di Massimo Bontempi*
Parole chiave: studio, storia, esperienza, redenzione, liberazione
L'essere studenti di Filosofia a 60 anni di età attraverso i filtri della propria esperienza professionale e delle categorie filosofiche di Walter Benjamin.
Arriva
un momento nella propria vita in cui pensi a cosa fare del presente e di quanto
ti resta da vivere. Vuoi evitare che tutto continui a ripresentarsi eternamente
uguale, mentre tu non sei mai uguale continuando ineluttabilmente ad
invecchiare. Senti la necessità di una nuova
forma di vita, di una tua nuova forma di vita che scardini il presente
omogeneo e vuoto in modo che non continui a ripresentarsi ininterrotto. Avverti
la tua esistenza come un continuo corso di cose inutili dentro un tempo che
scorre privo di qualsiasi arresto. Ecco, quel momento di arresto si è
compiuto in me in un modo che solo in piccola parte ho causato volutamente e
che altrettanto in piccola parte avevo programmato. L’entità di questo
cambiamento è stata totalmente imprevista nella sua potenza redentrice. In
modo così inatteso mi sono ritrovato felice perché avevo riscattato il
passato: mi sono ritrovato all’improvviso a fare quello che amo cioè essere uno
studente, essere un componente della comunità degli studiosi. Ho così avuto
l’opportunità di arrestare un tempo vuoto ed omogeneo e di introdurre una discontinuità
personale, un’opportunità che non credo di essermi meritato.
Ad
alcuni, non sarà sfuggito un incipit colmo di espliciti riferimenti alle
categorie filosofiche di Walter Benjamin come del resto, altrettanto
esplicitamente, fa anche il titolo. Ma andiamo con ordine…
Negli
ultimi mesi del 2025, si è verificato nella mia vita il succedersi di una serie
di eventi quali l’aver compiuto 60 anni, l’essermi laureato in Filosofia (35
anni dopo la laurea in Ingegneria Elettronica) e l’aver scoperto un filosofo
chiamato Walter Benjamin. Questi eventi si sono collocati a poco più di 2 anni
dalla mia uscita dal lavoro, per anticipo di pensione, dal ruolo di dirigente
di un’azienda industriale. In conseguenza di questo, avevo deciso di iscrivermi
al corso di laurea in Filosofia. Pertanto nel 2023, quasi al bordo dei 60 anni,
sono tornato alla vita dello studente.
Ho
sempre amato studiare ma i miei giovanili tentativi di entrare nel mondo
accademico come professionista sono stati frustrati dal metodo di arruolamento
privo di certezze sia nei tempi che nell’effettiva possibilità di stabilità.
Sono così entrato nel mondo del lavoro con la consapevolezza che non avrei mai
fatto qualcosa che amassi quanto lo studiare, ero perfettamente conscio che ci
sarebbe stato poco da divertirsi. In un certo senso, ricadevo nella visione
borghese che finiti gli studi, è ora di smettere di perdere tempo ed è ora di
cominciare a guadagnare: il lavoro visto come un dovere. Nel mondo del lavoro, molto
spesso sono stato un elemento di diversità, e questa diversità a volte è stata
apprezzata e a volte disprezzata. Nei momenti positivi, sono stato valutato
meritorio di raggiungere la dirigenza; ma i momenti negativi non sono stati
leggeri. In tutto questo, ho potuto constatare come, in 3 decenni di vita
aziendale, si sia evidenziato il continuo costante peggioramento della qualità
della vita lavorativa, segno che i valori custoditi nello Statuto dei
Lavoratori sempre più sono stati vissuti come vincoli insopportabili
piuttosto che come opportunità per la dignità dell’uomo mentre contestualmente diventava
sempre più complesso generare ricchezza in un’incessante frenesia di accumulo.
Diventava sempre più difficile vivere il tempo lavorativo.
L’essere
diversi è una potenzialità ma è anche un fardello, perché a volte devi
nascondere la tua eterodossia soprattutto nei momenti in cui i tuoi capi
cercano pervicacemente omologazione, obbedienza, assenza di dissenso.
Soprattutto, quando il lavoro attraversava quelle fasi in cui l’organizzazione
richiedeva cose che mi apparivano prive di senso, quella insensatezza mi
sembrava difesa ancora con maggiore enfasi da chi non gradiva un pensiero
diverso. A volte mi sentivo decisamente fuori luogo quando l’essere omologhi
era così ricercato e proprio per questo motivo ho così fortemente amato i capi e
i colleghi che apprezzavano la mia differenza: con loro, c’è ancora un profondo
sentimento di amicizia. Come via di fuga, soprattutto nei momenti di difficoltà,
ho sempre continuato a studiare essenzialmente nel campo della fisica e della
matematica. Sentivo la bellezza dello studiare come un fine in sé e non come un
mezzo, anche perché nulla di quanto studiavo poi applicavo al lavoro. In ogni
caso, non voglio essere ipocrita, l’aver studiato ingegneria, oltre a fornirmi
di una solida base culturale in Fisica e Matematica, è stato anche un mezzo per
accedere a possibilità professionali altrimenti non raggiungibili. In questa
situazione però, quando ho avuto l’opportunità di uscire dal mondo del lavoro
con una forma di prepensionamento, l’ho fatto con sollievo e mi sono iscritto
di nuovo all’università, scegliendo uno dei percorsi più lontani possibile dal
mio bozzolo di ingegnere e a 58 anni mi sono iscritto alla facoltà di Filosofia.
All’improvviso, ho scoperto un mondo fatto di persone che hanno lo stesso
desiderio di comprendere la complessità del mondo, di autori del passato e del
presente, di professori e ovviamente anche di giovani colleghi studenti.
Ed
infatti, due anni più tardi, avrei ritrovato nel materiale del corso su
Benjamin la descrizione della mia stessa sensazione di sollievo, di libertà,
dopo essermi tolto il peso del lavoro. Nel saggio su Kafka, Benjamin
cita il racconto “il nuovo avvocato”, dove c’è ovviamente un nuovo avvocato:
Bucefalo il cavallo di Alessandro! Come io mi ero tolto il fardello del lavoro
per poter tornare a studiare, allo stesso modo Bucefalo si era liberato del
peso di Alessandro e del dover combattere guerre per lui insensate. Come io
ricercavo qualcosa di lontano dalla pratica del lavoro durato 32 anni, così il
cavallo di Alessandro non vuole esercitare il Diritto, quello che vuole è
sprofondare nella teoria dello studio del Diritto fuggendo qualunque risvolto
pratico, ecco come ci informa Kafka:
… sprofondarsi nella lettura dei
codici. Libero, i fianchi non oppressi dalle reni del cavaliere, alla quieta
luce di una lampada, lungi dal clamore della pugna alessandrea, egli legge e
sfoglia le pagine dei nostri antichi volumi.[1]
E Benjamin carica
moltissimo l’aspetto che la Giustizia non è legata alla professione del Diritto
ma solo al suo studio:
la «novità» per lui e per
l’avvocatura - che egli non eserciti la professione. Il diritto che non è più
esercitato ed è solo studiato, è la porta della giustizia. La porta della
giustizia è lo studio.[2]
Che parole potenti: la
porta della giustizia è lo studio.
Mi immagino Bucefalo
felice, libero di poter fare quello che gli piace senza più soggiacere alle
assurdità della guerra permanente di Alessandro, così come io sono felice di
non dover più soggiacere ad una vita routinaria fatta di cose che spesso
trovavo senza senso e lo faccio in compagna dei filosofi della storia cioè con
le persone con il più grande ingegno dell’umanità. E all’improvviso Bucefalo
studente, il cavallo sprofondato tra i codici non appare più come allegoria,
perché lo studio non è un’allegoria ma la via per la libertà.
Benjamin,
sempre in Kafka, parla dell’organizzazione del lavoro e di come possa
essere alienante per chi non la comprende o perché troppo piccolo o perché
l’organizzazione del lavoro è assurda di suo. Nel primo caso, l’esempio è la
costruzione della Grande Muraglia e nel secondo la farraginosa organizzazione
dell’impero Russo o di quello Austroungarico. Come risuonano in me gli echi di
quanto descrivevo poco sopra sulla mia esperienza dell’organizzazione
lavorativa. Ecco, Bucefalo si è liberato di Alessandro ed io mi sono liberato
di qualcosa che ormai facevo fatica a comprendere. Bucefalo non esercita il
Diritto. Il Diritto è diverso dalla Giustizia perché il Diritto si associa al
Destino e ad una colpa senza criterio, una colpa alla Edipo. Un Diritto senza
Giustizia è quello che credo spesso sia presente nel lavoro dove si è
responsabili, si è associati ad una colpa solo perché si occupa un posto
specifico, spesso senza aver commesso qualcosa ma solo perché gli strumenti a
disposizione per controllare e sanare non sono sufficienti, solo perché non si
è dotati di sufficienti possibilità di reale gestione. Di tutti i fardelli del
lavoro questo è il più pesante perché colpisce al di là dei tuoi errori di
comportamento, colpisce la mera vita, il fatto di esistere in quel ruolo
lavorativo, dove non puoi non essere colpevole per il solo fatto di stare là. Una
colpevolezza che Benjamin potrebbe chiamare mitica.
Come
Bucefalo, anche io mi sono tolto un peso e come Bucefalo aderisco alla vita
degli studenti, libero dalla colpevolezza del lavoro.
Ma
qual è il compito dello Studente? Intendendo questa parola non come sostantivo
ma come participio presente, studente nel significato di appartenente alla
comunità di chi sta studiando. Se lo studio è la porta della giustizia,
lo studente ha un compito che va ben al di là dell’accumulare conoscenza,
questo è un compito burocratico, istituzionale, certo bellissimo ed utile per
la professione, ma non basta, non può bastare.
L’essere i custodi della
porta della Giustizia conduce a ben altri compiti. Qual è dunque un compito
all’altezza degli studenti?
Benjamin ne La vita
degli studenti assegna alla comunità di coloro che studiano un compito ai
limiti del sovrumano: costituire la sede della rivoluzione spirituale
permanente per liberare il futuro. Non credo di essere all’altezza di
questo compito, per la perfezione che richiederebbe, ma lo accetto ugualmente
perché mi è chiara la sua necessità visto cosa sta diventando il mondo: un
luogo privo totalmente di spiritualità dove non esiste né passato né futuro ma solo
un presente permanente ed infinito. Ci rifiutiamo di ricordare che stiamo
distruggendo il mondo imprigionando il futuro e poniamo un oblio totale sul
passato rifiutandoci di ricordare che l’ultima volta che ci siamo affidati alle
destre estreme abbiamo causato centinaia di milioni di morti e montagne di macerie.
Che la nostra epoca sia priva di qualunque spiritualità e quindi di senso lo
dimostra che attribuiamo la colpa alla mera vita, all’essere in vita, al solo esistere.
Un migrante è colpevole per il solo fatto di esistere, per la sua mera vita,
non perché abbia agito contro Giustizia: è il Diritto che lo condanna alla
colpevolezza. Se per il Diritto tu sei colpevole per il solo fatto di esistere
e non puoi avere una casa o un lavoro in quanto clandestino come puoi per
vivere sottrarti al dominio della criminalità? È vietato per tutti rubare
eppure dovrebbe forse essere considerato diversamente il rubare per mangiare, Benjamin
ci ricorda che
Anatole France dice satiricamente
che vietano sia ai ricchi che ai poveri di pernottare sotto i ponti. […] Sorel
sfiora una verità non solo storico-culturale, ma anche metafisica, quando
avanza l’ipotesi che ogni diritto sia stato privilegio […] dei potenti.[3]
facendoci capire come il Diritto
si faccia beffe di noi. La terribile differenza tra Diritto e Giustizia. Ma queste
non sono vuote teorie, quando vediamo i senzatetto allontanati dai loro fragili
illegali rifugi senza avere nessuna altra destinazione dove andare se non verso
altri altrettanto fragili illegali rifugi ma, forse, meno sotto gli occhi della
collettività. Sono colpevoli solo per il fatto di esistere e devono essere in
qualche modo occultati. I migranti e i senzatetto vengono puniti, ma prima della
punizione, prima della assegnazione del castigo, gli ultimi della terra sono ritenuti
colpevoli per il solo fatto di vivere, di esistere. Ora capiamo bene la frase
di Benjamin il diritto condanna alla colpa e non al castigo[4].
Il Diritto esercita così una violenza mitica che incolpa e castiga ma non
espia, una violenza sulla nuda vita che pone la supremazia del Diritto stesso
sull’uomo vivente. Dunque, il Diritto assegna colpe alla mera vita, al fatto di
esistere nel proprio stato e non per aver fatto qualcosa di ingiusto, per aver
fatto qualcosa al di fuori della Giustizia: anzi se c’è qualcosa al di fuori
della Giustizia, cioè di andare oltre a ciò che è giusto, è proprio quello di
perseguire gli ultimi della terra, di perseguire coloro che si ostinano a pernottare
sotto i ponti nonostante la legge lo proibisca e non fanno come i ricchi che
invece obbediscono alla legge e i ponti non li frequentano.
Dunque lo studio è la porta della Giustizia e il compito
dello studio è liberare il futuro. Certo, liberare il futuro dato che il potere
vuole chiudere il futuro, lo vuole rendere uguale al presente che è sotto il
suo controllo e lo vuole fare stendendo l’oblio sul passato. Mi risuonano in
mente i lugubri slogan di 1984 di Orwell: chi controlla il passato
controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato. Dunque
perseguire la Giustizia, ma che significa Giustizia? La giustizia è fare del
mondo il sommo bene[5]
dice Benjamin. Cioè fare in modo che non si punti ad un diritto alla
proprietà della persona, ma ad un diritto di essere bene del bene stesso[6].
“Bene” è sia categoria del giusto sia sinonimo di oggetto, due concetti che
convergono sul medesimo ente: il tutto ci porta alla necessità di eliminare il
possesso e arrivare ad una condivisione delle cose così come del sapere.
Infatti, non c’è nulla di più sterile dell’accumulo delle conoscenze senza che
esse siano catalizzatrici di una nuova forma di vita collettiva: i filosofi hanno
sempre operato in scuole e cioè comunitariamente.
Abbiamo
visto che lo studio è la porta della Giustizia e che Giustizia è fare
del mondo il sommo bene, ne consegue, svolgendo il sillogismo, che “lo
studio è fare del mondo il sommo bene”. Questa è la responsabilità
che abbiamo nei confronti del mondo[7], responsabilità della collettività
degli studiosi cioè professori, studenti, liberi pensatori, tutti coloro che
non scambiano per verità l’opinione del conformismo e dell’omologazione, ma dobbiamo
farlo uscendo dalla visione istituzionale dell’università, appunto come
comunità.
Certo, per me a 60 anni, entrare nella forma di vita
degli studenti, laurearmi in filosofia e incontrare questi pensatori tra i
quali Benjamin è stato un bel terremoto rispetto alla mia forma di vita di
lavoratore, di dirigente d’azienda, un terremoto liberatorio. Lo studio è un
terremoto che ci porta ad essere frenetici. L’idea dello studente sfaccendato,
nullafacente è quanto di più lontano dallo studente che vive la sua vera vita.
Lo studente è frenetico perché ogni ambito che studia rimanda ad altri ambiti e
ad altri studi con una progressione geometricamente infinita, non può mai
fermarsi a riposare a letto perché sempre manca il tempo alla sua ricerca. Dunque,
la forma di vita dello studente è l’ascesi insonne:
Nei
loro studi gli studenti vegliano, e forse la massima virtù dello studio è
proprio quella di tenerli desti.[8]
Gli studenti sono
frenetici nello studio ma non nell’accumulare conoscenze (l’accumulo è una
categoria capitalistica) ma di moltiplicare comprensione: questione quanto mai
decisiva oggi che con l’Intelligenza Artificiale abbiamo a che fare con
conoscenza priva di qualunque comprensione. Lo studente è dunque frenetico, e
questo fatto è talmente vero che pure io, studente sessantenne, non riesco a
trovare il tempo per leggere e studiare tutto ciò che vorrei leggere e studiare
e accumulo libri, fotocopie e registrazioni ben sapendo che molte resteranno là
e che forse non saranno mai letti da me… e chissà se mai qualcuno li userà. Da
pensionato nascondo questo sentimento di affanno perché nessuno, se non un
altro studente, se non un altro appartenente alla comunità degli studiosi
potrebbe comprendere come possa esistere un pensionato che non riesce a trovare
il tempo per fare le cose, quando il pensionato per sua natura è lo sfaccendato
perfetto. Nella conformista visione delle cose, lo studente è quasi un nullafacente,
il pensionato è un nullafacente, io studente pensionato dovrei essere
nullafacente al quadrato, ed invece sono frenetico e ho pudore a manifestarlo
perché non adeguato, non conforme al pensiero della società. Proprio da quella
società gli studenti sono derisi e malfamati perché appunto nullafacenti
dato che non producono e forse anche perché sono pericolosi essendo la speranza
di un'altra società.
Ma
c’è ancora un punto in cui, leggendo Benjamin in Capitalismo come Religione
ho avuto la chiara sensazione che stesse parlando di me, di me come lavoratore.
Nella dinamica colpa/debito, una struttura necessaria del Capitalismo, che è
una religione, è l’imposizione ai suoi fedeli di adempiere al rito della
moltiplicazione del denaro: del resto le banconote non somigliano ai “santini”
della religione? Inevitabilmente, una organizzazione aziendale finisce per
porti di fronte a problemi che non puoi risolvere da solo ma che sono comunque
solo tuoi anche se, appunto, non hai le risorse per poterli risolvere. Questa
situazione dovrebbe logicamente portare ad una deresponsabilizzazione, “se non
posso farci nulla non potrà essere colpa mia”, ma questo non avviene: nella
ritualistica aziendalistica il debito che si contrae nel non raggiungere quanto
è stato richiesto diviene colpa, quotidianamente ti fanno sentire in colpa, ti
senti in colpa. Resti muto di fronte a quel destino. Questo sentimento
si cala perfettamente nella logica delle colpe annidate di Benjamin: ti senti
in colpa, ma senti che ti viene fatto un torto ad attribuirti una colpa e ti
avviluppi senza uscita in questi torti/colpe annidati. Sei il colpevole e non
puoi redimerti, è inevitabile il sentirsi in trappola, generando un malessere
che diviene malattia dello spirito. In questo Benjamin centra il bersaglio quando
dice che il Capitalismo è una religione che non ti permette di espiare la colpa
e la fa diventare malattia.
Forse
per questo Benjamin ci colpisce così tanto perché ad ognuno sembra che stia parlando
proprio a lui. Nonostante Benjamin si rivolga a studenti ventenni di 100 anni
fa, colpisce nell’anima anche me, studente sessantenne di oggi!
Il
Capitalismo nella Storia prevede un costante potenziamento, una costante
capacità di produrre di più: per diverso tempo lo ha chiamato progresso, dove
questo potenziamento della tecnica è risultato solo un potenziamento delle
modalità del sopruso. Ma la soluzione esiste, e consiste nel fermare questo
progresso, che oggi non viene neppure più chiamato progresso ma innovazione. La
società ha compreso di poter togliere la maschera. Via la parola progresso che
potrebbe spingere ad aspirare ad un mondo migliore e usiamo invece innovazione:
del resto davvero nella Storia c’è stata solo innovazione e nessun reale progresso.
La Storia appare come una gigantesca montagna di macerie e di soprusi che
diventano macerie e soprusi sempre più grandi. Una Storia che è sospinta
dall’oblio, dalla dimenticanza di quello che è stato il Male passato che finiamo
per ricercare nuovamente a causa della nostra smemoratezza. La Storia è così
sospinta attraverso un tempo vuoto e omogeneo che si ripete identico
nella sua costanza cioè nella permanente umiliazione degli ultimi, dei
diseredati. Ma non basta, noi stessi sospingiamo pervicacemente affinché gli
ultimi e i diseredati siano sempre più numerosi nella assurda speranza, ormai
certo non più convinzione, di non diventare mai uno di loro ma in realtà ben
sappiamo che quello è il nostro Destino, quella è la nostra colpa.
Ma,
l’arma di difesa è sempre la stessa: lo studio, lo studio per fermare quella
tempesta che è la Storia.
Una
tempesta […] spira dall’oblio. E lo studio è una cavalcata che muove contro di
essa.[9]
Lo studio rappresenta una cavalcata contro la tempesta.
La tempesta che cancella la memoria, che cancella il passato. Il passato che è
la cosa più preziosa che abbiamo. Lo studio come arma contro l’oblio del
passato. Ma cosa fa questa tempesta? È descritta in modo straordinario,
commovente nella tesi numero 9 sul Concetto di Storia. La tempesta
strappa noi e l’Angelo della Storia dal passato e ci trascina verso il futuro
impedendoci di redimere il passato. Impedendoci cioè di ricomporre i frantumi e
di ricostruire le macerie della Storia. Come Tacito ci ricorda che, in tutte le
epoche, l’imperialismo fa del mondo un deserto per poi chiamarlo pace, così la
Storia senza memoria genera montagne di macerie e le chiama progresso o, oggi,
innovazione. Nel frammento 222, Benjamin afferma che la Storia non va spiegata
perché spiegarla significherebbe pacificarla e quindi tradire gli oppressi e
gli sconfitti, la Storia va mostrata e la scrittura del filosofo deve essere
una scrittura che mostra senza spiegare. Il mostrare la Storia è un atto
devastante per colui che è costretto a vederla. Ed infatti, mi strappa il cuore
ogni volta alla lettura del dramma dell’angelo della Storia che, sgomento, è costretto
a vedere tanta devastazione senza potersi fermare a redimerla, questa struggente
tristezza deve dare forza al nostro studio:
C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è
rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su
cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le
ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il
viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena
di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa
incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe
ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso
soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che
l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel
futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo
delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa
bufera.[10]
Lo studio è una scelta politica, è la più forte delle scelte politiche, se vissuta comunitariamente può invertire l’insensata fuga in avanti della Storia e restituire spiritualità al mondo: Bucefalo ci è riuscito.
[1] Josef Kafka, Metamorfosi e
altri racconti, Edizione Acrobat a cura di Patrizio Sanasi, pag 23.
[2] Walter Benjamin, Kafka, in Opere
Complete di Walter Benjamin a cura di Rolf
Tiedemann e Hermann Schweppenhauser, Edizione italiana a cura di Enrico Ganni,
Volume VI, Torino, Giulio Einaudi editore, 2008, p. 152. Mio corsivo.
[3] Walter Benjamin, Per la Critica
della violenza, in Opere Complete di Walter Benjamin, Volume I,
cit., pag 484.
[4] Walter
Benjamin, Destino e Carattere, in Opere Complete di Walter Benjamin,
Volume I, cit., pag 455.
[5] Walter
Benjamin, frammento 192 – Appunti per un lavoro sulla categoria di giustizia,
in Opere Complete di Walter Benjamin, Benjamin a cura di Rolf Tiedemann
e Hermann Schweppenhauser, Edizione italiana a cura di Enrico Ganni, Volume
Frammenti e Paralipomena, Torino, Giulio Einaudi editore, 2014, p. 210.
[6] Ibid.
[7] Ibid.
[8] Walter Benjamin, Kafja, in Opere
Complete di Walter Benjamin, Volume VI, cit., pag 149
[9] Ibid., pag 151.
[10]
Walter Benjamin, frammento
192 – Appunti per un lavoro sulla categoria di giustizia, in Opere
Complete di Walter Benjamin, Benjamin a cura di Rolf Tiedemann e Hermann
Schweppenhauser, Edizione italiana a cura di Enrico Ganni, Volume VII, Torino,
Giulio Einaudi editore, 2006, p. 487.
* Mi chiamo Massimo Bontempi e mi considero "anfibio" cioè di doppia natura perché contestualmente ingegnere elettronico e filosofo. Sono iscritto alla magistrale di Filosofia dopo aver conseguito la laurea triennale lo scorso novembre.
Autore trattato in maniera coerentissima e scelta di citazioni del tutto mirabile. «Ogni diritto è un privilegio dei potenti», bravo Massimo!
RispondiEliminaGrazie Mario, davvero grazie
EliminaEsposizione limpida e cristallina, dalla quale si percepisce la passione per Benjamin e per la Filosofia.
RispondiEliminaDavvero un esempio per tutti noi Grande Massimo.
Ti rinnovo la mia stima e i miei complimenti!
Grazie Matteo, troppo gentile!
EliminaBell'articolo Massimo!
RispondiElimina"Appartengo a quella categoria di persone che non ha il tempo di lavorare", G. Agamben, lettera a Furio Jesi
Grazie Lorenzo... sì ma alla tua età trova anche il tempo per altre piacevoli attività
Elimina