di Lucia Palpacelli*
Parole chiave: Platone, educazione, protrettica, gioco filosofico
Nei suoi dialoghi, Platone ci “sfida” a fare filosofia. In
questo contributo vi invito a giocare il gioco che il Filosofo traccia nell’Eutidemo, uno tra i suoi dialoghi più
disorientanti.
Questo articolo assume la chiave interpretativa della scuola
di Tubinga-Milano che vede nei dialoghi platonici dei “giochi seri” con i quali
il Filosofo “sfida” il suo lettore a fare filosofia (per questa ermeneutica del
testo platonico rimando a M. Migliori, Il
disordine ordinato, Morcelliana, Brescia 2013, pp. 25-190): non si tratta
quindi semplicemente di “leggere” un dialogo, ma di lavorare sul testo, di
giocare il gioco a cui Platone ci invita per arrivare a cogliere alcune verità
a cui l’Autore allude senza esprimerle direttamente. In questo breve contributo
vorrei invitarvi a giocare questo interessante gioco rispetto a uno dei
dialoghi più disorientanti di Platone: l’Eutidemo.
La scena di questo dialogo è dominata da due eristi,
Eutidemo e Dionisodoro, giocolieri di parole che si atteggiano a grandi
maestri, ma che, in realtà, non fanno che costruire sofismi, per essere
dichiarati, alla fine, vincitori in una - apparentemente inconsistente - gara
di discorsi, nata però da un invito molto serio di Socrate: dato che i due
sofisti si sono dichiarati maestri di virtù, invitino il giovane Clinia - che è
nell'età adatta per essere educato - a fare filosofia e a perseguire la virtù
(275A 4-7).
Siamo quindi di fronte a un dialogo sulla protrettica, a un
invito alla filosofia e Platone, mettendo a tema il problema dell'educazione,
contrappone a Socrate, buon maestro, Eutidemo e Dionisodoro, cattivi maestri. Tuttavia,
nell’ottica del “gioco” cui accennavo in apertura, il Filosofo ci offre in
questo dialogo, curatissimo dal punto di vista formale, un’opera leggibile a più livelli, da diversi punti di vista, dove non tutto è come sembra e, a ogni
livello, si acquistano consapevolezze diverse.
Primo livello:
Socrate, buon maestro, versus
Eutidemo e Dionisodoro, cattivi maestri
Per comprendere le operazioni che Platone mette in atto è
molto importante considerare la struttura dell'Eutidemo: è un dialogo pensato come una commedia arcaica (questo
dato è discusso dalla critica; non posso in questa sede giustificarlo, ma mi
permetto di rimandare al mio L’Eutidemo
di Platone. Una commedia straordinariamente seria, Vita e Pensiero, Milano
2009) ed è quindi diviso in cinque scene, intervallate da interludi, comprese
tra un prologo e un epilogo, nei quali Socrate, il giorno dopo aver incontrato i due eristi, parla con Critone di
questo incontro e glielo racconta, dando così il via all'effettivo dialogo.
Questa particolare struttura costringe a un puntuale
alternarsi di scene eristiche (I, III, V nelle quali sono gli eristi a guidare
il dialogo, proponendo i loro sofismi) e di scene socratiche (II, IV nelle
quali Socrate interviene interrompendo la dimostrazione eristica, per esercitare
realmente su Clinia l’arte protrettica, indirizzandolo alla virtù e alla
filosofia), ha la finalità di rendere evidente e diretto il confronto tra
l’eristica e la dialettica, dal quale emerge che, a differenza di Socrate, che
è l’unico a portare avanti una vera ricerca, Eutidemo e Dionisodoro non sono
per nulla interessati al vero, ma solo alla vittoria in una gara di parole. Questo
primo livello di lettura ci mostra quindi Socrate, vero e buon maestro,
contrapposto agli eristi, cattivi maestri che, dicendosi maestri di virtù,
insegnano in realtà un’arte da poco.
Secondo livello:
l’eristica come il negativo della filosofia
Il secondo livello di lettura è indicato da Platone attraverso
la costruzione di una situazione paradossale. Nel susseguirsi delle scene
eristiche, il Filosofo mostra infatti come funziona questa tecnica di battaglia
con le parole, arrivando fino alla farsa (da 294C) e alla fine condanna
esplicitamente l’eristica. Nonostante
questo, però, Socrate nel prologo del dialogo, quindi il giorno dopo aver parlato con gli
eristi e quando conosce l’inconsistenza dell’arte eristica, elogia questa
tecnica e afferma con insistenza di voler diventare allievo dei due.
L’innegabile paradosso di questo quadro - a cui si aggiunge
anche il dato secondo cui Socrate non si irrita mai con i due eristi, ma anzi
li tratta meglio di come tratti tanti altri sofisti - è indice che siamo di
fronte a un gioco platonico. Per tentare di capire e giustificare quelle che, a
prima vista, potrebbero sembrare incongruenze, bisogna giocare il gioco a cui
il Filosofo ci invita per cogliere l’operazione che egli conduce, per così
dire, "dietro le quinte" della scena di questa commedia.
Eutidemo e Dionisodoro come falsi filosofi
Innanzitutto, Platone nel
momento stesso in cui mette in scena Eutidemo e Dionisodoro tratteggiandoli “in
positivo” come eristi, li presenta anche, “in negativo”, come non
filosofi; il fatto di poter ritrovare negli eristi i tratti del filosofo
dimostra il rapporto complesso che c’è tra queste due figure: l’erista è il non
filosofo, è il falso filosofo e, in
quanto tale, in alcuni tratti, molto somigliante a questo, ma in altri del
tutto opposto a lui. Questa operazione di confronto e ribaltamento è
particolarmente evidente nell’elogio conclusivo che Socrate riserva a Eutidemo
e Dionisodoro (303C4-304B5), articolato su tre accuse e chiuso con un
consiglio: 1. agli eristi non importa nulla
della maggior parte degli uomini, neanche di quelli venerati e famosi, ma solo
di quelli simili a loro; 2. il loro discorso è civile e mite, perché,
affermando che nulla è bello o bianco, chiudono la bocca agli altri, ma anche a
se stessi; 3. la loro è una tecnica
ed è tale che in poco tempo chiunque può apprenderla; 4. il consiglio che Socrate dà ai due è quello di non
insegnare in pubblico, perché date la facilità e la velocità con le quali si
apprende questa tecnica, alcuni potrebbero apprendere senza pagare.
Se riprendiamo uno a uno
questi punti vediamo emergere il filosofo all’ombra dei due eristi, basta solo
cambiare di segno ciò che viene affermato: si attribuisce ai due una
caratteristica come l'indifferenza per il senso comune e per gli onori degli
uomini - che implica una preoccupazione per la loro anima - che è del filosofo.
Si tratterebbe, dunque, di un vero elogio se essi fossero filosofi, ma l’intenzione
reale, nascosta nelle parole di Socrate, è svelata dall’ultima frase: ad essi
interessano solo gli uomini simili a loro, cioè eristi o desiderosi di
diventare tali. Socrate attribuisce poi ai
due eristi - che hanno ampiamente dimostrato di concepire la discussione come
una gara in cui l’importante è vincere e lottare senza esclusione di colpi - la
mitezza nei discorsi, perché riconosce, giustamente e con una forte carica di
ironia, che mentre abbattono gli altri abbattono anche se stessi. Invece, la
vera mitezza del discorso è un’altra caratteristica propria del filosofo.
Socrate caratterizza poi l’eristica in questo
modo: una techne; facile da
apprendere in poco tempo; che chiunque può apprendere. La filosofia mostra di avere
caratteristiche opposte a queste: è una scienza che risulta
superiore ad ogni altra (Repubblica VII, 532A5-B1; 533B1-D4).
Dalla Lettera VII si desume che si apprende in maniera particolare
e con molto tempo (341C-D; cfr. anche Fedro
274A). Non tutti possono apprendere questa scienza (Lettera VII 341E, Repubblica
535A). Questo stranissimo elogio si chiude
con quello che si può definire un consiglio finanziario (304A1-B5): gli
eristi hanno una merce alla quale dà valore solo una forzata rarità garantita
dal pagamento e dall’insegnare a pochi; la vera filosofia, invece, che è la
merce di Socrate, è come l’acqua: non costa nulla ed è ottima.
La presentazione di
eristica e dialettica in termini di vero e falso, ci indica la chiave per
ricomporre il quadro paradossale offerto dal dialogo: come afferma la Lettera
VII, infatti, queste due verità [della virtù e del vizio] si colgono
necessariamente insieme e insieme si impara il falso e il vero (344B1-3).Questo
vuol dire che apprendere l’eristica e poi rifiutarla, significa fare un primo
passo verso la filosofia.
Terzo livello: le
“cose serie e belle” dietro ai giochi eristici
Un terzo livello di lettura ci fa scoprire dentro i giochi
apparentemente insensati di Eutidemo e Dionisodoro accenni a temi filosofici
fondamentali e tracce di filosofia platonica. Infatti,
se si passano in rassegna i ventuno sofismi dell’Eutidemo risulta
evidente il fatto che essi si presentino come giochi slegati, tenuti insieme da
fili sottilissimi. Come tali, dunque, non costituiscono un discorso continuo,
ma Platone sembra servirsene per disegnare la trama di tanti problemi fondamentali
con i quali la filosofia deve fare i conti e per accennare ad alcuni temi del
suo pensiero, dando così unità e spessore filosofico (dal suo punto di vista) a
questi assurdi ragionamenti (con l’eccezione di quelli che risultano essere
dei puri giochi linguistici). In questo
modo, Eutidemo e Dionisodoro, pur essendo e restando cattivi maestri, vengono
utilizzati per veicolare un contenuto buono e importante che il lettore può
scoprire se sta al gioco di Platone.
Ad arricchire e confermare questo terzo livello di lettura
c’è poi un motivo costante nell’Eutidemo:
il continuo intrecciarsi di scherzo e serietà che vengono presentati come fossero
due facce della stessa medaglia. Tutto questo è funzionale, nel gioco
platonico, a indicare che il fondamentale livello di confronto tra eristica e
dialettica è rappresentato dal fatto che l’erista gioca e scherza con questioni
di straordinaria importanza, le stesse che il filosofo tratta, invece, con
profonda serietà.
I guadagni del gioco
platonico
Se si gioca sui vari livelli il gioco offerto da Platone, si scopre quindi che l'Eutidemo è un dialogo che si può avvicinare, con un’immagine che ci rimanda immediatamente alla multifocalità (per questo paradigma ermeneutica, cfr. M. Migliori, Opportunità e utilità di un approccio multifocale, «Humanitas» (2020), pp. 3-39), ad un prisma: a seconda della faccia di volta in volta illuminata (cioè del livello di lettura) il serissimo problema affrontato, l’educazione dei giovani, acquista contorni nuovi. A un primo livello, gli eristi che si dicono maestri di virtù, contrapposti a Socrate, in realtà sono cattivi maestri, capaci di insegnare solo una techne che, in sé, ha poco valore e può essere pericolosa, ma ha un interesse reale per il suo apporto tecnico: gli eristi sono “artigiani della dialettica” (in Platone sinonimo di filosofia) e, in quanto tali, giocano un gioco che va capito. A un secondo livello i due eristi incarnano ciò che il filosofo non è; sono, dunque, falsi filosofi che, usando gli stessi mezzi della dialettica e messi di fronte agli stessi problemi, fanno un gioco falso che non persegue e non conduce alla verità, ma anzi inganna. Per chi vuole diventare un vero filosofo, tuttavia, si tratta di un gioco utile, che si deve giocare. A un terzo livello, in chiave protrettica, Platone, attraverso gli eristi, presenta, in modo distorto tematiche, della sua filosofia che andrebbero affrontate seriamente.
*Lucia Palpacelli insegna Storia della filosofia Antica presso
l’Università degli Studi di Macerata. https://docenti.unimc.it/lucia.palpacelli

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