Possiamo essere felici?

di Greta Mancini*

Parole chiave: Rousseau, felicità, società, educazione, morale.

Qualche riflessione su come l’umanità abbia perduto l’occasione di essere felice, le difficoltà di vivere bene insieme e l’importanza della formazione morale per la scoperta di un’autentica felicità, a partire da J.J. Rousseau.

Rousseau è stato per tutta la vita una frazione alla ricerca dell’intero, ha rappresentato la scissione e la fragilità umane, ma soprattutto ha vissuto, in tutte le sue contraddizioni, il continuo ed estenuante compito della ricerca. In questo senso, rappresenta il filosofo per eccellenza. Considerato un uomo di paradossi, va sempre contro l’opinione predominante e, nel suo procedere, abita le contraddizioni umane: ama la tranquillità della natura, ma decide di trasferirsi a Parigi, è timido nelle occasioni ufficiali e spregiudicato quando scrive, dice di amare una sola donna per tutta la vita ma si concede numerose avventure amorose, vive l’Illuminismo eppure è un romantico. 

Ma c’è una contraddizione ancor più radicale che lo contraddistingue e che propone nel Discorso sull’origine della disuguaglianza fra gli uomini (1755), quella relativa all’opposizione tra uomo naturale e uomo civile. Se il primo vive tranquillo e ozioso assaporando il gusto della libertà, il secondo si agita e tormenta tenendosi sempre occupato: «L’uomo selvaggio e l’uomo incivilito differiscono talmente, nel fondo del cuore e delle inclinazioni, che ciò che forma la felicità suprema dell’uno, ridurrebbe l’altro alla disperazione» (Discorso sull’origine della disuguaglianza fra gli uomini, Bur, Milano 2022, p. 166). 

La natura, dunque, ha fatto l’uomo felice e buono, autonomo e solo, appagato dall’amor di sé, quel sentimento naturale che lo spinge a vegliare sulla propria conservazione. L’uomo naturale non ha tecnica, usa il corpo per ottenere quello che vuole, non ha scienza, il suo cuore nulla gli domanda se non la necessità di rimanere vivo. 

L’umanità sembrerebbe avere tutte le caratteristiche per essere felice, eppure, accade qualcosa. Le difficoltà della vita aumentano, le fatiche lo opprimono e l’uomo ha in sé questa innata tendenza all’autoperfezionamento e a migliorare le sue condizioni di partenza. Comincia a riflettere, si industria, desidera il benessere, cerca di ottenere ciò che lo fa stare bene, sviluppa linguaggio e relazioni, vuole tutto per sé. 

La proprietà fa nascere il desiderio e il desiderio lo porta a volgere lo sguardo verso gli altri: dallo sguardo nasce il primo moto d’orgoglio, la volontà di avere sempre di più. Per ottenerlo è disposto a tutto, anche ad uccidere. Nascono le violenze, i soprusi, le ingiustizie: ecco la società. 

Tutta la produzione di Rousseau è volta al fine di rispondere all’interrogativo: quale rimedio al male della società? Come superare l’opposizione fra uomo di natura e uomo civile? Come posso essere felice?L’uomo può essere felice solo nell’unità, ma se questa è impossibile, sarà costretto a vivere infelice per sempre. 

Rousseau prova con il Contratto sociale (1762) a raccontare la vita dell’uomo civile. Accettare di vivere in società e stipulare il patto è fondamentale per poter vivere bene e per porre fine ai conflitti e ai soprusi, anche se non sempre è facile mantenere l’accordo tra le parti: «Quando il nodo sociale comincia ad allentarsi e lo stato a indebolirsi, quando gli interessi particolari cominciano a farsi sentire e le piccole società a influire sulla grande, l’interesse comune si altera e trova oppositori; (…) e il miglior parere non è approvato senza dispute» (Contratto sociale, Bompiani, Firenze-Milano 2022, p. 549). 

La vita in comune, dunque, non sembra essere né facile né felice. 

Ecco allora che Rousseau decide di percorrere una strada diversa, quella dell’individuo solitario: abbandona la società e scrive in solitudine, sostituisce l’immaginario al reale, abitando il mondo delle chimere, un mondo fatto di sogni e ricordi. Dove cerca questa solitudine? Nel contatto con la natura. 

La solitudine si configura come il mezzo adatto per la ricerca di sé, per essere pienamente se stesso, pur nel riproporsi costante della domanda: «Ma dov’è la felicità? Chi Lo sa? Tutti la cercano e nessuno la trova. Si consuma la vita a inseguirla e si muore senza averla raggiunta (…). Seguii la strada della natura aspettando che essa mi mostrasse quella della felicità. Di fatto era la stessa, e io l’avevo seguita senza saperlo» (Emilio o dell’educazione, Bur, Milano 2021, p. 568). 

Lo studio della botanica rende la vita di Rousseau dolce e felice, camminare nei boschi è il compenso migliore per tutti i mali e lo rende consapevole che la vera felicità risiede solo in noi stessi. Rousseau non trova la felicità fra gli uomini, ma in un soggiorno isolato dove non è possibile comunicare con nessuno, in un’isola fertile e solitaria, circoscritta e separata dal resto del mondo, da cui contemplare la bellezza della natura e del tutto. 

In questa oasi felice, però, è possibile scegliere fra due strade: l’abbandono completo e totale all’isolamento e alla conseguente follia o la possibilità di conciliare l’ideale naturale con la realtà sociale. Rousseau sceglie la prima via, muore solo, isolato dal mondo, in preda ai deliri, ma allo stesso tempo ci restituisce, con il personaggio di Emilio, una seconda strada da poter percorrere: non quella dell’individuo solitario, ma quella dell’individuo morale. 

L’educazione di Emilio è, infatti, doppia, per un verso è educazione domestica che mira allo sviluppo dell’uomo naturale in noi, ad utilizzare i sensi e a sentire con il cuore. Dall’altro, è educazione sociale, sviluppo delle qualità morali che ci permettono di vivere insieme in società, rispetto delle istituzioni e cura dell’umanità. 

La felicità, allora, è praticare una corretta socialità grazie ad una corretta educazione, senza rinunciare al nostro essere individui; scoprirci, giorno dopo giorno, autenticamente noi stessi, coltivare il nostro sentimento interiore, metterci in ascolto di un amore di sé capace poi di tradursi in amore per gli altri. Scrive Elena Pulcini che «solo un individuo intimamente coeso, capace di essere se stesso sottraendosi alla tirannia dell’apparire e agli effetti alienanti della brama acquisitiva, può essere capace di preoccuparsi del bene dell’altro»  (L’individuo senza passioni. Individualismo moderno e perdita del legame sociale, Bollati Boringhieri, Torino 2020, p. 102). 

Tornare a sé per aver cura dell’altro e sviluppare le nostre qualità morali sono fasi essenziali che possono condurre alla vera felicità. Rousseau non è riuscito a compiere questo percorso, la sua solitudine si è trasformata prima in isolamento e poi in follia, ma le sue riflessioni finali ci invitano a costruire una società felice che crede nel bene comune e prova a realizzarlo, a patto che ogni individuo mantenga una postura morale e una cura di sé, essenziali per vivere insieme.


Greta Mancini, docente a contratto di Lettorato 1 di Filosofia morale I (Dipartimento di Studi umanistici, L-5) e di Antropologia filosofica (Dipartimento di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo, L-19) (https://docenti.unimc.it/g.mancini16).

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