di Veronica Guardabassi*
Pubblicità, supermercati e vetrine dei negozi ricordano che il 14 febbraio è la giornata dell’anno dedicata agli innamorati e alle innamorate. Per qualcuno Cupido ha già lanciato la sua freccia, altri credono che abbia perso la mira, altri ancora fanno di tutto per schivarla o sono stati colpiti da una freccia che oramai si è spezzata. L’amore può essere vissuto in forme diverse e il suo modo di esprimersi e manifestarsi cambia da persona a persona e nel corso della vita. In che modo? Lo vedremo, sebbene solo in parte, in questo articolo.
Parole chiave: amore, vita di coppia, relazioni
La prima relazione significativa che ognuno vive nel corso della propria vita è quella con la figura di accudimento che, nella maggior parte dei casi, è rappresentata dalla figura materna. Questo tipo di relazione, definita diadica, è alla base dell’attaccamento, il legame che unisce stabilmente il/la bambino/a alla persona adulta che si occupa di lui/lei a partire dalla nascita. Non si tratta di un semplice bisogno del/della bambino/a, ma di una relazione affettiva, intima, costante e duratura che unisce i due componenti della diade in modo da garantirne vicinanza, protezione e sicurezza. Secondo John Bowlby (1958; 1969; 1973), considerato il padre della teoria dell’attaccamento, le interazioni che avvengono con la figura di accudimento sono alla base della creazione delle rappresentazioni mentali delle relazioni, detti modelli operativi interni, ovvero sono il modello alla base dello stile relazione che ognuno metterà in atto con le altre persone della propria vita. Avere un attaccamento di tipo sicuro comporta la certezza di poter avere una persona su cui contare e la consapevolezza di essere una persona degna d’amore. Avere un attaccamento insicuro (nelle sue diverse sfaccettature) può creare difficoltà a credere, più o meno consapevolmente, che i propri bisogni possano essere riconosciuti e accolti con una conseguente sensazione di non essere sufficientemente importanti. La qualità di questo tipo di legame, che necessita di più situazioni, ripetute nel tempo affinché si configuri come tale, può influenzare la capacità di costruire le relazioni future, in particolare con le figure affettivamente significative.
Le prime relazioni affettive al di fuori del contesto familiare sono le amicizie che, nonostante l’età, meritano di essere seriamente prese in considerazione, a differenza del fidanzatino o della fidanzatina che rappresentano un’imitazione del mondo adulto e non sono caratterizzate da un vero rapporto di amore.
Le prime relazioni romantiche avvengono in età adolescenziale. In questo periodo, l’adolescente prende sempre più le distanze dal contesto familiare e dal suo ruolo infantile per costruire e conquistare la sua identità da persona adulta nel mondo. L’interesse per la relazione di coppia spinge l’adolescente a impegnarsi a costruire, in una prima fase, un’immagine di sé come partner romantico e poi a riconoscere se stesso/a in relazioni agli/alle altri/e: le relazioni affettive diventano occasione per definire il proprio status all’interno del gruppo dei pari ma anche per sperimentare la propria identità di genere, che si va consolidando. Solo in una fase successiva la relazione non è più in funzione del gruppo, ma viene vissuta in modo più profondo, e può diventare fonte di passione e di preoccupazione. Le relazioni acquisiscono un ruolo centrale e rappresentano l’occasione per l’adolescente per arricchire le proprie competenze emotive e relazionali.
Le relazioni sentimentali, seppur importanti nella fase adolescenziale, acquisiscono più rilevanza nella prima età adulta dove spesso le persone iniziano a ricercare una maggiore intimità e a maturare il desiderio di legare il proprio futuro a quello di un’altra persona. Questo periodo della vita della persona, che secondo la teoria psicosociale di Erikson (1968) si contraddistingue per la ricerca un equilibro fra l’intimità e il senso di isolamento, si caratterizza per il desiderio di legami più stabili e duraturi, di relazioni soddisfacenti che prevedono la condivisione personale di un progetto di vita e una possibile vita matrimoniale o di convivenza. Se poi la coppia diventa coppia genitoriale, affronterà la sfida di trovare un nuovo equilibrio familiare. Una delle maggiori difficoltà è la diminuzione del tempo da trascorrere insieme, pensarsi in tre, bilanciare i ruoli di partner e di genitore. Altrettanto destabilizzanti possono essere le attività lavorative che potrebbero impegnare costantemente la coppia nella ricerca di una buona conciliazione tra vita professionale e vita familiare. Tuttavia, non è solo la presenza dei figli, degli impegni lavorativi (e non solo) a rappresentare una sfida per i due partner, ma anche la loro assenza o la fine della loro presenza. Ad esempio, la crescita dei figli/figlie e la vita autonoma può provocare uno stato di tristezza e sensazione di perdita nei genitori, detto “sindrome del nido vuoto” (Lowenthal & Chiriboga, 1972) che richiede una nuova riorganizzazione familiare. Oppure, il pensionamento può portare a un cambiamento non solo di routine, ma anche identitario, in cui il proprio partner svolge un importante ruolo di supporto.
Nel frattempo anche il corpo è cambiato e, diversamente dagli stereotipi più comuni, la vita di coppia continua a essere a lungo vitale, nonostante in alcuni casi, possano presentarsi dei problemi di salute che rappresentano una complicazione per la vita di coppia. Il partner a volte diventa la fonte principale di sostegno, in alcuni casi un vero e proprio caregiver e parte integrante del processo di assistenza e cura. Se questo da una parte rappresenta la condizione ideale per chi necessita di supporto, dall’altro può rappresentare una fonte di stress per l’altro componente della coppia che si trova a dover impiegare grandi energie sia fisiche che emotive. Spesso sono proprio le complicazioni di salute a rappresentare una delle cause della fine della vita di coppia, a volte prima del raggiungimento della terza età. Un lutto impone di convivere con il distacco e la perdita della persona amata. Alcuni studi mostrano che i problemi psicologici aumentano immediatamente dopo la morte della persona cara, ma diminuiscono nel corso del tempo, nonostante il lungo alternarsi di momenti di difficoltà e di tranquillità (McCrae & Costa, 1988). La “cura del ricordo” proposta da Scabini e Cingoli (2000) suggerisce di elaborare il lutto attraverso la condivisione del ricordo della persona in famiglia, per unire passato e futuro e mantenere viva la relazione con chi non c’è più.
Infine, indipendentemente dal periodo della vita, le relazioni sentimentali possono esprimersi nelle modalità individuate dalla teoria triangolare dell’amore di Stenberg (1986). Secondo tale teoria le relazioni sentimentali possono essere comprese considerando tre dimensioni: l’intimità, il bisogno di vicinanza, calore e fiducia; la passione, ovvero l’attrazione fisica e la pulsione sessuale; l’impegno, inteso come il desiderio di portare avanti una relazione a lungo termine. Il modello, definito triangolare, immagina queste dimensioni come i tre vertici di un triangolo la cui combinazione dà origine a diverse tipologie di amore. La sola presenza di intimità o impegno o passione corrisponde rispettivamente alla simpatia (dove c’è vicinanza, ma non passione fisica o impegno), all’amore vuoto (non c’è né vicinanza affettiva, né passione, ma solo desiderio di tenere unita la coppia) e all’infatuazione (un amore caratterizzato dalla sola attrazione fisica). La presenza di passione e di intimità corrisponde all’amore romantico, la combinazione di intimità e impegno caratterizza l’amore definito complementare, mentre è definito fatuo l’amore che unisce passione e impegno. Quando l’amore invece ha tutte e tre le componenti, intimità, passione e impegno, è definito come amore vissuto ed è considerato, come si può intuire, la forma di amore più completa.
In conclusione, il proprio modo di vivere le relazioni d’amore cambia nel corso del tempo coerentemente ai compiti evolutivi della persona e ai bisogni vissuti in quel momento. Qualsiasi sia la propria esperienza familiare e personale, la consapevolezza del proprio stile relazione rappresenta un passo importante e necessario per orientarsi verso un amore che fa stare bene, un amore caratterizzato da libertà, consenso, accettazione e mutuo rispetto dove ognuno/a possa riconoscersi nell’altro/a, senza perdere se stesso/a. Cosa non facile, ma possibile e auspicabile. Come sosteneva Fromm (2016), amare è l'arte che ci offre l’opportunità di scoprire la bellezza dell’altro/a e di sviluppare una connessione autentica, nella reciprocità.
*Veronica Guardabassi
è ricercatrice di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione presso il Dipartimento
di Studi Umanistici (Unimc): https://docenti.unimc.it/veronica.guardabassi
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Bibliografia
Bowlby, J. (1958). The nature of the child’s tie to his mother. International Journal of Psychoanalysis, 39, 350-373
Bowlby, J. (1969). Attachment and loss. Vol. I. Attachment. New York: Basic Books.
Bowlby, J. (1973). Separation and loss. New York: Basic Books.
Erikson, E. H. (1968). Identity youth and crisis (No. 7). WW Norton & company.
Fromm E. (2016). L’Arte di amare, Mondadori.
Lowenthal, M. F., & Chiriboga, D. (1972). Transition to the empty nest: Crisis, challenge, or relief?. Archives of General Psychiatry, 26(1), 8-14.
McCrae, R. R., & Costa Jr, P. T. (1988). Psychological resilience among widowed men and women: A 10‐year follow‐up of a national sample. Journal of Social Issues, 44(3), 129-142.
Scabini E., & Cingoli V. (2000). Il famigliare. Raffaello Cortina, Milano
Sternberg, R. J. (1986). A triangular theory of love. Psychological review, 93(2), 119.
Note
L’autrice ringrazia la Prof.ssa Paola Nicolini per la disponibilità al confronto sul tema

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