrore, il rifiuto e il tentativo del suo superamento, con la magia e il mito.

Una considerazione che induce a riflettere anche sulle difficoltà e ambiguità di un linguaggio capace di dire la morte, che, fin da tempi antichissimi, è stato costruito insieme alla pittura, ai riti, alla magia e in parte anche alla religiosità, forse nell’illusorio convincimento di poter esorcizzare e contenere il travolgente orrore provato dinanzi alla morte. Ambiguità per una duplice ragione, si potrebbe dire perché il dire tende a conciliare due eccessi: l’eccesso dell’indicibile e quello del troppo dicibile.

 

Infatti se ad un primo sguardo, la morte potrebbe apparire, per dirlo con le parole di Vladimir Jankélévitch come “un vuoto che si spalanca all’improvviso nella pienezza della continuità”, configurandosi come una realtà assolutamente ordinaria, di cui poter parlare, cosa tra le cose, a ben vedere, ossia adottando uno sguardo più attento ci si accorge che si tratta di un fenomeno straordinario, come dice ancora il filosofo russo: “letteralmente extra ordinem, poiché di fatto appartiene a un ordine completamente diverso dagli interessi dell’empiria e dagli affari minuti dei suoi intervalli temporali” (V. Jankélévitch, 2009, 5).

 

D’altra parte, il dire la morte cade nell’eccesso opposto: dire, pronunciare la realtà che massimamente vorremmo occultare, quella che nel momento stesso in cui viene detta e dichiarata l’abbiamo anche resa reale, di una realtà dalla quale la nostra immaginazione prova, tuttavia a rifuggire, a tenere lontana. In questo secondo caso si potrebbe dire che, grazie al carattere performativo del linguaggio, nel pronunciare la morte tendiamo a farla essere, in modo odiosamente vero, come afferma la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie quando afferma: “Mio padre non era è (…). Gli amici hanno cominciato a dire che bisogna fare questo, bisogna fare quello. Bisogna sistemare all’ingresso un registro di condoglianze, perciò mia sorella esce a comprare un copritavolo di pizzi e mio fratello un quaderno dalla copertina rigida sul quale già le persone si chinano per firmare. Io penso: Andatevene! Che ci fate in casa nostra, che cosa avete da scrivere su quel quaderno? Come osate trasformare questa cosa in una realtà?” (C. N. Adichie, 2021, 13).

 

Un grido che coglie in pieno il senso di un bisogno intimo, profondo di non dire, non pronunciare frasi che possano, inequivocabilmente, confermare e inverare ciò che si vorrebbe credere non fosse mai accaduto, nella recondita e segreta speranza di poter cancellare una verità, solo pronunciandone una di segno opposto.

 

Tutto sembra servire a coltivare l’illusione, che ciò che è accaduto, il “derisorio paradosso”, come lo chiama Jankélévitch, non sia mai veramente avvenuto, affinché sia meno pressante la verità del fatto che non incroceremo più lo sguardo della persona cara, né accarezzeremo le sue mani, la sua fronte, dal momento che, fin dall’istante in cui l’altro se ne va, non si desidera altro che sentire ancora un’ultima parola, avere un ultimo contatto prima della sparizione totale dall’orizzonte del nostro vivere. Così, non potendo trasformare la realtà di un’assenza proviamo ad agire in forma difensiva, cancellando dal vocabolario le parole che esprimono la gelida realtà, chiediamo al linguaggio di non dire l’indicibile: è morto, giusto per guadagnare almeno un po’ di tempo alla morte e al suo potere sottrattivo, preferendogli espressioni meno chiare ed evidenti, più allusive e accondiscendenti, quelle “circonlocuzioni pudiche”, come le definisce Jankélévitch, che attenuano il contatto con la verità.

 

Una parola, quella sulla morte e sul morire che, dunque, imbarazza e soccorre, lenisce e ferisce, al contempo, un darsi del linguaggio che, a dispetto dei due eccessi appena esposti, mostra anche un terzo polo significante e forse il solo capace di spiegarne intimamente l’imbarazzo che consiste nella possibilità di dire “Io muoio” che è ancora “più impossibile e contraddittorio che dire “Io sono Puro”, Pars sum: poiché non si può dirlo di sé se non al passato o al futuro, mentre al presente si può dirlo solo degli altri” (V. Jankélévitch, 29).

 

In realtà, la possibilità di un parlare sulla morte non le toglie, in nessun modo, il suo carattere tragico, che resta l’indifferibile e sconveniente pietra d’inciampo del nostro vivere.

 

Ci domandiamo se, non potendo differire il fatto di dover morire, non si possa almeno farsi prossimi di chi, come noi, e in certi casi più di noi si sente oppresso da questo avvenire che chiude il passo ad ogni possibilità futura. Ciò perché non possiamo trascurare che “la morte gioca a nascondino con la coscienza: dove io sono, la morte non c’è; e quando la morte c’è, sono io a non esserci più. Finché io sono, la morte deve ancora venire; e quando la morte arriva, qui e ora, non c’è più nessuno. Delle due l’una o coscienza o presenza della morte!” (V. Jankélévitch, 30). Siamo, in tal senso, chiamati a spostarci dalla prospettiva della prima a quella della seconda persona, dal nostro sguardo e dalla nostra angoscia per la nostra morte, allo sguardo dell’altro sulla sua morte, provando a intercettare la direzione prospettica a partire dalla quale anche l’altro si ri-vede e dispiega uno sguardo di chi sa o si sente più vicino a questa “uscita preveniente” dalla vita. In questo fuoriuscire da noi incontriamo e incrociamo le prospettive e le attese del morente, le sue domande di senso e, talvolta, anche le sue richieste di un’accelerazione, affinché non sia la fine a decidere quando, ma sia la persona a poter esercitare quello che taluni interpretano, forse come l’ultimo esercizio di un potere quando sono negate tutte le possibilità. Infatti, afferma ancora Jankélévitch “fino a che il vivente è in vita, le avventure della libertà fanno fallire ogni finalità prevedibile” (V. Jankélévitch, 119). Il morente è colui che convoca al suo capezzale e chiede di essere ascoltato e accolto, soccorso e accompagnato, qualcuno che reclama una vita quando la sua sta ormai volgendo verso la fine, ma soprattutto qualcuno che domanda la fine delle sofferenze, che possono essere lenite da terapie più appropriate e da una presenza più qualificata, ossia da un opportuno e bilanciato dosaggio di compassione e competenza.

 

Descrivibile come evento a venire, l’istante della morte rimane, tuttavia, sconosciuto, indecifrabile e inattingibile. È così che anche chi sa che la sua fine è imminente in realtà si avvicina sempre di più senza sapere quanto, perché nessuna predizione è mai verosimilmente possibile. Così, posti dinanzi all’assenza di un’ora certa si vive un’inquietudine per certi versi estraniante, per altri feconda in cui si esercita, tuttavia, ancora uno spiraglio di libertà, che consente al morente in bilico tra essere e non essere di non desiderare solo di anticipare la partenza, come una lettura univoca, vorrebbe farci credere, ma anche di dire “grazie a ogni rinvio, a ogni supplemento d’esistenza, a ogni aggiornamento della morte, grazie a ogni nuova ora che il suono della campana gli annuncia; l’uomo mormora in cuor suo: grazie di avermi permesso di vivere fino alle cinque meno un quarto” (V. Jankélévitch, 135). Questo effetto palliativo di un adeguamento univoco alla sola risposta possibile blocca ogni alternativa e sottrae la possibilità di esplorare anche altre vie e come afferma anche Byung-Chul Han, “invece di discutere e di lottare per argomenti migliori, ci si abbandona alle impostazioni del sistema”, ricorrendo ad “analgesici di breve efficacia che si limitano a velare disfunzioni e fallimenti sistemici” (B. C. Han, 2021, 6).

Molti sono coloro, specie in un tempo come il nostro, contrassegnato dal dominio della tecnica, dell’efficienza e del successo materiale, che credono che sperare sia un girare a vuoto nel nastro della vita, come chi corre senza una meta o chi si affanna per qualcosa di palesemente irrealizzabile, ma la speranza è ben diversa dall’illusione, dall’immaginazione, dall’essere abbagliati da qualcosa di indecifrabile e, proprio per questo, fascinoso.

Pur accogliendo in pieno l’idea di chi sostiene che «il contenuto dello sperare eccede il suo essere contenuto nella speranza», diciamo anche che chi spera, spera perché crede, perché ha una certezza, sa che esiste qualcosa o qualcuno per cui valga la pena vivere, spera perché tende verso un termine e trova nel tendere il suo senso.

Questo essere protesi per il e non per la fine della vita umana alimenta il nostro progettare fecondo, aiuta a costruire le solide fondamenta della nostra esistenza che si approssima e si distende tra un inizio e una fine, nella quale nessuno morirà, perché ciascuno è amato prima, oltre sé e a prescindere da sé e continuerà ad esistere non solo nel ricordo di un nostro passato comune, ma anche nei progetti, nelle promesse, nelle parole che, quotidianamente attuiamo e consegniamo alle future generazioni.

 

 

Bibliografia

Adichie C. N., Appunti sul dolore, Einaudi, Torino 2021

Foessel M., La mort en guise de consolation, “Ésprit”, 504 (2023), 24-29.

Han B. C., La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite, Einaudi, Torino 2021.

Jankélévitch V., La morte, Einaudi, Torino 2009.

Morin E., Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana, Mimesis, Milano 2020.

 

 *Donatella Pagliacci, Professoressa Ordinaria di Filosofia Morale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, tra le pubblicazioni più recenti L’io nella distanza. Essere in relazione, oltre la prossimità, Milano 2019; Dignità e vita morale. La via di Agostino, Pisa 2020.

 

 

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