Creatività e Intelligenza Artificiale: un tema impegnativo, tanti punti di osservazione

 di Ivana Bianchi*

Il dibattito su “Creatività & IA” coinvolge molte questioni e molti punti di vista (disciplinari). Le analisi sulla creatività sviluppate dalla psicologia cognitiva possono stimolare il dibattito in nuove direzioni?

Parole chiave: Creatività, Intelligenza Artificiale, Psicologia, Apprezzamento estetico.




Nel dibattito in corso su creatività e intelligenza artificiale (IA) si inseguono diversi punti di vista, ma anche diversi punti di osservazione del problema. Da un lato troviamo chi enfatizza che concettualizzare la creatività in relazione all’IA all’interno di un paradigma non-antropocentrico illuminerebbe il dibattito di nuova luce (es. Arielli e Manovich, 2022). Dall’altro c’è chi, proprio muovendo da una definizione antropocentrica, sottolinea l’insensatezza di parlare di creatività in relazione all’IA che manca di intenzionalità e coscienza, due requisiti caratterizzanti la creatività umana (es. Redaelli, 2025). C’è poi chi si concentra su questioni morali (es. Brożek & Janik, 2019) e di proprietà intellettuale degli oggetti “creativi” generati sì da IA ma utilizzando materiale pre-esistente (es. Quintais, 2025), e chi sul confronto tra prodotto creativo umano e IA, dando per scontato che il sottostante processo di creazione sia diverso nei due casi (es. Ismayilzada et al., 2025).

 L’esistenza di questi diversi focus certamente riflette la complessità del tema, ma riflette anche la molteplicità dei punti di osservazione (e delle competenze) di chi entra nel dibattito. Da psicologa sperimentale non ho potuto non notare l’assenza o la poca considerazione di molte delle consolidate conoscenze sulla creatività che si sono sviluppate dentro la psicologia cognitiva nei suoi 150 anni di tentativi di afferrare e analizzare il tema. Detto che trovo affascinante anche il suggerimento di affrontare il discorso in chiave non antropocentrica – quindi ridefinendo concetti e misure a partire da concetti e misure che hanno senso per IA, indipendentemente dagli umani – rimane sullo sfondo per molti il bisogno di ragionare comparativamente, mettendo in relazione costrutti e misure della “performance creativa” nei due ambiti, umano e IA.

Per contribuire a quest’ultima linea di analisi possiamo mettere sul tavolo alcune conoscenze “disciplinari” (della psicologia cognitiva) per vedere se nuove idee di ricerca si aprono per gli studiosi di creatività in ambito IA assumendo questo “punto di osservazione”. Farò qui solo alcuni esempi, per dare un’idea della movenza suggerita, e rimando chi fosse interessato a un lavoro in cui il tema si analizza più approfonditamente (Bianchi et al., 2025).

Intanto (prima riflessione), non ci sembra del tutto motivata l’insistenza sull’argomento secondo cui IA non è creativa perché utilizza conoscenza pregressa, mentre la creatività umana no. L’idea di creatività come puro atto creativo nata da “un colpo di genio”, è superata in psicologia sin dagli anni Sessanta. Si riconosce, invece, che la creatività presuppone conoscenza pregressa: è la creazione di nuove connessioni, “remote” e non prossime (inusuali) tra concetti, proprietà, oggetti che fanno parte del bagaglio mentale che la persona ha a disposizione (e più ampio il bagaglio, più ampio il potenziale). Anche moltissimi dei modelli di training che gli psicologi hanno sviluppato per stimolare la creatività delle persone, consistono in suggerire nuovi modi di accesso al bagaglio di conoscenze che la persona ha. Quindi cadere in questa contrapposizione (creatività basata sulle conoscenze pregresse vs autentico atto creativo ex novo), non pare una contrapposizione utile. Ha più senso chiedersi, dato per assunto che le conoscenze pregresse contino in entrambi i casi, quali siano le differenze nelle regole di ricombinazione che umani e IA mettono in atto.

Una seconda riflessione emerge dal considerare che in molte classiche definizioni di creatività in psicologia si riconosce che la creatività è l’abilità di generare idee che sono sia nuove/originali che efficaci – vale a dire appropriate e utili (es. Runco & Jaeger, 2012). In linea con questa definizione, gli psicologi hanno modellato il processo creativo come interazione tra una componente generativa (che supporta la produzione di idee) e una valutativa (che riguarda la selezione di idee più promettenti in termini di fattibilità e potenziale successo). È utile usare questa doppia lente anche per guardare al dibattito sulla creatività in IA. Infatti, un ovvio tema di interesse è il potenziale di IA nella fase generativa (e qui sono da contestualizzare gli studi che confrontano, rispetto ad uno stesso compito, la performance umana con quella di specifici e diversi algoritmi generativi IA; es. Ismayilzada et al, 2025). Un altro tema di interesse, però, è anche se IA può gestire la fase valutativa come o meglio degli umani. La valutazione delle risposte (sono creative o no? Quanto creative sono?) è un punto nodale in tutte le ricerche sulla creatività umana, per verificare il profilo dei diversi individui, ma anche per testare l’efficacia di training o interventi e per questo servono misure precise. Gli psicologi hanno un set piuttosto standard di indici che utilizzano in relazione ai diversi tipi di compito. Non sarebbe utile provare e verificare la traducibilità degli stessi indici in contesto IA? Questo permetterebbe non solo di ottimizzare le possibilità di confronto tra performance umana e IA, ma anche di confrontare le diverse performance di diversi algoritmi IA. Inoltre, indurrebbe ad evitare prompt generici tipo “valuta la creatività delle risposte” (che si trova in diverse ricerche IA): la creatività è un concetto multidimensionale, la richiesta va operazionalizzata in modo più preciso: quale aspetto della risposta deve valutare IA? Il numero di risposte nell’unità di tempo (fluidità), la varietà delle risposte (flessibilità), l’infrequenza della risposta (originalità)?

Un'ultima riflessione per noi, qui, riguarda l’ormai ben noto fenomeno di deprezzamento estetico che le persone esprimono generalmente nei confronti di “opere d’arte” generate da IA. Se chiedete di valutare la piacevolezza di alcune immagini di dipinti, senza specificare da chi sono stati fatti, ottenete delle valutazioni; ma se, per quelle stesse opere, specificate invece che alcune sono state fatte da umani, altre da IA, ecco che le valutazioni cambiano: le opere generate da IA piacciono di meno di quanto non piacessero prima.

C’è un settore della psicologia sperimentale, che si chiama estetica sperimentale, che studia le risposte umane di piacevolezza a stimoli artistici e non, e sono diversi gli spunti che emergono dai risultati di queste ricerche che si potrebbero riversare nel dibattito su IA. Per esempio, negli ultimi anni stanno assumendo un ruolo di primo piano i cosiddetti dual models of aesthetic appreciation (uno per tutti, quello di Graf e Landwheir, 2015). Si tratta di modelli che hanno riportato, nell’analisi della risposta estetica, la ormai solida distinzione accettata in psicologia tra processi cognitivi automatici e non automatici (o volontari), permettendo di ridefinire il significato di “piacevolezza” estetica. Per raccontarli in modo semplice: ci è capitato spesso, in un museo, di trovarci di fronte a opere che immediatamente ci piacciono (è difficile passare davanti a un dipinto di Leonardo o Raffaello e non vedere le persone piacevolmente coinvolte). A questo livello la reazione è automatica: ci sono delle caratteristiche dello stimolo osservato (che gli psicologi hanno identificato: la simmetria, il contrasto e chiarezza luminosa, per citarne alcune) che attivano la nostra preferenza estetica. Altre opere istintivamente non piacciono alla media delle persone (e sono spesso quelle di arte contemporanea). Certo, ci sono differenze individuali e altre legate alla familiarità con l’arte. Ma in generale, quando un’opera ci fa storcere il naso e iniziamo a chiederci “ma è arte questa?” o chiudiamo i battenti e abbandoniamo il museo (o almeno quelle stanze dell’esposizione), oppure attiviamo un secondo livello di analisi dell’opera, che richiede motivazione, intenzione, sforzo e la ricerca di informazioni per comprendere quello che di primo acchito non abbiamo colto. L’esito di questo processo può essere apprezzamento (“interessante!”, “intrigante!”, “mi piace!”). è chiaro che il “mi piace” a questo livello significa qualcosa di diverso dal “mi piace” esperito di fronte a quei quadri che ci piacciono di primo acchito. È un “mi piace” legato al fatto che “lo trovo interessante” e parte del piacere estetico che viviamo in questi casi deriva dal nostro sentirci capaci, a questo punto, di vedere le cose da un diverso punto di vista. Ora, due ovvie applicazioni di questi modelli a IA ci indurrebbero, per esempio, da un lato, a cercare di capire se le stesse caratteristiche percettive che generano una risposta automatica di piacevolezza (e sinora studiate in riferimento ai prodotti artistici umani) valgano anche rispetto a prodotti generati da IA. Dall’altro, potremmo chiederci se ci siano delle informazioni che possiamo offrire ai soggetti e capaci di mutare il loro iniziale deprezzamento, facendoli passare ad un giudizio estetico più positivo (a livello di interesse). Per esempio, sappiamo che una variabile che spesso si associa all’apprezzamento estetico è il tempo che la realizzazione dell’opera ha richiesto (più è stata in contatto con l’artista, più la apprezziamo). Da IA ci aspettiamo risposte più veloci rispetto a quelle umane. Può essere che questo sia un fattore che incide nel deprezzamento? Se sapessimo che il processo generativo è stato complesso, in termini di passaggi e tempo necessari, migliorerebbe il nostro giudizio di apprezzamento? E se le persone potessero assistere al processo generativo ed essere informate sulle “skills” che IA deve possedere per svolgere i passaggi che sta svolgendo, questo impatterebbe positivamente sulla loro valutazione estetica dell’opera?  

Sono tutte domande che speriamo la ricerca futura voglia affrontare.

 Bibliografia essenziale di riferimento

 Arielli, E., and Manovich, L. (2022). AI-aesthetics and the Anthropocentric Myth of Creativity. Nodes. 1(19/20), 91–97. Available at: https://philpapers.org/archive/ARIAAT-6.pdf (Accessed June 13, 2025).

Bianchi I., Branchini E., Uricchio T. and Bongelli R. (2025). Creativity and aesthetic evaluation of AI-generated artworks: bridging problems and methods from psychology to AI. Frontiers in Psychology, 16:1648480.

Brożek, B., & Janik, M. (2019). Can artificial intelligences be moral agents? New Ideas in Psychology, 54, 101-106

Graf, L. K. M., & Landwehr, J. R. (2015). A dual-process perspective on fluency-based aesthetics: The pleasure-interest model of aesthetic liking. Personality and Social Psychology Review, 19(4), 395–410.

Ismayilzada, M., Stevenson, C., and van der Plas, L. (2025). Evaluating Creative Short Story Generation in Humans and Large Language Models. arXiv e-prints. arXiv:2411.02316. Available at: https://arxiv.org/abs/2411.02316 (Accessed June 15, 2025)  

Redaelli, R. (2025). Intentionality gap and preter-intentionality in generative artificial intelligence. AI & Society 40, 2525–2532.

Runco, M. A., and Jaeger, G. J. (2012). The standard definition of creativity. Creat Res J. 24(1), 92–96. https:// doi.org/10.1080/10400419.2012.650092

Quintais, J.P. (2025). Generative AI, copyright and the AI Act, Computer Law & Security Review, 56 (106107), https://doi.org/10.1016/j.clsr.2025.106107


* Ivana Bianchi è docente di psicologia generale presso l’Università di Macerata, si interessa da sempre di psicologia della percezione (in ottica fenomenologico sperimentale) e dei suoi riflessi nella cognizione umana. Nel corso di psicologia dei processi cognitivi per la Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche (per l’A.A. scorso e quello in corso) affronta il tema della Psicologia dell’arte, dedicando un modulo al dibattito su arte e creatività umana e IA.



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