Presente, passato e futuro

 * di Francesco Orilia

Per l’odierna fisica relativistica, non c’è un tempo assoluto con un presente, un passato e un futuro oggettivi. Le implicazioni filosofiche sono profonde e meritano la massima attenzione.

Parole chiave: tempo, scienza, senso comune, eternismo, presentismo.


Nella nota 37 del suo fortunato libro L’ordine del tempo (Adelphi, 2017), il fisico Carlo Rovelli cita tre importanti colleghi disposti ad andare controcorrente ed ammettere «un tempo privilegiato e un presente reale»: Lee Smolin, George Ellis e Samy Maroun. Con quest’ultimo, Rovelli ha scritto un articolo che esplora «la possibilità di riscrivere la fisica relativistica distinguendo il tempo che guida il ritmo dei processi da un ‘vero’ tempo universale» (Universal Time and Spacetime ‘Metabolism’, 2015, http://smc-quantumphysics.com/pdf/version3English.pdf). Rovelli ammette che questo tentativo è «difendibile» e tuttavia non ritiene «fertile» perseguirlo; meglio quindi proseguire, questo viene suggerito, nel tracciato della teoria della relatività senza tale riscrittura e quindi senza un presente reale. Ma cosa significa veramente che non c’è un presente reale?

Una risposta radicale consiste nel dire che non c’è un presente reale, perché il tempo non esiste realmente, ossia oggettivamente, indipendentemente dalla mente. È puro fenomeno soggettivo: se non ci fossero soggetti coscienti, che esperiscono come presenti gli accadimenti in cui sono immersi, come passati i loro ricordi, e come future le loro aspettative, non ci sarebbe niente che è presente, così come niente che è passato e futuro. Non è che non ci sarebbe la pioggia che sto osservando attraverso il vetro della mia finestra; ci sarebbe, ma non sarebbe presente. Così come ci sarebbe, ma non sarebbe passato, il sorgere del sole del 26 Ottobre 1860 a Teano, e ci sarebbe, ma non sarebbe futuro, il tramonto del sole del 4 Novembre 2100 a Palermo. Questo è il punto di vista della tradizione idealista, ascrivibile a Kant ed Hegel e poi difeso con una controversa argomentazione da John Ellis McTaggart, in un famoso articolo del 1908, The Unreality of Time («Mind», 17, pp. 457-474).

Una risposta meno radicale è quella della cosiddetta teoria statica del tempo, sviluppata a partire da Bertrand Russell. Il tempo esiste realmente, ma solo nel senso che momenti ed eventi sono oggettivamente ordinati da relazioni quali precedenza e simultaneità, senza che nessuno degli elementi così ordinati sia oggettivamente presente, passato o futuro. Si possono però vedere come tali in un senso soggettivo. La pioggia che sto osservando è presente in quanto simultanea al mio pensare questi pensieri e scrivere queste parole; il sorgere del sole del 26 Ottobre 1860 a Teano è passato in quanto li precede; il tramonto del sole del 4 Novembre 2100 a Palermo è futuro in quanto essi lo precedono. Questa stessa pioggia è però futura per Garibaldi che si accinge al fatidico incontro di Teano, mentre per lui è presente il sorgere del sole del 26 Ottobre 1860 e passato il tramonto del giorno prima. Analogamente, per noi la Terra è qui, mentre la stazione spaziale che vi orbita intorno è lontana, mentre per gli astronauti nella stazione la Terra è lontana e il loro qui è la stazione.

Se non ci sono un presente, un passato e un futuro oggettivi, non c’è nemmeno il passare del tempo, il suo scorrere. Che cos’è infatti questo scorrere del tempo? È il diventare via via meno futuri dei momenti ed eventi futuri, fino al loro essere presenti, per poi divenire sempre più passati. In un articolo sul Domenicale del Sole 24 Ore del 30/12/2012 Rovelli ci racconta che, nella settimana precedente, un vivace congresso interdisciplinare ha riunito studiosi di campi che vanno da fisica e filosofia fino a psicologia e antropologia per interrogarsi sulla domanda: «Ma il tempo scorre davvero?». Rovelli riporta

 

una insospettata convergenza: dopo una settimana di animate discussioni è emerso un certo consenso su una risposta negativa alla domanda del titolo: «No, non ci serve una fisica fondamentale del "passaggio del tempo"». Un po' come dire: «il tempo, in fondo, non passa davvero».

 

Rovelli conclude relegando il presente oggettivo e lo scorrere del tempo al rango di convinzioni radicate quali la piattezza della Terra e il girare del sole intorno ad essa, che si rivelano errate alla luce del progresso scientifico.

È opinione comune tra i filosofi che indagano sul tempo che il punto di vista presentista, secondo il quale esiste solo ciò che è presente, sia parte del senso comune, così come presumibilmente una volta ne erano parte il terrapiattismo e il geocentrismo. Una recente indagine di filosofia sperimentale condotta nell’università di Macerata ha in effetti supportato tale opinione (Graziani, E., Orilia, F., Capitani, E., Burro, R., Common-Sense Temporal Ontology: An Experimental Study, «Synthese», 202, art. 193, 2023). Il presentismo presuppone precisamente il presente oggettivo e lo scorrere del tempo, che sarebbero quindi parte del senso comune. Una parte che però andrebbe eradicata perché illusoria, alla luce di quello che afferma Rovelli. Il quale di fatto sponsorizza una visione perfettamente antitetica al presentismo, l’eternismo: esistono alla stessa stregua tutti gli eventi di tutti i momenti del tempo; questa pioggia che sto osservando, tanto quanto la morte dell’ultimo dinosauro e la trasformazione del nostro sole in buco nero. Il punto di vista di Rovelli è in linea con quello che sostiene la maggior parte dei fisici che si interrogano con consapevolezza filosofica sulla natura del tempo e dei filosofi del tempo di scuola analitica.

Abbandonare il presentismo a favore di una visione eternista ha però conseguenze ben più profonde del liberarsi di terrapiattismo e geocentrismo. Riguarda noi stessi in un senso molto intimo.

In primo luogo, dal punto di vista presentista, effettivamente sussiste un fatto che ciascuno di noi presumibilmente assume senza rifletterci, ossia di esistere tutto intero qui e ora; al contrario, dal punto di vista eternista, siamo frammentati in una serie di noi stessi esistenti nei diversi momenti in cui si dipana l’intera nostra vita. Ci sono, per esempio, un Borges settantenne di un giorno di Febbraio del 1969 a Cambridge e un Borges ventenne nel 1918 a Ginevra; il grande scrittore argentino immagina un loro conturbante incontro nel racconto L’altro.

In secondo luogo, che cosa ne è dal punto di vista eternista della visione che abbiamo di noi stessi come agenti liberi e responsabili delle nostre azioni, che deliberano in una certa maniera, ma avrebbero potuto deliberare altrimenti? Tra tutti gli eventi di tutti i tempi, c’è per esempio, la risposta di Garibaldi – «Obbedisco» – a Vittorio Emanuele II il 26 Ottobre 1860 a Teano. Se è così, Garibaldi avrebbe mai potuto rispondere diversamente? Dal punto di vista presentista, invece, l’evento della risposta non esiste quando Garibaldi sta deliberando su cosa rispondere ed arriva all’essere solo quando Garibaldi risponde, presumibilmente come effetto della sua deliberazione, per poi cessare di esistere.

Infine, per comprendere il senso intimo dell’abbandonare con consapevolezza il presentismo, vale la pena soffermarsi su eventi “senzienti”, che coinvolgono come partecipanti esseri viventi con sensazioni, pensieri, aspettative, desideri, e in particolari stati di piacere e di dolore. Da un punto di vista eternista, tutti gli eventi senzienti dolorosi che sono per noi passati esistono; per esempio, l’atroce dolore di una povera vittima torturata ad Auschwitz. Questo terribile evento senziente è parte della realtà, anche se è lontano da noi nel tempo, così come è lontana nello spazio la stazione aerospaziale che orbita intorno alla terra. Dal punto di vista presentista, invece, questo evento senziente non è parte della realtà. Lo è stato, purtroppo, ma non lo è, per fortuna. È una differenza fondamentale. Se ci si concentra seriamente su di essa in modalità empatica, la prospettiva presentista dovrebbe risultare più confortante di quella eternista. (Per un approfondimento di questi punti, si veda F. Orilia, On the Existential Side of the Eternalism-Presentism Dispute, «Manuscrito: revista internacional de filosofía», 39, n. 4, 2016, pp. 225- 254,  http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_issuetoc&pid=0100-604520160004&lng=en&nrm=iso).

Queste considerazioni mi fanno apparire come altamente desiderabile il presentismo, piuttosto che l’opposta concezione eternista, per quanto questa appaia favorita dalla scienza. La filosofia non può ignorare il progresso scientifico. Però Rovelli stesso, come abbiamo visto all’inizio, ci suggerisce la percorribilità di una riscrittura della fisica relativistica, che la rende compatibile con il presentismo. Alla luce della maggiore desiderabilità del presentismo, mi sembra una strada da percorrere.

* Francesco Orilia è professore ordinario di Filosofia e Teoria dei Linguaggi nella classe delle lauree in filosofia dell’università di Macerata. I suoi principali interessi di ricerca riguardano la teoria del riferimento, la filosofia della logica, l’ontologia analitica e la filosofia del tempo.

https://docenti.unimc.it/francesco.orilia








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