di Jansan Favazzo*
Parole chiave: oggetti materiali, legge di Leibniz, tesi di Locke, mereologia, persistenza.
Del restauratore Crisippo, che finisce per vedere due cose dove all’apparenza ce n’è solo una, e del signor Tóth che ha preso a martellate una cosa o forse due.
Città del Vaticano, 21 maggio 1972. László Tóth sembra un turista come tanti – o un pellegrino, forse – mentre procede, con sguardo assorto e impermeabile blu, lungo il colonnato del Bernini. Non sono ancora le 11.30 quando decide finalmente di fare il suo ingresso nella basilica. La più celebre delle Pietà, quella scolpita da Michelangelo sul finire del ’400, si trova proprio all’inizio della navata di destra. László si sfila l’impermeabile e, con lucida prontezza, ne tira fuori un agile martello da geologo. Nel frattempo ha già scavalcato la balaustra di protezione. Mentre colpisce la statua con una dozzina di martellate, qualcuno lo sente gridare: «Cristo è risorto! Io sono il Cristo!».
La notizia del delirante atto vandalico del signor Tóth fa il giro del mondo e, ben presto, una squadra di ottimi restauratori riceve l’incarico di riportare il capolavoro mutilato al suo stato originario. Prima di mettersi all’opera, però, sarà necessario fare alcune osservazioni preliminari.
Per prima cosa, il direttore dei lavori registra questo fatto: la statua di Michelangelo (per fortuna!) esiste ancora, pur avendo perduto alcuni frammenti del marmo di cui era composta. In particolare, la punta del naso della Madonna si è disintegrata. Proprio per questo – ed è il secondo fatto – il blocco di marmo che costituiva la statua non è più lo stesso: prima del 21 maggio alle 11.30, quel blocco ammontava a una certa quantità q di materia, mentre adesso ammonta a q meno la punta del naso. Insomma, la statua è sopravvissuta all’attentato; la quantità di materia che la costituiva, no.
Ora, si dà il caso che il nostro direttore – chiamiamolo Crisippo – sia piuttosto esperto di cose filosofiche. Nel suo tempo libero legge un sacco di metafisica. E Crisippo sa bene che tra i pochi princìpi che, di solito, mettono tutti d’accordo c’è la legge di Leibniz: è impossibile che a e b siano la stessa entità se c’è almeno una proprietà che li distingue. Ed è proprio per questo che un brivido di inquietudine lo percorre, non appena riconsidera le sue osservazioni preliminari. Perché di fatto sembra che ci sia almeno una proprietà che distingue la statua dalla quantità di marmo che la costituisce: quella di poter sopravvivere alla perdita di un pezzetto. Quindi, per la legge di Leibniz, la statua e il blocco di marmo non possono essere la stessa entità.
Crisippo ha un ricordo molto vivido della prima volta che ha visto la Pietà, quando se n’è stato un bel po’ a contemplarla con le braccia conserte e un sorriso ammirato. Adesso, ripensandoci, si rende conto con stupore che la sua impressione era sbagliata. Non stava contemplando una cosa soltanto – la famosa Pietà del Vaticano – ma ne stava contemplando due!
Ormai non sta più nella pelle. La sua scoperta merita di essere rivelata al mondo intero. Per cominciare, chiede un colloquio con il signor Tóth presso il carcere di Regina Coeli.
«Chiamami László», esordisce il signor Tóth.
«Bene, László, andrò dritto al punto. Sono venuto a dirti che hai fallito: volevi accanirti sulla statua di Michelangelo, ma tutto ciò che ti è riuscito è stato scalfire il marmo di cui è fatta.»
László sgrana gli occhi, incredulo: «Scusa, ma come sarebbe possibile scalfire il marmo senza con ciò scalfire anche la statua? La statua e la sua materia si trovano esattamente nello stesso luogo, occupano lo stesso spazio. E non basta, hanno pure esattamente le stesse parti: se stacco il naso al blocco di marmo lo stacco anche alla statua, e viceversa. Non ti pare?»
Crisippo inizia a sudare freddo. Il signor Tóth ha ragione. Se la statua e il blocco non sono la stessa cosa, devo ammettere che due cose distinte possono occupare lo stesso spazio e avere le stesse parti. In altre parole, sono costretto a rinunciare in un colpo solo a due princìpi meno ovvi della legge di Leibniz ma intuitivamente altrettanto convincenti: la tesi di Locke, secondo cui due oggetti materiali non possono trovarsi nello stesso posto allo stesso tempo, e l’estensionalità mereologica, secondo cui due oggetti composti non possono avere esattamente le stesse parti proprie.
«Eppure», ragiona Crisippo ad alta voce, «la statua è un capolavoro della scultura rinascimentale, il blocco di marmo no. Il blocco di marmo proviene dalle cave di Carrara, la statua no. Sembra proprio che si tratti di due cose che occupano lo stesso spazio e hanno le stesse parti proprie.»
«Insomma», osserva László, «ogni volta che ci troviamo al cospetto di un oggetto materiale, in realtà ne abbiamo davanti due. È di questo che vuoi convincermi?»
«Due al prezzo di uno», annuisce Crisippo. «L’entità strutturata – la statua, la sedia, l’albero – e la materia – marmo, plastica, legno – di cui è fatta e con cui coincide spazialmente.»
Crisippo sorride compiaciuto. In fondo, pensa tra sé, queste entità strutturate (un po’ come le sostanze aristoteliche, sinoli di materia e forma) sono di un tipo diverso rispetto alle porzioni di materia che le costituiscono. Un conto è il faggio che vedo fuori dalla finestra, un altro l’ammasso di materia con cui adesso condivide lo spazio – tant’è vero che, se ne faccio ceppi per il camino, l’ammasso di materia c’è ancora mentre il faggio non c’è più. E allora si potrebbe salvare la tesi di Locke riformulandola così: è impossibile che due entità dello stesso tipo occupino lo stesso spazio allo stesso tempo. E magari c’è una via di scampo anche per il principio di estensionalità. A pensarci bene, infatti, le considerazioni che abbiamo fatto a proposito della Pietà si possono riproporre per le sue parti: anche la parte di statua che raffigura Gesù è distinguibile dalla porzione di marmo che la costituisce, e così la metà sinistra di quella parte di statua, e così la metà inferiore della metà sinistra, e via dicendo. Allora non avremmo due entità con le stesse parti proprie, ma un’entità strutturata che ha per parti altre entità strutturate e una porzione di materia che ha per parti altre porzioni di materia.
Saranno ormai cinque minuti che Crisippo si è perso nelle sue meditazioni. László, stufo, alza un sopracciglio. «O forse ci inganna il modo in cui parliamo», osserva.
«Che cosa intendi?», chiede Crisippo, già in allarme.
«Quando dici che l’oggetto che hai davanti è un capolavoro della scultura rinascimentale, ti riferisci a questo oggetto chiamandolo “la statua” perché questo termine è più appropriato al contesto. Allo stesso modo, quando dici che l’oggetto che hai davanti proviene dalle cave di Carrara, ti riferisci a questo oggetto chiamandolo “il blocco di marmo”, perché stavolta è quest’altro termine a qualificarsi come più appropriato. Ciò non toglie che entrambe le espressioni si riferiscano alla stessa porzione di realtà: quell’unico oggetto tridimensionale che hai davanti, che possiede entrambe queste proprietà e al quale ti riferisci con espressioni diverse a seconda del contesto di discorso. In certi casi (e per certi usi) la forma dell’oggetto – cioè il modo in cui le sue parti sono strutturate – è rilevante, in altri invece no. È rilevante, ad esempio, quando hai intenzione di prenderlo a martellate.»
«Vorresti dirmi», commenta Crisippo, «che la legge di Leibniz non si applica a questi casi perché l’intuizione di discernibilità – l’impressione che ci siano proprietà che distinguono la statua dal blocco – è un’illusione indotta dal linguaggio ordinario.»
László si stringe nelle spalle. «Se vuoi metterla così…»
«Insomma, stai dicendo che ci vedo doppio», borbotta Crisippo contrariato. «Ma resta ancora il fatto che la statua è sopravvissuta al tuo attacco e il blocco no. Come lo spieghi, se sono la stessa cosa?»
«Dipende da cosa intendi per sopravvivere», risponde László. «Magari gli oggetti materiali sono quadridimensionali: oltre a estendersi nelle tre dimensioni dello spazio, si estendono anche nel tempo. Poniamo che t1 sia l’istante della martellata decisiva: la Pietà continua a esistere a t2 nel senso che la statua-a-t2 – o il blocco-a-t2, se preferisci – è una parte temporale dello stesso oggetto quadridimensionale che esisteva già a t1. Certo, a t1 aveva un naso tra le sue parti spaziali e a t2 non più, ma poco importa: sono parti temporali diverse che hanno parti spaziali diverse. Forse, se la smetti di filosofare con me e torni a fare il tuo lavoro, a t-qualcosa ne avrà di nuovo uno.»
E proprio così, all’improvviso, Crisippo ha l’illuminazione: anche il signor Tóth, quando non è impegnato a vandalizzare statue o a spacciarsi per il Messia, legge un sacco di metafisica.
* Jansan Favazzo è assegnista di ricerca e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Macerata. Si occupa di metafisica, filosofia del linguaggio, estetica e logica (https://docenti.unimc.it/j.favazzo).
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