Stare da entrambe le parti dello specchio. Pratiche educative di riconoscimento nelle forme artistiche postcoloniali

di Raffaele Tumino*

Studi recenti sulla dimensione transculturale dell'età contemporanea [Ortiz, 1940; Welsch, 1999], sull'azione terapeutica della transculturalità [Devereux, 1975; Moro, 2009], sulle ricadute nella prassi educativa in contesti multiculturali [Gossout, 2014], respingono l’omogeneità identitaria e culturale, e tendono piuttosto ad evidenziare il processo di ibridazione tra le culture, generando a loro volta nuove forme, inedite, imprevedibili. Dall'incontro con le pratiche artistiche postcoloniali [Curti, 2014; Taddeo, 2022], il contributo, attraverso una selezione delle opere prodotte tra il 1990 e il 2020, metterà in luce le potenzialità educative e trasformative del dispositivo narrativo. 

Parole chiaveantropologia pedagogica, pedagogia della narrazione, studi culturali, studi transculturali

 


1. Preambolo. 

Ho sempre guardato con curiosità e sospetto quanti sono ancora ''ossessionati'' dall’identità e poi quanti difendono le ''radici italiche''. Quanto al concetto di ''identità nazionale'' rimane per me ancora oggi un mistero. Nel passaggio da un quartiere all’altro nella città in cui viviamo, come in qualsiasi altra città, nei luoghi di ritrovo, nelle scuole, nelle tante attività dell’associazionismo culturale, nei libri di narrativa “straniera” che impinguano il catalogo delle maggiori case editrici, mi interrogo spesso su ''cosa'' sia questa ''identità nazionale''.  Siamo convinti di essere al centro del mondo, con le nostre bandiere al vento, simboli di un retaggio westfaliano, bandiere che tuttavia impediscono di vedere l’orizzonte del mare, a cui, invece, dobbiamo rivolgere lo sguardo. E se non può essere l’orizzonte del mare, fermiamoci ad osservare l’eterogeneità della fenomenologia culturale.  

 Il primo imperativo epistemico è quello di tenere lo sguardo intensamente aperto sul fenomeno perché da ciò dipende la validità della teoria che per sua natura tende ad uno scopo: orientare gli attori della formazione ad assumere stili di pensiero e di comportamento per sé e per gli altri nella società del III Millennio. Lo sguardo, in questo lavoro, si è posato sulla produzione letteraria degli autori “migranti”. Una produzione in costante crescita: al 30 ottobre 2024 nella Banca dati Basili-Limm, istituita dopo la morte di Armando Gnisci avvenuta nel 2019, il numero totale degli autori "migranti" in Italia è di 1.047, di cui 643 donne, con ben 2.156 opere letterarie, alle quali si aggiungono 1.070 saggi critici. Il numero è quasi quadruplicato in tre lustri rispetto alla rilevazione del 30 settembre 2008: infatti, nella Banca dati Basili, fondata da Gnisci nel 1997, erano schedati 325 autori, di cui 144 donne, le opere letterarie non raggiungevano il migliaio[1].

 

2. E un’anima / se si vuole conoscere / in un’anima rimiri: / lo straniero, il nemico, lo vedemmo allo specchio [2].

Interrogando la nostra posizione, le nostre procedure di riconoscimento e definizione, il ''nomadismo letterario'' di autori e autrici che attraversano ''confini'' mentali e geografici ci trasporta in uno spazio critico, oltre l’evidenza del visibile, sotto le ''scorze'' del tempo addomesticato, in una regione delineata non dalle frontiere, dalle chiusure, dalle divisioni, ma da tracce, segni, pieghe, spostamenti, correnti imprevedibili, migrazioni di corpi e di senso. Non potendo entrare nel merito di una lettura ravvicinata dei testi, per la quale occorrerebbe altro spazio, mi limiterò ad indicare alcune caratteristiche peculiari di queste testualità: la resilienza, la memoria, la contaminazione, la trasformazione, assieme a una vocazione a elevare la storia particolare descritta a condizione antropologica universale dell’essere umano. Alcuni esempi di testi che rispondono a queste caratteristiche sono quelli scritti dagli albanesi A. Ibrahimi, L’amore e gli stracci del tempo, G. Hajdari, Poema dell’esilio e R. Kubati, Il buio del mare, dai senegalesi Saidou Moussa Ba, La promessa di Hamadi e Pap Khouma, Io, venditore di elefanti, dal marocchino M. Bouchane, Chiamatemi Alì, dall’algerino T. Lamri, I sessanta nomi dell’amore e poi, ancora, da N. Farah, Voci, da C. Ubah Ali Farah, Madre piccola, da G. Ghermandi, Regina di fiori e di perle, diaR. Sibhatu, Aulò. Canto poesia dell’Eritrea e I. Scego, La mia casa è dove sono - quest’ultime provenienti dagli ex domini coloniali italiani nel Corno d’Africa.

Autori che hanno facilitato gli ''innesti'' tra le culture, nell’avere rinnovato la lingua italiana, nell’aver indicato nuovi orizzonti di senso. La loro odissea, vissuta e narrata, ha squarciato il buio delle periferie urbane e dei quartieri dormitori, ha smascherato la natura dei pregiudizi, ha fatto barcollare la nozione di ''identità'' e di ''appartenenza culturale'', è riuscita a restituirci la bellezza dei cieli stellati, a conferire tanti nomi all’amore, alla bellezza, alla speranza, che prescindono dalla loro collocazione, letteralmente dalla loro declinazione locale. È proprio vero che «i bei libri sono scritti in una sorta di lingua straniera», scrive arcel. Proust nel suo Contre Sainte-Beuve[3], cioè in una lingua unica, a nessun’altra uguale. La lingua italiana, parafrasando Julia Kristeva, da butin de guerre diventa lingua della scrittura letteraria[4], non più lingua dell’Altro ma ''altra lingua'' in grado di accogliere, in una relazione non gerarchizzata, il francese, l’italiano, l’albanese, il berbero e l’arabo, le voci degli uni e degli altri.

 

Cos’è oggi la lingua italiana? – si chiede Roberto Derobertis – Gli attraversamenti di cui sono soggetto e oggetto le scritture migranti, le questioni aperte e più che mai fluide delle soggettivazioni e delle identificazioni, la presenza di studenti nati in Italia e appartenenti alla generazione dei figli dei migranti di prima ondata che popolano le scuole e le università italiane sono segni che chiamano in causa le pratiche consolidate della critica e della storiografia letteraria, costruite intorno ad un’idea monoculturale e monoetnica della storia culturale e letteraria italiana, e quindi anche l’organizzazione del lavoro didattico e l’assetto dei curricula degli studi letterari e umanistici in genere[5].

 

Se poniamo l’attenzione al nomadismo letterario, con le indicative testimonianze che ho fornito, non si stenterà a riconoscere come il vissuto di uomini e donne riesca a innescare processi di risonanza e di immedesimazione che permettono al soggetto (produttore e fruitore) non solo di proiettare le proprie aspettative, le delusioni, le speranze, vedendosele rispecchiate e tematizzate, ma anche di conoscere una loro integrazione grazie al fatto che la scrittura (autobiografica, lirica, diaristica, prosastica, romanziera) offre delle soluzioni originali, inattese.

Allora torna utile la metafora dello specchio: «Stare da entrambe le parti di uno specchio». È la metafora adottata nel 1924 da T.S Eliot, con cui lo scrittore inglese spiega al critico J.A. Richards l’esperienza di leggere testi remoti nel tempo e nello spazio, come quelli in sanscrito[6]. Metafora ripresa poi in comparatistica sui rapporti fra Oriente e Occidente e ancora nell’immaginario umano, nel cinema e nella psicanalisi. Lo specchio diventa una metafora potente per evocare l’alterità: vedere se stessi come un altro, come un doppio asimmetrico e costruire così la propria identità attraverso il confronto, comprese anche tutte le connotazioni di elusività che l’oggetto comporta. Stare da entrambi le parti di uno specchio significa in fondo valorizzare un elemento che è alla base dell’atto di confrontare, oltre ad essere fondamentale in ogni relazione umana: l’empatia. Confrontare diverse letterature, generi, linguaggi, saperi implica identificarsi pienamente con l’alterità in tutte le sue forme molteplici, senza seguire gerarchie prestabilite.

Uno spazio, quello che si sviluppa nello specchio, cui fa riferimento anche Michel Foucault, come materia d’esempio, quando parla di «eterotopia» ovvero uno spazio irreale che si apre virtualmente dietro la superficie e che, insieme, è anche un posto del tutto reale, relativo allo spazio circostante. Dei «contro-spazi che inquietano» perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la “sintassi” e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che tiene insieme le parole e le cose[7]. Un’alterità che spaventa perché promotrice di evidenti mutamenti e di un sapere aperto. Ma che, tuttavia, non può essere preclusa nell’era in cui le persone si trovano l’una di fronte all’altra, affacciate su baratri geografici, linguistici e di nazionalità. Più che in ogni altra epoca del passato, tutti noi dipendiamo da persone che non abbiamo mai visto, le quali a loro volta dipendono da noi. Occorre “specchiarci”, occorre oltrepassare lo spazio irreale e virtuale nascosto dietro la superficie e filtrare l’alterità che inquieta. Solo così potremo comunicare in un’ottica veramente mondiale, arricchendo la costante tensione fra il locale e l’universale di una ricezione all’insegna della molteplicità.

 

3. Il valore trasformativo del pensiero narrativo.

Lo abbiamo appreso dagli studi di psicologia cognitivista (Bruner)[8], dalla filosofia (Ricœur)[9] e da alcuni settori della ricerca pedagogica (Demetrio; Smorti)[10] quanto sia importante la narrazione. Il dispositivo narrativo, coniugato con l’arte di narrare, adempie ad una duplice funzione: da un lato, può aiutarci a ritrovare i segni comuni di un’umanità condivisa, contrastando la nostra tendenza a negare le somiglianze; dall’altro, sospinge a comprendere l’estrema complessità del nostro essere ‘persone’, uniche e irripetibili, rendendoci più consapevoli delle differenze qualitative che esistono da soggetto a soggetto. La capacità di immaginare in maniera simpatetica consente pertanto di ridurre la lontananza e l’estraneità, di capire le scelte compiute dagli altri e il fatto che essi, pur nella loro irriducibile diversità, condividano i nostri stessi problemi e siano dotati delle stesse potenzialità. La narrazione stimola la nostra attitudine alla comprensione e favorisce l’immedesimazione e il coinvolgimento empatico per l’altrui destino, inclinazioni, queste, che appaiono estremamente importanti non solo sul piano della crescita e dell’arricchimento personale, ma anche su quello morale, civile e politico. 

Le storie, sono considerate, allora, come dispositivi atti a facilitare il processo di costruzione dell'identità di ciascuno di noi e la possibilità di acquisire un controllo ed un potere reale maggiore circa la propria esistenza. È necessario, per tenere insieme tutte le tessere del nostro puzzle identitario, avere delle competenze narrative, altrimenti ci sentiremmo disorientati poiché dovremmo tentare continuamente di definirci in qualche modo. Queste competenze, servono oggi più di ieri alle persone per poter dare significato alle nostre esperienze, per gestire e controllare il proprio futuro.

La costruzione della nostra identità, passa attraverso forme di bricolage identitario narrativo, si verifica cioè un processo di accumulo di piccole narrazioni, porzioni di storie esperite, lette, ascoltate, piccole ermeneutiche del vissuto, del visto, dell'ascoltato e del letto che diventano materiale attraverso il quale, costruiamo la nostra identità.

 

 

* Raffaele Tumino è professore associato di Antropologia pedagogica e Filosofia dell’educazione presso l’Università degli Studi di Macerata. L’attività didattica e scientifica si caratterizza per la dimensione storica e antropologica dell’educazione, l’analisi comparativa dei modelli formativi in età contemporanea, l’educazione estetica, l’alleanza tra pedagogia e psichiatria. Ha fondato e dirige con Alfredo Ancora la rivista “Transculturale. Passaggi tra scienze, pratiche di trasformazione” (ed. MIMESIS). Sito web: https://docenti.unimc.it/raffaele.tumino 

 

 

 

Note

[1] https://www.basili-limm.it; https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/basili— limm/23592; https://www.el-ghibli.org. Ultima consultazione 30 ottobre 2024. Anche S. Camilotti, Lingue e letterature in movimento. Scrittrici emergenti nel panorama letterario italiano contemporaneo, Bologna, Bononia University Press, 2018, p. 36.

[2] G. Seferis, Argonauti, in Poesie, Arnoldo Mondadori, Milano, 1963, p. 69.

[3] M. Proust, “Conclusions” in Contro Sainte-Beuve, tr. it., Torino, Collana Universale Einaudi, 1974, p. 103.

[4] J. Kristeva, “L’autre langue”, in I. Ivantcheva-Merjanska, Écrire dans la langue de l’autre: Assia Djebar et Julia Kristeva, Paris, l’Harmattan, 2015, pp. 385-396.

[5] R. Derobertis, Insorgenze letterarie nella disseminazione delle migrazioni. Contesti, definizioni e politiche culturali delle scritture migranti, in “Scritture migranti”, 1, 2007, pp. 27-52.

[6] Citato in M. Fusillo, Per un sapere antigerarchico. La letteratura comparata fra passato, presente e futuro, in F. De Cristofaro, a cura di, Letterature comparate, Roma, Carocci, 2014, pp. 7-18.

[7] M. Foucault, Les mots et les choses. Une archéologie des sciences humaines, Éditions Gallimard, Paris: 1966. pp. 9-10.

[8] J. Bruner, La ricerca del significato: per una psicologia culturale, Torino, Bollati Boringhieri, 1992.

[9] P. Ricoeur, Soi-même comme un autre, Editions du Seuil, Paris 1990, tr. it. Sé come un altro, Jaca Book, Milano 1993; Id., Lectures 2: la contree des philosophes, Editions du Seuil, Paris 1992, tr. it. La persona, Morcelliana, Brescia 19982.

[10] D. Demetrio, Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé, Milano, Cortina, 1996; A. Smorti, Il pensiero narrativo, Firenze, Giunti, 1994; Id., Storytelling, Bologna, il Mulino, 2022.

 

 

Bibliografia

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Ancora A., Verso una cultura dell’incontro. Studi per una terapia transculturale, Milano, Franco Angeli, 2017.

Curti L., La voce dell'altra, Meltemi editore, Milano, 2006.

Devereux G., Saggi di etnopsicanalisi complementarista, tr. it., Milano, Bompiani, 1975.

Goussout A., L’approccio transculturale nelle relazioni educative e di aiuto. Il contributo di George Devereux tra psicoterapia e educazione, Fano, Aras, 2014.

Moro M.R. et ali, Manuale di psichiatria transculturale. Dalla clinica alla società, Milano, Franco Angeli, 2009.

Ortiz F., Contrappunto del tabacco e dello zucchero, con saggio introduttivo di B. Malinowski, tr. it., Rizzoli, Milano, 1985; poi Enna, Città Aperta, 2008².

Taddeo R., Letteratura Nascente, 2021, open access.

Welsch W., Transculturality: The Puzzling Form of Cultures Today. Spaces of Culture: City, Nation, World, London, Mike Featherstone and Scott Lash, 1999.

 


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