di Elisabetta Patrizi*
La prospettiva della Public History sta gradualmente conquistando le discipline storiche, ivi compreso il comparto della storia dell’educazione, tanto da stimolare la nascita della Public History of Education.
Parole chiave: storia, storia dell’educazione, Public History, Public History of Education, patrimonio storico-educativo
«La conoscenza storica e la sua pratica non possono limitarsi al mondo accademico e scientifico; sebbene esso rimanga il luogo della ricerca e dell’accreditamento di qualità , il “fare storia” riguarda una cerchia ampia di storici, professionali e non»: queste parole di Maurizio Ridolfi (1), rappresentano bene lo stato dell’arte degli studi storici e sottolineano l’urgenza di un cambiamento forte nell’approccio alla storia, richiesto a gran voce di tempi presenti. Non possiamo che concordare con l’opinione di Ridolfi, rilevando come la storia abbia gradualmente perso quell’autorità granitica che le era riconosciuta in passato. Si è creata nel corso degli anni una distanza sempre più evidente tra gli studi storici e lo scenario collettivo, che pone davanti alla necessità di ripensare il discorso storico, individuando canali e forme comunicative in grado di incontrare la società civile, per coglierne interessi e bisogni e per coinvolgerla in modo più o meno diretto nella costruzione del discorso storico.
Da questo tipo di istanze è maturata la proposta della Public History, che ha preso forma alla fine degli anni Settanta del secolo scorso in ambito americano, grazie all’intuizione di Robert Kelley, convinto della necessità di sperimentare nuovi modi di fare storia al fuori dell’ambito strettamente accademico, e grazie anche all’instancabile attività di disseminazione di questa nuova prospettiva di lavoro portata avanti dal collega Wesley Johnson. L’idea di un’history from below, ovvero di una storia al servizio della comunità , nata dall’incontro tra specialisti del settore e non, si è fatta gradualmente strada sino a conquistare lo scenario internazionale, soprattutto a seguito della costituzione dell’International Federation for Public History (IFPH) <https://ifph.hypotheses.org>. Anche in ambito Europeo l’approccio della Public History ha preso piede, come dimostra la nascita del Luxembourg Centre for Contemporary and Digital History (C²DH) <https://www.c2dh.uni.lu> e dell’Asociación española de historia pública <https://www.historiapublica.es> e non da ultimo dell’Associazione Italiana di Public History (AIPH) <https://aiph.hypotheses.org/bevenuti-welcome-ravenna>.
Detto questo, viene da chiedersi: cos’è di preciso la Public History? Non possiamo certamente definirla come un nuovo filone di studi nell’ambito storico, quanto piuttosto come un diverso modo di approcciare e di comunicare la storia, che trova nell’elemento partecipativo la sua vera ragion d’essere. A questo riguardo, giunge in soccorso la definizione avanzata nel 2011 dall’IFPH che ha descritto la Public History come «a field in the historical sciences made up of professionals who undertake historical work in a variety of public and private setting for different kinds of audience worldwide» (2). E in tutto questo, allora, potremmo domandarci ancora, lo storico, o meglio, il public historian che ruolo deve ritagliarsi? Ci pare interessante ciò che è dichiarato a questo proposito nel Manifesto dell’AIPH, laddove si afferma: «Per i public historian è imprescindibile considerare i pubblici, specialisti e non, sia come interlocutori privilegiati sia come possibili protagonisti di originali pratiche di ricerca, contribuendo a restituire agli storici e alla storia un ruolo centrale nell’interpretazione della società contemporanea» <https://aiph.hypotheses.org/3193>.
Naturalmente questo ruolo di “congiunzione” e “ponte” che lo storico nella prospettiva della Public History è chiamato a svolgere per mettere in collegamento sapere storico e “non addetti ai lavori” adotta modalità diverse e funzioni diverse a seconda del particolare filone di studi storici che si va a toccare. Questo vale anche per la storia dell’educazione, che ha di recente messo a tema una particolare declinazione della Public History, che ha preso il nome di Public History of Education e che è stata definita di recente in due distinti manifesti, portatori di due diverse idee di Public History of Education, che pur nella loro specificità rivelano diversi elementi di contatto.
Il primo manifesto, in ordine di pubblicazione, è quello che è stato presentato da Gianfranco Bandini (3), in esso si descrive la Public History of Education come quel particolare approccio alla Public History, attraverso il quale si intende mettere in contatto la storia dell’educazione con tutta la società e soprattutto con le professionalità educative (insegnanti e studenti, educatori, famiglie, dirigenti) e le infrastrutture culturali del territorio (scuole, musei, archivi, biblioteche, enti territoriali). In questa direzione la Public History of Education mira a sviluppare progettualità e momenti di dialogo in cui la conoscenza storica “si mette al servizio” degli effettivi bisogni formativi del contesto sociale e delle sfide che questo è chiamato ad affrontare (ad es. questioni interculturali, ecologiche, migratorie etc.). Il secondo manifesto è stato elaborato da Frederik Herman, Sjaak Braster e Maria del Mar del Pozo Andrés (4) ed include dentro la categoria di Public History of Education tutte quelle iniziative in cui la conoscenza storico-educativa si mette al servizio di pubblici diversificati per dare luogo a processi di riscoperta, narrazione e riappropriazione del passato, capaci di offrire chiavi interpretative utili per affrontare il presente e per costruire il futuro con un retroterra di consapevolezza solido alle spalle.
Va rilevato che, sebbene i due manifesti siano stati pubblicati in tempi molto recenti, essi richiamano pratiche di valorizzazione della conoscenza storico-educativa attiva in modo più o meno consapevole da tempo, specie rispetto agli studi sul patrimonio storico-educativo, con particolare riguardo per i musei della scuola e dell’educazione, che si prestano per statuto ad un approccio Public. A questo riguardo basti ricordare a titolo esemplificativo le numerose iniziative promosse dal Museo della scuola “Paolo e Ornella Ricca” di Macerata, che nel corso degli anni ha sviluppato un programma educativo ad ampio raggio, capace di coinvolgere vari pubblici, da quello delle scolaresche fino a quello delle generazioni più mature, chiamate spesso in causa come testimoni diretti della storia della scuola passata < https://museodellascuola.unimc.it/>.
Il salto di qualità che la storia dell’educazione è chiamato a compiere oggi, però, consiste proprio nell’acquisizione di una presa di coscienza del ruolo che può e deve rivestire presso la società civile, al fine di stimolare processi di esplorazione e narrazione del passato educativo capaci di incontrare la memoria individuale e collettiva, di attivare processi di rielaborazione identitaria di comunità , di incoraggiare la formazione di coscienze più attente e sensibili alla conservazione e alla valorizzazione dei beni culturali della scuola e dell’educazione. Proprio in questa direzione vanno letti, ad esempio, gli interventi presentati durante l’ultimo Congresso della Società Italiana per lo Studio del Patrimonio Storico-Educativo (SIPSE) < http://www.sipse.eu/3-congresso-sipse/>, che si è celebrato lo scorso dicembre e che ha permesso di intavolare un confronto su scala internazionale proprio su queste tematiche, che appaiono foriere di molteplici stimoli positivi e costruttivi, orientati verso una storia dell’educazione vissuta anche al di fuori dei circuiti accademici nel confronto diretto con le sfide del mondo circostante (cfr. il Book of abstracts del Convegno: <https://eum.unimc.it/it/catalogo/825-il-patrimonio-storico-educativo-come-fonte-per-la-public-history-of-education-tra-buone-pratiche-e-nuove-prospettive>) .
Note
1. M. Ridolfi, Verso la Public History. Fare e raccontare storia nel tempo presente, Pisa, Pacini, 2017, p. 5.
2. T. Cauvin, Public History. A texbook of Practise, New York-London, Routledge, 2022, p. 11.
3. G. Bandini, "Manifesto della Public History of Education. Una proposta per connettere ricerca accademica, didattica e memoria sociale", in G. Bandini, S. Oliviero (a cura di), Public History of Education: riflessioni, testimonianze, esperienze, Firenze, Firenze University Press, 2019, pp. 49-51.
4. Ibid., pp. 15-16.
* Elisabetta Patrizi è professore associato di storia della pedagogia e si occupa di storia dei processi educativi, di storia delle istituzioni educative e di trattatistica educativa, con specifico riguardo per il contesto italiano di età moderna e contemporanea (https://docenti.unimc.it/elisabetta.patrizi)
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