Quale Umanesimo? Tra filosofia e letteratura

 di Andrea Fiamma*

L’articolo invita a riconsiderare le categorie storiografiche di “medioevo” ed “umanesimo” se impiegate in storia della filosofia, con un focus sulla specificità della produzione letteraria e filosofica del Petrarca.
Parole chiave: Medioevo, Umanesimo, Letteratura, Averroismo, Petrarca

Nella seconda metà del Novecento, tra gli specialisti di storia della filosofia, storia della letteratura e filologia umanistica, si sviluppò un dibattito, in parte ancora in corso, in merito alla natura del cosiddetto “Umanesimo”: se, cioè, quel movimento culturale e civile di metà e fine XV secolo, di cui si ha traccia in special modo nella penisola italiana, dovesse essere considerato come un episodio della mera storia della letteratura italiana o se esso avesse, in un certo qual modo, rilevanza filosofica. Perdipiù, neppure era chiaro se dovesse essere inteso nell’arco della tradizione medievale – filosofica o meno –, alla quale, in effetti, appartiene in termini di coordinate temporali, oppure se fosse da inquadrare nell’epoca della cosiddetta “modernità”. In effetti, talune convinzioni proprie dell’umanesimo e le nuove pratiche, come il recupero della produzione letteraria latina e greca, sembravano far segno ad una maniera “nuova” di intendere la cultura (cf. C. Celenza, Il Rinascimento perduto. La letteratura latina nella cultura italiana del Quattrocento, Roma 2014).

In effetti, gli stessi umanisti avevano più volte posto in discussione la loro continuità rispetto alla tradizione precedente, esprimendo l’auspicio di un rinnovamento dell’aristotelismo medievale, insegnato nelle Università, ritenuto, da loro, incapace di rendere ragione delle trasformazioni della società del “Quattrocento”. Per queste e altre caratteristiche – quali, ad esempio, una notevole attenzione all’estetica letteraria, in una misura tale da non essere ravvisata nel precedente “Medioevo” –, alcuni storici hanno preferito isolare l’Umanesimo rispetto alla tradizione medievale (cf. W. Jaeger, Humanistische Reden und Vorträge, Berlin 1960). Inoltre, costoro hanno sostenuto che lo spiccato anti-aristotelismo degli umanisti era un segnale evidente della loro allergia alla filosofia: questo sarebbe mostrato anche dalla loro scelta di optare per generi letterari non in uso tra i filosofi, come la poesia e il racconto letterario. Pertanto, pur riconoscendo talune influenze non soltanto della tradizione medievale, ma anche della filosofia “medievale” sugli umanisti, secondo costoro, con il “Quattrocento” sarebbe stato finalmente possibile tracciare una linea di demarcazione tra i “secoli delle cattedrali” e l’epoca nuova (E. Garin, Rinascite e rivoluzioni. Movimenti culturali dal XIV al XVIII secolo, Roma-Bari 1975).

Gli effetti dell’onda lunga di questo complesso giudizio storiografico, presto divenuto “pregiudizio”, si possono constatare fino ai giorni nostri, considerando, ad esempio, che un numero rilevante di manuali ad uso universitario della disciplina di ‘Storia della filosofia medievale’ arresta la propria esposizione dei pensieri dei filosofi agli autori vissuti nel secolo XIV. Se per la maggior parte degli storici tout court la data del 1492 conserva ancora una qualche valenza come confine tra la storia medievale e quella moderna, per i loro omologhi storici della filosofia essa sembra, invece, del tutto inadatta: molti preferiscono anticiparla di un secolo, cioè prima dell’apparizione dell’Umanesimo, concludendo il loro percorso con la diffusione dell’ockhamismo nelle Università. Restano, pertanto, esclusi dagli studi di filosofia medievale non soltanto Leonardo Bruni e Lorenzo Valla, ma anche Nicola Cusano e Pico della Mirandola – in merito al retroterra storiografico in cui è maturata questa scelta, andrebbe verificato quanto ha inciso la nozione di “scolastica” e, con essa, la tendenza a far coincidere la storia della filosofia medievale con la filosofia nelle Università, cf. R. Quinto, Scholastica. Storia di un concetto, Padova 2001; M. Forlivesi, “The Historical Development of the Notion of ‘Scholastic Philosophy’: An Underestimated Historiographical Problem”, in I. Agostini, S. Langella, R. Ramis Barceló (eds.), Che cos’è la seconda scolastica, Madrid-Porto 2023, pp. 83-132).

Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni, la storiografia, in special modo di matrice filosofica, ha sfumato l’impiego di queste stesse categorie, evidenziandone l’incapacità di cogliere, con il loro intento definitorio, movimenti e tendenze che a ben vedere appaiono fluide e non sempre definibili. È stato riconosciuto, ad esempio, il valore filosofico delle composizioni letterarie e poetiche degli umanisti, è stato indagato il debito che essi nutrivano nei confronti della filosofia, è stato mostrato che essi stessi intesero formulare una visione dell’uomo e del cosmo non banalmente “nuova”, bensì radicata in fonti antiche e medievali – P.O. Kristeller, La tradizione classica nel pensiero del Rinascimento, Firenze 1965 e R.G. Witt, “In the Footsteps of the Ancients”. The Origins of Humanism from Lovato to Bruni, Leiden-Boston-Köln 2000. È stata evidenziata, per giunta, la rilevanza della educazione universitaria per la loro formazione, così l’edificazione delle loro concezioni metafisiche (A. Fiamma, Nicola Cusano da Colonia a Roma (1425-1450). Università, politica e umanesimo nel giovane Cusano, Münster 2019).

Viceversa: meno indagata – ma, ad oggi, altrettanto nota – è stata la dimensione proto-umanistica che è possibile rinvenire negli autori “medievali”. Da Abelardo alla scuola di Chartres il pensiero medievale è carico di un potenziale letterario, di tendenze stilistiche innovative ma anche di ritorno all’antico, che sono state troppo a lungo considerate non all’altezza delle produzioni umanistiche – e, dunque, a queste ultime imparagonabili. Eppure, i canoni stilistici per la definizione “medievale” del “bello” nell’espressione orale e scritta erano segnati dal tentativo di imitare la latinità romana, in special modo Cicerone e Seneca, proprio come avveniva a metà Quattrocento: fin dall’Alto Medioevo, la retorica è impiegata nei contesti più diversi, come nell’esegesi delle metafore presenti nella Sacra Scrittura; inoltre, si evidenzia un utilizzo mirato e cosciente del verso poetico nell’elogio della filosofia nella Consolatio di Boezio fino ad Alano di Lilla e lo stesso Dante.

C’è, tuttavia, un autore che, più di ogni altro, anticipa le istanze umanistiche, che si vorrebbero non-medievali, e, al contempo, presenta i caratteri tipici della riflessione filosofica e teologica nel Medioevo: Francesco Petrarca. Per le prime, è possibile menzionare l’uso petrarchesco del volgare, i versi virgiliani che si apprezzano già nelle opere giovanili, il Canzoniere, mentre, per i secondi, i temi morali nelle Epistolae e nel De remediis utriusque fortunae, ma anche l’agostinismo del Secretum, la riflessione su solitudine e contemplazione nel De vita solitaria e nel racconto della propria “ascesa” spirituale a Dio sul “Monte Ventoso”. Numerosi sono stati gli studi sull’Umanesimo del Petrarca, non soltanto di impronta filologica e letteraria, la cui complessità scoraggia qualsiasi tentativo di sintesi praticabile in questa sede – tra i più noti, Cfr. G. Billanovich, Petrarca letterato. I, Lo scrittoio del Petrarca, Roma 1947; Id., La tradizione del testo di Livio e le origini dell’Umanesimo, vol. 1, Padova 1981; Id., Petrarca e il primo umanesimo, Padova 1996. Non è possibile, comunque, eludere il carattere “medievale” delle sue composizioni, le quali, però, al contempo, sono da connotare alla stregua delle opere degli “umanisti”.

Nel contesto di questa riflessione merita una particolare menzione il De sui ipsius et multorum ignorantia, scritto completato da Petrarca nel 1368, che egli sviluppò allo scopo di respingere lo scherno portato contro di lui da alcuni “averroisti” bolognesi, quali Leonardo Dandolo, Tommaso Talenti, Zaccaria Contarini e Guido da Bagnolo. Questi, raccolti nella casa di Donato Albanzani, destinatario della lettera dedicatoria del Petrarca, lo avrebbero accusato di ‘ignoranza’ e di non comprendere la filosofia di Aristotele. Sembra che nelle righe di questo scritto si sia cristallizzata la polemica dei “filosofi” contro il nascente umanesimo. Finalmente, però, è concessa agli “umanisti” la possibilità di una controargomentazione.

Petrarca, nella sua replica, intese mostrare che l’accezione di ‘filosofia’ assunta dagli ‘averroisti’ bolognesi era alquanto ristretta in quanto costoro sarebbero stati allergici alla retorica e all’eloquenza, le quali arti erano invece da includere nel discorso filosofico; non a caso, esse erano già apprezzate da Platone e Aristotele. La discussione sulle posizioni degli ‘averroisti’ si sposta poi sulla identificazione di un modello alternativo di humanitas, che nell’ottica del Petrarca è da considerare come maggiormente aderente alla tradizione filosofica rispetto a quanto non lo fosse la filosofia “averroista” dei bolognesi: quest’ultima, nella lettura petrarchesca, avrebbe finito per ridurre l’uomo alle sue facoltà intellettive, ponendo in secondo piano tutti quegli aspetti morali, che per Petrarca erano tipici dell’umano – Tale giudizio del Petrarca non può essere qui oggetto di discussione. Ci limitiamo a far notare che, contrariamente a quanto da lui sostenuto, anche il cosiddetto “averroismo” prestava attenzione ai temi etici e alla retorica, tuttavia in una chiave non religiosa, che Petrarca, dalla sua prospettiva, non poteva tollerare. Per Petrarca, l’umanesimo è “vera” filosofia, poiché maggiormente riflette la pluralità dell’umano. La posizione petrarchesca ha avuto una eco rilevante in età moderna, ma non nei menzionati dibattiti sulla rilevanza filosofica dell’umanesimo, essendo quasi assente. Bisognerà attendere soprattutto gli studi di C. Vasoli, “Intorno al Petrarca ed ai logici moderni”, in A. Zimmermann (ed.), Antiqui und Moderni. Traditionsbewußtsein und Fortschrittsbewußtsein im späten Mittelalter, Berlin 1974, p. 142-154; “Petrarca e i filosofi del suo tempo”, Quaderni Petrarcheschi, 9-10 (1992-1993), pp. 75-92.


* Andrea Fiamma è docente a contratto di Storia della filosofia medievale presso l’Università di Macerata per l’a.a. 2024/2025 (https://docenti.unimc.it/andrea.fiamma)


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