di Carla Danani*
La “rivoluzione digitale” va pensata in modo spregiudicato, senza lasciarsi affascinare dalla potenza dei dati, senza confondere tra buon funzionamento e funzionamento buono. Solo così potrà essere rimedio e non veleno. La questione è etica e politica.
Parole chiave: etica, ambiente, digitale, esperienza, pharmakon.
Scenario. Nel 2010 Facebook aveva 500 milioni di utenti e Instagram non esisteva nemmeno, Netflix era disponibile solo negli Stati Uniti e i suoi introiti si basavano ancora principalmente sulla spedizione di DVD via posta, Spotify era invece una curiosa novità che non usava nessuno e, nel complesso, solo il 7% della popolazione globale possedeva uno smartphone (fonte: Wired”, 2020). Poi c’è stata la pandemia globale da Covid19, con la massiccia riorganizzazione da casa dell’attività scolastica e di lavoro, l’utilizzo o l’invenzione di app per la costruzione di reti anche di solidarietà e una spinta inimmaginabile ad una familiarizzazione veloce con le tecnologie dell’informazione superando, per necessità, molte diffidenze. Si è sviluppata una maggiore consapevolezza circa la rilevanza delle tecnologie digitali, forse ancora non si è ben compreso che non si tratta, semplicemente, di strumenti che rendono più facili certe operazioni, ma di un nuovo ecosistema: in cui i comportamenti cambiano, le percezioni e i modi di sentire si trasformano, si stabilizzano nuove abitudini e altre attitudini si atrofizzano, si costruiscono assetti sociali ed economici, e sorgono inedite questioni etiche, politiche e giuridiche. Le tecnologie digitali, che caratterizzano questo tempo, hanno trasformato l’ambiente in cui e di cui si vive: il nostro milieu è diventato più complesso. L’ambiente, però, non è semplicemente qualcosa di esterno all’esistenza ma piuttosto ne è costitutivo, “fa qualcosa” di coloro che lo abitano. Nello stesso tempo, abbiamo la responsabilità del modo in cui lo si abitiamo e lo trasformiamo: rispetto gli assetti di sistema, alla relazione con e tra le alterità che lo popolano, umane e non umane, rispetto ai processi di costruzione del sé personale e delle identità di gruppo che vi sono resi possibili o vengono inibiti.
Questa trasformazione, che è quindi d’ambiente e non di mera implementazione strumentale, è una rivoluzione. L’uso di un linguaggio antropomorfizzante però, per cui si parla ad esempio di “intelligenza artificiale” e si dice che le macchine “imparano”, funziona come una forma di addomesticamento, di familiarizzazione, di riconduzione al già noto, che ne ha “anestetizzato” l’impatto. Eppur la portata della trasformazione, per analogia, è pari a quella che ebbe, ad esempio, la scrittura. Di questa Platone, nel Fedro, ammoniva: che non rafforza la memoria ma serve per richiamare alla memoria di chi già sa le cose su cui verte lo scritto, che non risponde alle domande, che rotola nelle mani di chiunque e non sa quando parlare e quando tacere, che non sa come difendersi ma ha sempre bisogno dell’aiuto del padre dell’Autore. E concludeva che, dato che si ha a disposizione la scrittura, si può e si deve scrivere, ma con la saggezza di chi sa che essa è un pharmakon: può essere rimedio, ma anche veleno. Parafrasando Platone: chi richiama alla necessità di riflettere sulla tecnologia non per questo va accusato di assumere un atteggiamento di rifiuto, perché sta piuttosto invitando a considerare che, nella sua potenza, è un “fratello più debole” – così dice Platone dello scritto rispetto al discorso – e come tale esige che si capisca bene come funziona e quali effetti ha su coloro che lo utilizzano… perché è capace di una “magia”.
Essere all’altezza di questa potenza significa allora resistere a questa “magia”: distinguendo un buon funzionamento da un funzionamento buono, ciò che si può fare da ciò che è bene fare, riproponendo l’interrogazione circa il mondo in cui vorremmo vivere.
La rilevanza delle questioni aperte è solo di rimando tecnologica, ma soprattutto etica e politica: perché in gioco sono i modi in cui l’essere umano comprende se stesso e le forme del proprio essere al mondo con altri – esseri umani, alterità naturali e artificiali –, in cui si rapporta ad essi ed a sé stesso mentre vengono a riconfigurarsi gli ambiti dell’istruzione, della produzione, del lavoro, dei trasporti, dell’informazione, della sanità, dell’alimentazione, del tempo libero, e le stesse modalità attraverso cui si costruiscono i processi della scelta e della decisione.
Osservazione preliminare. È davvero molto “materiale”, la rivoluzione digitale.
Anche se una delle maggiori fascinazioni della tecnologia digitale è l’illusione dell’immaterialità, veicolata anche dal ricorrere di parole come “virtuale”, “dematerializzazione”, “informatizzazione”, essa non esisterebbe senza le proprie infrastrutture: complesse, costose, fatte di server e grandi estensioni di terreno su cui collocarli, di cavi, di quantità di acqua o pompe ad aria per raffreddare i circuiti, di produzione di energia per il funzionamento. C’è quindi tutto un ambiente fisico che rende possibile il digitale e che è concretissimo oggetto di conflitto sociale. Nel distretto di Canelones, in Uruguay, i cittadini stanno ancora protestando contro il progetto di costruzione di un datacenter di Google su 74 acri all’interno del Parque de la Ciencias (una zona franca intesa ad attrarre investitori attraverso alcuni incentivi, tra cui l’esenzione dalle tasse), proprio per l’ingente consumo di acqua in una zona che l’anno precedente aveva subito una gravissima siccità. La stessa preoccupazione è stata espressa per un progetto vicino a Santiago, sempre per il possibile impatto sulle riserve d’acqua della città: anche il Cile non è estraneo a gravi problemi di siccità. Le pressioni di popolazioni e militanti riescono talvolta a far prevedere quote di raffreddamento ad aria, ma questo non significa un azzeramento dell’impatto. Qualcuno ha osservato che, senza clamore, sta accadendo un nuovo fenomeno definibile “colonialismo dei dati”: vale per i data center come per le miniere. Amnesty International stima che nelle miniere illegali della Repubblica Democratica del Congo lavorino, senza alcuna protezione, circa 40.000 minori: il cobalto è un componente fondamentale delle batterie al litio utilizzate per cellulari, tablet, computer e altri strumenti elettronici. Appunto anche questi dispositivi sono del tutto materiali, con le relative questioni di reperimento di materie prime e di accumulo di rifiuti: computer, tablet, telefoni, visori e tutto quanto serve –anche se sempre di più ridotte dimensioni – per farli funzionare.
Materiali sono anche i rapporti di produzione, attraverso cui vengono realizzati e immessi sul mercato hardware, software e i loro aggiornamenti: tempi e luoghi di lavoro, dislocazioni di porzioni di attività in Paesi dove le tutele sono deboli o inesistenti, salari, stipendi, benefit. Materiali sono le mani, gli occhi, i cervelli, i corpi di chi lavora.
Per pensare in modo spregiudicato la rivoluzione digitale, quindi, proprio al fine di abitare al meglio questo ambiente diventato più complesso, bisogna fare i conti con la realtà tutta intera: oltre le narrazioni ideologiche di cui sembrano soffrire sia i paladini del buon tempo antico sia coloro che, in nome della potente novità, pretendono di sottrarre ogni legittimità al sorvegliamento critico. “Nuovo” non coincide certo con cattivo, però neppure con buono.
Trasformazioni. Chi cerca di mettere a fuoco quali trasformazioni siano accadute e siano in corso si accorge che è difficilissimo prevedere gli sviluppi futuri di questa corsa all’innovazione. Ciò non giustifica una rinuncia a pensare in modo spregiudicato, o ritenersi esonerati da ogni responsabilità: anzi! Piuttosto esige che la riflessione e la discussione diventino più approfondite, più diffuse, sempre più pubbliche.
Dobbiamo essere consapevoli, in primo luogo, che il digitale è tutt’altro da una disintermediazione totale: non è l’accesso immediato, à la carte, a tutto in qualsiasi momento si voglia. Si tratta anzi di una nuova, inedita forma di intermediazione, che non si vede e non si sceglie. Avviene attraverso l’algoritmo: un certo modo di governare il flusso delle informazioni e, quindi, di costruire le narrazioni. Queste, a propria volta, producono evidenza e motivano l’agire, con effetti confermativi ben al di là della loro qualità, non solo grazie alla potenza diffusiva della rete, ma all’esercizio della profilazione: attraverso l’attività che facciamo in rete veniamo sempre meglio identificati e le notizie che ci arrivano sono selezionate sulla base delle tracce che abbiamo lasciato. Ciò di per sé potrebbe anche essere inteso come un aiuto per trovare quel che cerchiamo e tuttavia rischia di vanificare una delle promesse della rete, ovvero l’accesso a tutte le informazioni disponibili. Si sviluppano infatti i fenomeni ormai noti con i nomi di filter bubbles ed echo chambers: ci si imbatte solo in ciò che è coerente con l’orizzonte delle convinzioni che già abbiamo, troviamo solo quello che abbiamo già cercato, e ogni nuova informazione non fa che andare a conferma. Bisogna allora essere attenti al pericolo di perdere la capacità di incontrare, apprezzare e confrontare la differenza, la capacità di cambiare idea: problema non da poco, in società sempre più accelerate, complesse, plurali. Problema non da poco, in un contesto che è stato ben caratterizzato come "capitalismo della sorveglianza" (Shoshana Zuboff, 2019). Si potrebbe osservare che a tutto ciò si dà esplicitamente il proprio consenso, quando si utilizzano le piattaforme. Ma l’obiezione ad hominem non tiene conto che, in proporzione al numero di volte in cui le si incontra, si stima che servirebbero 72 giorni lavorativi all’anno per leggere le dichiarazioni preventive di consenso di cui si riceve la richiesta di accettazione. La contraddizione sembra strutturale.
Grande attenzione va inoltre riservata alla trasformazione che investe le stesse forme spaziali e temporali del fare esperienza. Da un lato la promessa del villaggio globale sembra render accessibile tutto e subito, dall’altro la navigazione in rete consente un’evasione che illude di potersi sostituire ad ogni spostamento, confondendo lontano e vicino, dentro e fuori, perimetri e proporzioni. Dall’altro il tempo, accelerato, sembra infinitamente replicabile e quindi a disposizione: tutto può essere registrato e immagazzinato, si può rimandare e riprendere, mentre intanto si è indotti a privilegiare l’istantaneo al riflesso, in un presente che non trova spessore e di cui perciò si cerca testimonianza nei selfie, con conseguenze anche sui modi dell’attenzione e dell’apprendimento.
La tecnologia digitale, insomma, sta trasformando secondo modalità inedite ciò di cui facciamo esperienza e il modo in cui la facciamo: che cosa – ci – accade, in questa trasformazione? Come abitarla? Vanno rinvigorite capacità di riflessione e saggezza dell’agire. Per questo è necessario un grande sforzo di formazione, e le humanities hanno un contributo indispensabile da portare: per saper fruire della rivoluzione digitale in modi che siano di fioritura per l’umano, per esigere che il sapere tecnico progetti e l’impresa costruisca secondo criteri di beneficenza e non maleficenza, per mobilitare un nuovo “marciapiede pubblico” affinché la tecnologia non sia una nuova forma estrattiva di sfruttamento e creazione di scarti, ma veicolo di sostenibilità e liberazione per tutti e tutte.
* Carla Danani è docente di Filosofia Morale all’Università di Macerata; qui insegna anche Filosofia Politica, Filosofia dell’Abitare ed Etica dell’ambiente digitale. Dirige la Scuola di Studi Superiori “G. Leopardi” (https://docenti.unimc.it/carla.danani)

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