Il presente percepito

 di Ernesto Graziani*

Parole chiave: esperienza, percezione, presente specioso, memoria, tempo.

In questo intervento illustro il paradosso dell’esperienza temporale e le diverse teorie del presente percepito elaborate per risolverlo.


Se è vero che la meraviglia sorge per lo più di fronte a fenomeni fuori dal comune, è talvolta possibile provare meraviglia anche di fronte a ciò che è del tutto comune. Infatti, anche ciò che ordinariamente non sembrerebbe degno di particolare attenzione cela talvolta problemi filosofici che aspettano solo di essere portati alla luce. In particolare, riflettendo su un qualche fenomeno o concetto, è possibile talvolta rendersi conto di avere su di esso un insieme di credenze inconsistenti, sebbene ciascuna di esse, considerata isolatamente, sembri plausibile e condivisibile. Questo tipo di situazione si presenta emblematicamente nella riflessione filosofica sul presente percepito, o presente fenomenico, cioè sul presente in quanto oggetto della nostra percezione. In questo contesto, una inconsistenza tra credenze emerge dalla considerazione di fenomeni temporali quali l’accadere di un evento avente una certa durata, la successione di eventi, il cambiamento e la stasi (cioè, la permanenza di uno stato o proprietà).

Di tali fenomeni temporali acquisiamo consapevolezza innanzitutto mediante la percezione sensoriale. Tuttavia, sono da distinguere due modi in cui la percezione ci permette di acquisire tale consapevolezza. Certi fenomeni temporali vengono da noi conosciuti grazie all’intervento, congiunto alla percezione, della memoria e del ragionamento. Per esempio: guardo nel portafrutta e vedo la banana che cinque giorni fa era verde – lo ricordo perfettamente – è ora di un bel giallo e così inferisco che c’è stato un cambiamento nel colore della banana. In altri casi, tuttavia, noi siamo capaci di renderci conto del verificarsi di un fenomeno temporale mediante la sola percezione – o così, per lo meno, sembrerebbe. Per esempio, vedo il movimento delle mie mani sulla tastiera del mio computer mentre digito le parole di questo intervento per Philoblog; poi, per qualche secondo distolgo lo sguardo dal computer e, voltatomi verso la finestra, lo dirigo verso il tetto di fronte, dove vedo un piccione che cammina sul bordo del tetto e poi spicca il volo; mi prendo una pausa dalla scrittura e ascolto una canzone, percependo il susseguirsi delle note e il loro prolungarsi per certi intervalli di tempo. In questi casi, io vedo le mie mani scorrere sulla tastiera, vedo il piccione camminare e volare, sento le note susseguirsi o perdurare attraverso il tempo, e – a quanto pare – non ho alcun bisogno della memoria per rendermi conto che tali fenomeni temporali si stiano verificando. Tali fenomeni temporali sarebbero quindi oggetto di percezione diretta: verrebbero conosciuti mediante la sola percezione, cioè, senza l’intervento o mediazione della memoria (e della ragione).

          La percezione diretta dei fenomeni temporali, se da un lato parrebbe costituire uno degli aspetti più basilari della nostra esperienza del mondo, dall’altro conduce ad un rompicapo filosofico di non poco conto, talvolta chiamato paradosso dell’esperienza temporale. Di cosa si tratta? Stando al senso comune, sembrerebbe che l’attività della nostra mente e il suo contenuto siano sempre istantanei, nel senso di temporalmente inestesi. Questo non significa – si badi bene – che atti e contenuti mentali non possano avere una durata, ma che l’attività mentale consiste in un susseguirsi di atti istantanei, con contenuti parimenti istantanei, che concatenandosi nel tempo formano il flusso di coscienza. La credenza nell’inestensione temporale della mente sembra plausibile e parte del senso comune. Tuttavia, come si è rilevato in precedenza, sembra che noi siamo in grado di percepire direttamente fenomeni temporali e questi sono enti che non possono esistere per intero in un istante, ma solo in un lasso di tempo con una certa estensione. Per esempio, il passaggio dal rosso al verde di un semaforo occupa un momento in cui il semaforo segna rosso e uno, diverso dal primo, in cui segna verde. Anche il persistere del rosso comporta che vi sia un momento in cui il semaforo segna rosso e un momento, diverso, in cui continua a segnare rosso. E considerazioni analoghe possono essere fatte anche per gli altri tipi di fenomeni temporali. Anche questa tesi sembrerebbe molto plausibile e parte del senso comune. Ora, se siamo capaci di percepire direttamente fenomeni temporalmente estesi, allora la nostra stessa attività mentale e i suoi contenuti devono essere temporalmente estesi. Altrimenti, di un fenomeno temporale, potremmo percepire soltanto singole fasi istantanee e mai potremmo percepirlo nella sua interezza. A questo punto, però, ci ritroviamo con due credenze tra loro inconsistenti: da un lato, crediamo che l’attività mentale e il suo contenuto siano istantanei; dall’altro lato, crediamo che essi debbano essere anche temporalmente estesi. Chiaramente, qualcuna delle assunzioni, esplicite o implicite, che portano a questa inconsistenza deve essere abbandonata. Ma quale?

I filosofi, come in genere accade, hanno risposto in modi discordanti e, per motivare la scelta di abbandonare o tenere l’una o l’altra assunzione, hanno elaborato diverse teorie del presente percepito e di come sia possibile acquisire consapevolezza dei fenomeni temporali, focalizzandosi, tra questi, soprattutto sul caso del mutamento.

 Le teorie del presente percepito possono essere distinte in due gruppi: le teorie dell’istantanea e le teorie del presente specioso. Stando alle teorie dell’istantanea (snapshot theories), il flusso di coscienza è costituito da una successione di atti mentali istantanei, ognuno dei quali rappresenta uno stato istantaneo, proprio come fa una fotografia. Per poter affermare ciò, i sostenitori di questo approccio negano che vi sia percezione diretta dei fenomeni temporali. Due sono le principali teorie dell’istantanea: la teoria della memoria e la teoria cinematica. Secondo la teoria della memoria, la consapevolezza dei fenomeni temporali è prodotta dalla collaborazione di percezione e memoria a breve termine, senza, tuttavia, il coinvolgimento di processi inferenziali. Ciò è possibile, secondo alcuni sostenitori di tale approccio, in virtù del fatto che la memoria a breve termine avrebbe un contenuto qualitativamente non distinguibile in modo netto da quello percettivo, cosicché il soggetto sarebbe capace di produrre una rappresentazione mnestico-percettiva di porzioni temporalmente estese dei fenomeni temporali. Secondo la teoria cinematica, invece, la percezione dei fenomeni temporali è riducibile alla consapevolezza dei nostri contenuti percettivi istantanei e delle relazioni temporali intercorrenti tra essi: secondo i sostenitori di questo approccio, la percezione dei cambiamenti nel mondo reale presenta un’analogia con quelli ritratti nei film, dove essi consistono semplicemente in una sequenza di fotogrammi, ciascuno dei quali ritrae uno stato istantaneo (da tale analogia deriva il nome della teoria stessa).

Alle teorie dell’istantanea si contrappongono le teorie del presente specioso (specious present theories). La tesi di fondo di queste ultime è che il presente percepito manifesta una estensione temporale apparente, dall’ampiezza di circa un secondo, attraverso la quale siamo capaci di percepire direttamente, nella loro interezza, fenomeni temporali dall’ampiezza temporale appropriata. Il nostro flusso di coscienza, che può includere, per esempio, la visione di una intera partita di calcio o l’ascolto di una intera sinfonia, è formato dalla sequenza di questi atti di percezione apparentemente estesi. La concezione del presente specioso ha due versioni principali: estensionalismo e ritenzionalismo. Secondo l’estensionalismo (extensionalism), i nostri atti percettivi e i loro contenuti non solo appaiono estesi, ma lo sono realmente: l’idea alla base di questa tesi è che la migliore spiegazione dell’apparente estensione temporale del presente percepito è che esso sia realmente esteso nel tempo. Secondo il ritenzionalismo (retentionalism), invece, il presente percepito, pur apparendo temporalmente esteso, in realtà non lo è. Come è possibile questo? La nostra percezione si esplica in due tipi di atto: da un lato vi è la percezione attuale, con cui la mente rappresenta ciò che accade nell’istante presente (per semplicità, trascuriamo il fatto che gli eventi del mondo circostante vengono sempre percepiti in ritardo rispetto al loro verificarsi), dall’altro lato vi è la ritenzione, che è una rappresentazione di ciò che è stato già percepito attualmente e viene mantenuto nella coscienza, con l’aggiunta, però, di un carattere di apparente precedenza in virtù del quale il contenuto ritenuto appare come precedente rispetto ciò che è percepito attualmente, pur essendo in realtà simultaneo ad esso. Maggiore è il tempo per cui un certo contenuto è ritenuto, maggiore è il carattere di apparente precedenza che esso acquisisce (trascorso circa un secondo, la finestra temporale del presente specioso, i contenuti delle ritenzioni diventano oggetto della memoria). Dunque, ad ogni istante, abbiamo una percezione attuale di ciò che accade in quell’istante e una serie di ritenzioni relative a ciò che è accaduto in precedenza: in tal modo la nostra mente è capace di percepire, in un istante, ciò che occupa un lasso di tempo esteso, e questo spiega come sia possibile per noi percepire direttamente fenomeni temporali.

Per sostenere, o attaccare, le teorie qui descritte, e altre che per ragioni di spazio ho trascurato, sono state elaborate argomentazioni basate non solo su analisi fenomenologiche del nostro mondo percettivo, ma anche sui risultati della psicologia sperimentale e della neuroscienza cognitiva, nonché argomentazioni che hanno messo in luce le connessioni del tema del presente percepito con il più generale dibattito sulla natura della percezione e con quello sulla natura del tempo. A coloro che fossero interessati ad approfondire questo complesso ma interessantissimo dibattito consiglio la lettura dei seguenti testi:

Barry Dainton, Temporal Consciouness, The Stanford Encyclopedia of Philosophy, https://plato.stanford.edu/entries/consciousness-temporal/

Daniele Cassaghi, Esperienza temporale, Aphex, https://www.aphex.it/percezione-temporale/


Ernesto Graziani è cultore della materia presso l’Università di Macerata e docente di filosofia e storia nella scuola secondaria.







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