Oltre l’antropocentrismo: alcune riflessioni sul mondo vegetale

 di Greta Mancini*

Parole chiave: antropocentrismo; intelligenza; mescolanza; piante; posizionalità aperta.

Di come filosofia, antropologia e scienza rivalutino il mondo vegetale, mostrando le piante come modello alternativo per ripensare vita, intelligenza ed ecologia oltre l’antropocentrismo.



L’idea che la natura e il mondo vegetale abbiano un potere restaurativo e curativo nei confronti dell’umano è un’idea antica che è stata proposta, con molta efficacia, anche da Jean Jacques Rousseau, il quale, nelle ultime fasi della sua vita, decide di immergersi nella natura per trovare sollievo ai suoi mali.

L’accettazione della solitudine costituisce per Rousseau la condizione necessaria del suo vivere nei boschi: “Sono dunque solo sulla terra, senza fratelli, né parenti, né amici, né altra compagnia che me stesso” (Le fantasticherie del passeggiatore solitario, Bur, p. 197). Con queste parole il filosofo si rivolge al lettore, che lo segue in un monologo interiore abitato da alberi, piante e laghi, la cui vista lo rende capace di ricordare i momenti felici e trascurare il male ricevuto. Ecco, allora, che la natura diventa medicamento per l’animo umano afflitto e occasione per conservare nella memoria solo il bello, ricordato o immaginato che sia.

Nel suo riappropriarsi della vita tranquilla nei boschi, Rousseau si avvicina alla botanica, considerata l’unica disciplina in grado di purificare l’animo e di capire come il mondo vegetale funzioni. Le piante sono esseri dotati di qualità uniche, tutte da scoprire: la passeggiata che precede la raccolta, la cura con cui i fiori vengono osservati e colti, la preparazione dell’erbario, sono tutti gesti che il botanico compie, mosso dall’intento nobile di porre attenzione al mondo vegetale e capire qualcosa in più sulla sua organizzazione. Al lavoro del botanico si aggiunge quello dell’erborista che utilizza le piante per curare i malanni fisici e per il quale non occorre conoscere come il mondo vegetale si presenta, ma solo quale pianta sia più utile per porre rimedio alla febbre o ad altre infermità.

Se la botanica e la medicina hanno considerato le piante in vista di uno scopo, cioè quello terapeutico, la filosofia e la storia naturale hanno invece provato a considerarle nella loro essenza, come esseri appartenenti alla natura, al fine di capire come e dove collocarle all’interno della scala dei viventi. Sono molti i trattati antichi che si propongono questo sforzo d’indagine, primo fra tutti La storia delle piante di Teofrasto che, benché si presenti come un testo di botanica, non è mosso da un fine utilitaristico, ma dal desiderio di conoscere come funzioni il mondo vegetale. Diffidando degli unguenti miracolosi e di pozioni magiche, Teofrasto si affida alla scienza studiando morfologia e fisiologia delle piante, classificandole in base a struttura e durata della vita, chiamandole con una terminologia specifica e restituendoci la varietà di una specie fino a quel momento sconosciuta.

Anche Aristotele, maestro di Teofrasto, è mosso da un sentimento autenticamente filosofico nei confronti delle piante, che si pone come obiettivo quello di conoscere il mondo della natura attraverso un ordine di complessità dal più semplice al più complesso. La questione centrale è quella dell’anima, intesa come “principio degli esseri viventi”, e di come essa si possa presentare in tre diverse modalità, nutritiva, sensitiva e intellettiva. La funzione nutritiva è tipica della pianta in quanto vivente che cresce, si riproduce e sopravvive come specie e, dunque, in grado di inserirsi nel ciclo naturale, grazie al movimento del caldo e del freddo che l’anima stessa utilizza per dar forma a tutte le cose. Nelle piante, però, la quantità di calore è minima e con essa il corpo tende ad appiattirsi verso terra, a differenza dell’uomo che, avendo una grande quantità di calore, si trova in posizione eretta, nettamente opposta a quella della pianta.

Si dovrà aspettare la fine dell’Ottocento per integrare questa prospettiva con nuove intuizioni. Darwin, in modo particolare, è uno dei primi studiosi a dedicare diversi trattati alle piante inserendole nel contesto dell’evoluzione e mostrando come la loro sopravvivenza sia stata possibile grazie a caratteristiche idonee, ma soprattutto sarà suo figlio Francis, nel 1908 al congresso annuale della British Association for the Advancement of Science, a dichiarare che le piante sono intelligenti. Al contrario di quanto si pensava all’epoca, Darwin mostra come sia possibile riscontrare nelle piante una forma di movimento molto vicina alla reazione agli stimoli tipica degli altri esseri viventi. Al pari degli animali, infatti, le piante, seppur sprovviste di un sistema nervoso centrale, manifestano una sensibile capacità di risposta agli stimoli che può essere trasmessa da una parte all’altra del corpo.

Un nuovo interesse per il mondo vegetale proviene, all’inizio del Novecento, anche dall’Antropologia filosofica che, meglio di altre discipline, riesce ad armonizzare gli studi scientifici con le domande filosofiche. Il padre fondatore, Max Scheler, è consapevole del fatto che le scienze, iperspecializzate, finiscono per perdere di vista l’unitarietà dell’uomo rendendolo ancora più enigmatico a se stesso e che, la sua riscoperta metafisica passa per un’analisi dei rapporti che legano l’umano agli altri esseri viventi. Attraverso una gerarchia delle energie e delle facoltà psichiche Scheler elabora una scala delle caratteristiche che rendono i viventi tali e, a proposito delle piante, spiega come queste posseggano il grado più basso del mondo psichico, ovvero l’impulso affettivo, un generico impulso di crescita e riproduzione, extatico, in quanto sempre rivolto all’esterno, senza una coscienza in grado di determinarsi.

Questo orientamento della pianta verso l’esterno è presente, seppur in altri termini, anche nelle riflessioni di Helmuth Plessner che, ne I gradi dell’organico e l’uomo, analizza i viventi dal punto di vista del loro conflitto tra organizzazione e corporeità, tra l’apertura come organismo e la chiusura come corpo fisico, individuando nella pianta un’organizzazione di tipo aperto: “è aperta quella forma che inserisce l’organismo, in ogni sua esternazione vitale, immediatamente nell’ambiente e lo rende una parte non indipendente del ciclo vitale a lui corrispondente” (I gradi dell’organico e l’uomo, Boringhieri, p. 244). Non avendo la necessità di un centro, la pianta sviluppa superfici che si aprono all’esterno e si sviluppano verso l’ambiente, come se da ogni zona potesse prendere avvio una nuova crescita e differenziazione.

Gli studi scientifici più recenti sono oramai concordi nell’affermare che le piante possiedono delle caratteristiche e delle capacità significative, in grado non solo di mettere in discussione i nostri pregiudizi, ma anche di proporre nuove modalità di abitare la terra. Se umani e animali, in quanto individui, non possono rinunciare a nessuna delle loro parti, le piante vivono non grazie alle proprietà delle singole parti, bensì al loro funzionamento unitario, dal momento che, unendosi, sviluppano capacità che singolarmente non avrebbero.

Inoltre, le piante possiedono una particolare intelligenza, pur non avendo l’organo solitamente preposto a tale funzione. Se, infatti, per intelligenza intendiamo la capacità di risolvere problemi, la pianta riesce nell’impresa grazie alle sue radici e in modo particolare grazie agli apici che, come antenne, le permettono di scegliere come e dove muoversi e di svilupparsi per vivere bene nell’ambiente.

Se le piante non hanno bisogno di un cervello per essere intelligenti, non necessitano neppure degli altri organi umani, eppure sono in grado di vedere, sentire ed ascoltare. La loro vista è plasmata dalla luce che riescono a intercettare e sfruttare per la loro crescita grazie al fenomeno del fototropismo, le loro cellule sono in grado di captare i messaggi odorosi dell’ambiente e delle altre piante e di gustare le sostanze chimiche che si trovano nel terreno. Come se non bastasse, hanno una sensibilità tattile spiccata che permette loro di percepire l’attacco degli insetti o di valutare la capacità di un oggetto di sostenerle nel caso delle piante rampicanti. Le piante, dunque, sono perfettamente in grado di ricevere ed interpretare tutte le informazioni dell’ambiente, mostrando capacità sensoriali il cui sviluppo è stato necessario per migliorare la loro capacità di esplorazione, nonostante la fissità al terreno.

Benché autotrofe, e dunque capaci di reale autonomia, le piante trasformano e riconoscono il mondo che hanno davanti, prima delle altre forme di vita; è con loro che l’atmosfera si è caricata di ossigeno ed è con loro che la vita continua. L’intera biosfera si fonda sul potere delle piante di salvaguardare quella che Emanuele Coccia definisce metafisica della mescolanza, cioè una struttura fluida dove tutto entra in contatto con tutto, dove gli esseri viventi si incontrano senza fondersi l’uno con l’altro. È una filosofia diffusa che trova il proprio centro paradigmatico nella foglia, aperta per sua costituzione, in grado di essere nel mondo e di rigenerarsi sempre, nonostante la sua fragilità.

“Come è la stirpe delle foglie, cosi quella degli uomini. Le foglie il vento le riversa per terra, e altre la selva fiorendo ne genera, quando torna la primavera; così le stirpi degli uomini, l'una cresce e l'altra declina” (Iliade, vv. 146-149): nella similitudine, tramandataci dalla letteratura, acquista senso il posto dell’uomo nel mondo, una posizione non di privilegio, ma di condivisione di una condizione che lo accomuna agli altri esseri, in primis alle piante. Occorre rinunciare alla convinzione che il proprio centro sia anche il centro dell’universo ed accettare di andare oltre se stessi e oltre il consolidato modo di pensare, se si vuole davvero scoprire come è fatto il mondo. L’umano non è più il detentore di uno spazio puro e isolato, ma un abitante fra tanti, che vive di relazioni in un mondo che cambia continuamente. Piuttosto che pensare gli altri esseri immobili e passivi, come è accaduto per le piante, o chiusi in una nicchia, come per gli animali, si tratta di considerare il mondo come insieme dei viventi e non più come luogo esclusivamente umano.


*Greta Mancini, docente a contratto del Lettorato 1 su Classici di Filosofia Morale presso il Dipartimento di Studi Umanistici e di Filosofia morale presso il Dipartimento di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo, https://docenti.unimc.it/g.mancini16 


 

 

 

 



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