di Arianna Fermani* e Lucia Palpacelli*
Parole chiave: Multifocal Approach; Maurizio Migliori; Scuola di Macerata.
Questo contributo è l’inizio di un viaggio alle radici di un paradigma
ermeneutico: offre l’orizzonte entro cui è maturato il Multifocal Approach, un
nuovo modo di leggere il pensiero dei filosofi antichi.
Questo contributo intende introdurre un percorso e una riflessione sul
processo che ha condotto, negli anni, alla formulazione e alla nascita del
paradigma ermeneutico, elaborato a Macerata dal prof. Maurizio Migliori e dalla
sua scuola, che va sotto il nome di Approccio Multifocale. È da intendersi
quindi solo come un primo passo, seguito nei prossimi mesi da approfondimenti e
in particolare da un video, nel quale tenteremo - sul filo della memoria sempre
viva e feconda del nostro maestro - di delineare il viaggio che ha portato alla
formulazione di un nuovo modo di avvicinarsi ai testi dei filosofi antichi.
L’approccio multifocale, meglio noto con la formula inglese Multifocal
Approach (da qui in poi MA) costituisce un paradigma scientifico, che è nato
come un diverso e nuovo modo di guardare agli Antichi a partire dagli Antichi
stessi, ovvero provando a inforcare gli stessi “occhiali” con cui Platone,
Aristotele e gli altri pensatori di più di 2500 anni fa guardavano il mondo.
Il MA è stato elaborato come “formula” circa dieci anni fa. La
codificazione dell’etichetta MA risale infatti al 2015, se è vero che, da un
lato, 1) nelle pubblicazioni precedenti (sia di Migliori sia “di scuola”) lo
stesso concetto viene generalmente espresso con la formula aristotelica pollachos legomenon (che letteralmente
significa “dicibile in molti modi”) e che, dall’altro, nel 2016, nella
traduzione dell’Organon uscita per
Bompiani (Aristotele, Organon: Categorie, De Interpretatione, Analitici
Primi, Analitici Secondi, Topici, Confutazioni Sofistiche, coordinamento generale di M. Migliori;
Bompiani Il Pensiero Occidentale, Milano 2016), compare invece esplicitamente
la dicitura Approccio Multifocale. Non a caso, sempre nel 2016, è uscito anche
il primo volume teorico di elaborazione del paradigma: By the Sophists to Aristotle through Plato: The necessity and utility
of a Multifocal Approach, a cura di E. Cattanei, A. Fermani, M. Migliori,
Academia Verlag, Sankt Augustin.
Nell’Introduzione alla traduzione dell’Organon, infatti, Maurizio Migliori scrive: «Quello che questa
équipe ha tentato di fare è trarre le conseguenze metodiche della situazione
che abbiamo presentato fin dall’inizio. Ciò fa emergere un dato che non può
essere sottovalutato. Aristotele, come Platone, ha una visione della realtà
qualificabile come complessa e multiforme e quindi moltiplica gli schemi
interpretativi in modo da coglierla e capirla nei suoi diversi aspetti. Il
problema centrale non è tanto quello di costruire un sistema di idee chiare e
distinte quanto quello di capire il mondo. Ci sono dei momenti in cui questa
tensione è di una evidenza provocatoria: basta pensare al libro V della Metafisica o alla trattazione dell’anima
in cui Aristotele si avvicina pericolosamente all’autocontraddizione, dando poi
luogo a dibattiti infiniti, che hanno attraversato tutti i secoli cristiani»
(Migliori, Introduzione generale, in Aristotele, Organon… cit., pp. LVII-LVIII).
Tale modello, però, anche se codificato nel 2015, come cifra specifica della “scuola di Macerata”, era in realtà già presente (anche se solo in nuce), sin dai primi anni dell’insegnamento di Maurizio Migliori a Macerata (anno accademico 1991-1992). Può essere allora utile ricordare e riportare alla luce alcune delle radici (per lo più strettamente correlate) di questo paradigma. In questa sede, ci limiteremo a tracciare lo sfondo, da cui poi prenderà il via l’approfondimento già ricordato in apertura.
Perché paradigma?
Innanzitutto va
precisato che il termine “paradigma”, applicato al MA, va inteso nell’accezione
kuhniana del termine: si segue cioè l’elaborazione teorica della nozione di
“paradigma scientifico” elaborata da Thomas Kuhn all’interno del suo
fondamentale volume La struttura delle
rivoluzioni scientifiche (edito
da Einaudi, 2009), ovvero come una “unità di misura” e come “criterio” per
affrontare i problemi scientifici, la cui tenuta necessita - come si sta
facendo con successo da dieci anni - di verifiche, ripetute e costanti, a valle
e su vari terreni, non solo cioè nell’ambito specifico della filosofia antica e
rispetto al pensiero dei vari filosofi: la tenuta del MA è stato verificata su
tutto l’arco della filosofia antica, dai primi filosofi fino a quelli della
tarda antichità, come testimonia il manuale Filosofia
antica. Una prospettiva multifocale, M. Migliori-A. Fermani (a cura di),
Scholé, Morcelliana, Brescia 2020 (realizzato, appunto, da varie “anime” della
scuola), ma anche rispetto a numerosi altri ambiti disciplinari (cfr. il volumi
speciali di Humanitas: Il
pensiero multifocale, «Humanitas» 1-2 [2020]; Il Pensiero Multifocale 2. Una ripresa
teorica della proposta, in «Humanitas», 77 [2022]).
Naturalmente, all’inizio, l’adesione a questo paradigma (così come usualmente capita nel caso dell’accettazione di ogni altro paradigma scientifico e come è capitato anche nel caso del nuovo paradigma ermeneutico di Platone, elaborato dalla scuola di Tubinga-Milano), ha richiesto - soprattutto da parte di coloro che non erano per così dire “interni” alla “scuola di Macerata” - una sorta di “atto di fede”. Si tratta però di un fatto “fisiologico”, dato che, come ha ricordato lo stesso Kuhn: «Colui che abbraccia un nuovo paradigma fin dall’inizio, lo fa spesso a dispetto delle prove fornite dalla soluzione dei problemi. Egli deve, cioè, aver fiducia che il nuovo paradigma riuscirà in futuro a risolvere i molti vasti problemi che gli stanno davanti, sapendo soltanto che il vecchio paradigma non è riuscito a risolverne alcuni. Una decisione di tal genere può essere presa soltanto sulla base della fede» (Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, pp. 183-190). Su questa linea, Migliori insisteva spesso sul fatto che l’approccio “vergine” a un testo o a una realtà da decifrare non è mai dato: chiunque di noi, nella sua lettura, è sempre condizionato da precomprensioni il più delle volte inconsapevoli. In questo senso, assumere un paradigma ermeneutico può essere inteso in un primo momento come una “precomprensione consapevole” (nel nostro caso, appunto, “occhiali con lenti multifocali”) che permette di vedere cose altrimenti difficili da cogliere.
La rotazione dello sguardo: alcuni esempi tratti dagli scritti aristotelici
Questo paradigma, basato sulla consapevolezza della complessità della
realtà, invita quindi allo spostamento dell’angolo di visuale e si propone,
ogni volta, di affiancare gli sguardi, abbracciare più prospettive, per
avvicinarsi, per quanto è possibile, all’oggetto di indagine.
È quanto si verifica ad esempio in Metafisica
Delta, in cui, per ogni termine che analizza, Aristotele offre una vasta
gamma di significati, limitandosi a metterli l’uno accanto all’altro. I diversi
significati, ottenuti descrivendo un vero e proprio “giro” intorno al termine
per considerarlo da tutte le diverse angolazioni possibili, vengono espressi e
lasciati convivere - anche se talvolta un significato risulta contrario a un
altro - perché consentono di conoscere, nel modo più completo possibile, la
realtà in esame.
Questo “giro” intorno al medesimo termine, ovvero quella de-angolazione
dello sguardo che rappresenta uno degli assi teorici del MA, implica però - e
nel corso della costruzione del paradigma ce ne si rendeva conto a poco a poco
- la necessità di “prendere sul serio” le affermazioni dei classici, senza
sminuirle e senza considerarle espressione di oscillazioni, indecisioni o
cambiamenti di idee.
In questo senso, abbiamo assunto quasi a bandiera del MA questa
affermazione aristotelica: «Il movimento è evidentemente un atto, ma è un atto
incompleto: ed appunto per questo è difficile comprendere che cosa sia il
movimento. Ridurlo a privazione o a potenza o ad atto puro non è possibile:
pertanto non resta che la spiegazione che noi abbiamo dato: il movimento è atto
e non è atto, e questo è difficile da comprendere, ma è possibile» (Metafisica XI, 9, 1066a20-26).
Aristotele, insomma, afferma esplicitamente che il movimento è atto e, contemporaneamente, non è atto, ovvero che la medesima realtà è A e, contemporaneamente, anche se da un punto di vista diverso (pena la contravvenzione, che Aristotele non sarebbe mai disposto ad accettare, del principio di non contraddizione), non A. Tale affermazione, lungi dall’essere l’esito di una indecisione, o l’espressione di un atteggiamento di ambiguità, di vaghezza o, addirittura, di relativismo, è invece l’espressione di un chiaro e completo coglimento dell’oggetto in questione. Detto in altri termini: Aristotele non dice “il movimento è atto e non è atto” perché non ha le idee chiare, ma dice che il movimento, da due punti di vista diversi, è entrambe le cose.
A commento delle parole aristoteliche appena ricordate e come temporanea chiusura della prima tappa di questo viaggio – volta a costruire l’orizzonte di riferimento per i passi successivi – proponiamo un passaggio di Maurizio Migliori che, già nel 2008, formulava uno dei migliori e più icastici manifesti del MA e della sua intrinseca e costitutiva visione pluriprospettica: «Platone e Aristotele, ma credo si possa dire in genere tutta la filosofia antica, non paiono tanto interessati a produrre UN paradigma, UN sistema di pensiero, UNA visione, UNA definizione, quanto piuttosto a elaborare, all’interno di un orizzonte concettuale ben definito, a volte anche definito in modo talmente forte da colpirci, una pluralità di schemi e di modelli, tra loro non sovrapponibili e a volte anche in contrasto, e tuttavia capaci di spiegarci aspetti della realtà che altrimenti ci sfuggirebbero. In sostanza, il pensiero classico vuol capire il mondo, la cui complessità non viene messa in dubbio, e che quindi deve essere affrontato con una pluralità molto elastica di strumenti» (M. Migliori, Il bello e il buono della virtù, in M. Migliori - N. Napolitano Valditara (eds.), in collaborazione con D. Del Forno, Plato Ethicus. La filosofia è vita, Morcelliana, Brescia 2008, pp. 235-236).
*Arianna Fermani è docente di Storia della Filosofia Antica presso l’Università degli Studi di Macerata https://docenti.unimc.it/arianna.fermani
*Lucia Palpacelli è docente di Storia della filosofia Antica presso l’Università degli Studi di Macerata. https://docenti.unimc.it/lucia.palpacelli

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