I tratti dell'unica umanità

di Fabiola Falappa*

Parole chiave: Dignità, risveglio, coscienza, società, futuro

All’inizio di questo nuovo anno, piuttosto che rassegnarsi alla massificazione di soggetti ridotti ad atomi sociali privi di creatività storica, è sensato chiedersi: da dove ripartire per affrontare la sfida di costruire una risposta che risani questa situazione?

Nel tentativo di trovare vie in risposta alle sfide contemporanee, che compromettono la nostra umanità, vorrei assumere il metodo fenomenologico nella considerazione dell’essere umano e del suo singolare essere-valore. Tale metodo è orientato, in effetti, a cogliere ciò che è irriducibilmente umano, ciò che è nell’essenza del nostro essere e che resiste, nonostante le forze contrarie che storicamente tendono a negarlo. Lo sguardo fenomenologico si contraddistingue per la capacità di porre in primo piano l’identità essenziale di ciò che considera. Tale identità essenziale è riconosciuta concentrandosi sul modo di manifestarsi del fenomeno studiato, giacché questo modo di rivelarsi ne manifesta al tempo stesso il modo d’essere. E quest’ultimo non è casuale, arbitrario, del tutto opaco; esso mostra l’essenza che prescrive al modo d’essere di qualcosa o di qualcuno la sua specificità, appunto la sua identità essenziale.

In questo senso Husserl parla della fenomenologia come di un’eidetica, cioè di una conoscenza che risale all’essenza di ogni cosa: «la fenomenologia pura o trascendentale non verrà fondata come scienza di dati di fatto, ma come scienza di essenze (o eidetica)» (E. Husserl, Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophie, Nijhoff, Den Haag 1976 - prima ed. 1913 - p. 6; tr. it. di V. Costa, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, Einaudi, Torino 2002, p. 6). Dunque la considerazione fenomenologica si concentra su ciò che, nonostante tutte le negazioni e le deformazioni che una certa realtà può presentare di fatto, è pur sempre l’originalità irriducibile di tale realtà. Se teniamo conto di dati accidentali, condizionamenti, equivoci, distorsioni a carico dell’“oggetto” della riflessione e constatiamo che, messe tra parentesi queste cose, resta un nucleo di senso ineliminabile, ci rendiamo conto del fatto che questo nucleo è realmente la sua essenza, la sua identità originale e inconfondibile.  

Che cosa si rivela, dunque, a questo sguardo fenomenologico? Chi è, originalmente, l’essere che è colpito dalla privatizzazione, dallo sradicamento e da tutte le dinamiche della disintegrazione individualista dei nostri tempi? La nozione stessa di disintegrazione rimanda a un’idea di integrità il cui significato è solidale con il concetto di un’essenza dell’umano. Bisogna ricordare che qui “essenza” dell’umano non significa “natura umana”. Infatti non si tratta di decidere che una o più caratteristiche antropologiche siano date per natura, come quando, ad esempio, si afferma che l’uomo è cattivo per natura. Tesi simili sono sempre dei cortocircuiti, frutto di opzioni arbitrari che riducono l’antropologia filosofica a un’ideologia funzionale a particolari progetti e interessi politici, economici o religiosi. Invece di assolutizzare presupposizioni arbitrarie sulla cosiddetta natura umana (Cfr. E. Morin, Le paradigme perdu: la nature humaine, Seuil, Paris 1973; tr. it. di E. Bongiovanni, Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana?, Feltrinelli, Milano 1994), si tratta di vedere quali siano i tratti essenziali della dignità umana che sono appunto aggrediti dai processi di disumanizzazione tipici della società contemporanea.

Desidero sottolineare che questo “residuo” fenomenologico, ossia la dignità irriducibile che persiste e si mostra una volta che togliamo tutte le deformazioni a suo carico, non è solo un riferimento concettuale. È una forza storica. La dignità umana, in effetti, è una realtà radicale, una radice della libertà di singoli e comunità, che tende a riemergere nella storia e a modificare le situazioni oppressive in cerca di una liberazione. Si esprime nell’inquietudine che porta a ribellarsi a tutte le condizioni soffocanti che si cristallizzano nelle dialettiche culturali, sociali, economiche e politiche. In questo senso Albert Camus parla dell’«uomo in rivolta» (A. Camus, L’Homme révolté, Gallimard, Paris 1951; tr. it. di L. Magrini, L’uomo in rivolta, in Id, Opere, Bompiani, Milano 2000, pp. 631-952) proprio per porre in evidenza l’incomprimibilità dell’aspirazione dell’essere umano alla libertà, che si attua anzitutto nella libertà di diventare veramente sé stesso.

Se persiste anche solo una scintilla di umanità, anche soltanto un frammento puro di ciò che esprime la nostra dignità, allora da quella scintilla, o dal frammento rimasto nonostante tutto autentico, l’essere umano può innalzarsi al di sopra della menzogna e della meschinità e, inaspettatamente, portare alla luce il suo vero volto. Ogni volta che storicamente è accaduto questo, la novità liberante e rivelatrice è stata possibile grazie alla forza della coscienza, prima sopita o messa a tacere. 

Il crollo di civiltà che investe attualmente la storia umana attende una risposta dotata della profondità adeguata alla gravità del pericolo. Il contributo convergente che le scienze umane e la filosofia oggi possono dare, purché si mantengano sobri, liberi dall’ubriacatura neoliberista che ha colpito intellettuali e università, media e governi, mi pare debba essere individuato nell’atto del prendere la parola per sollecitare il risveglio della coscienza umana. Un risveglio che sia anche una dilatazione, oltre i confini tradizionali nei quali essa era solita esprimersi nei secoli passati. Le primavere storiche nelle quali una svolta simile si è manifestata sono state contrassegnate dal fiorire dell’umanesimo, che appunto scaturisce periodicamente dalla coscienza della dignità umana. Finora il limite di queste primavere, alle quali di norma è sempre seguito un duro inverno, è stato quello dell’unilateralità della prospettiva che le sosteneva.  

Da un lato si esaltava la dignità umana e si dava corso ad alcune sue mirabili espressioni, ma dall’altro lato si ponevano di fatto dei limiti per cui, in realtà, l’umanesimo era solo frutto di un’autoaffermazione degli uomini, e non anche delle donne, dei borghesi e non di tutti i soggetti della società, dell’Occidente e non anche delle altre culture, degli intellettuali e non anche delle persone comuni, dell’uomo come dominatore della terra e non di un uomo rispettoso della natura. Oggi l’umanesimo deve portarsi al di là di queste angustie per divenire una saggezza di respiro mondiale. 

Proprio in questa prospettiva il metodo fenomenologico ha il compito di portare a evidenza, nell’attenzione collettiva, i nuclei essenziali che caratterizzano l’identità umana in ciascuno e nella comunità che l’umanità è potenzialmente, anche se tuttora non vive come una vera comunità ma è lacerata da divisioni e iniquità. Quali sono questi nuclei dell’eccedenza umana, quelli che rendono comunque diversa una persona da una cosa, da una macchina, da un minerale, da un vegetale e anche da un animale? 

La prima evidenza che dobbiamo riconoscere e imparare a interpretare, come anticipato, è a mio avviso la dignità. L’uomo non solo esiste, ma esiste come un valore incalcolabile, incondizionato, dato in ognuno e in tutti. Ciò è vero al punto che chi volesse negare questo dato di realtà cadrebbe in un’autocontraddizione. Infatti la sua libertà di pensare altrimenti, di controargomentare, di porre come vera una certa tesi e di “sporgere”, per così dire, oltre sé stesso per valutare l’eventuale valore dell’essere umano, con tale libertà in atto non farebbe altro che dare prova dell’eccedenza umana. È chiaro che non si tratta di un’eccedenza quantitativa, di grandezza fisica o di potenza, bensì di un’eccedenza qualitativa, di un’eccellenza, di una grandezza nel valore. Rifiutarsi di riconoscerla, oppure riconoscerla solo ad alcuni e ad altri no, è un gesto di malafede. Ed è soprattutto il segno di una mancata apertura della coscienza. Poiché questa in primo luogo è appunto coscienza della dignità. 

La dignità umana, come ogni autentico valore, non è riducibile a un riferimento statico, a un mero concetto, a un auspicio. È un processo che cerca di attuarsi e si esprime in tutte le facoltà e i tratti distintivi della persona. La coscienza stessa, la libertà, la responsabilità, l’unicità di ogni persona, la relazionalità e la socialità, la ragione, la creatività, la capacità di aderire al bene e di respingere il male, l’apertura alla verità e l’anelito a una vita sensata, la capacità di elaborare i propri sentimenti e in particolare la facoltà di amare fino a trasformare la propria vita in dono per gli altri sono i nuclei costitutivi dell’umanità in ognuno. Così la prima evidenza della dignità rivela altre evidenze antropologiche da riconoscere e da coltivare.  

Esiste, al tempo stesso, un’altra caratteristica essenziale della persona umana, una caratteristica che ne attesta insieme il valore originale e la fragilità o la vulnerabilità. Mi riferisco a quella processualità alla quale ho accennato poco fa. Che la dignità sia un processo significa sì che essa tende a realizzarsi, ma in questo tendere sono implicate una latenza, un’incompiutezza, una fallibilità che fanno dell’uomo l’unica creatura vivente che può trovarsi a essere ciò che non è in verità, che si ostina a mancare di assumere la propria identità essenziale. Mentre l’animale, per così dire, interpreta sé stesso naturalmente, senza cercare altre modalità o forme di esistenza, l’essere umano può perdersi, adattarsi a una disidentità, lasciare che la propria umanità sia disintegrata. Questo accade sovente, non è affatto un’eventualità remota. In risposta a ciò è urgente, quindi, pensare e agire per sconfiggere le pretese dei sistemi di dominio; una risposta che non va ricercata semplicemente nell’ambito di una tecnica economica, politica, giuridica oppure in un diverso uso delle tecnologie, ma piuttosto essa deve scaturire anzitutto da una sapienza antropologica: che abbia cura e stima dell’essere umano e sia testimonianza fedele della verità insita nella sua dignità.

*Fabiola Falappa è Professoressa Associata di Filosofia Teoretica e docente di Ermeneutica filosofica e Metodologie di filosofia teoretica (https://docenti.unimc.it/fabiola.falappa).

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