di Fabiola Falappa*
Parole chiave: tempo, finitezza, responsabilità, compimento, fiducia.
Il tempo è una realtà che ci ferisce, l’oscuro distruttore che ci toglie gioia, esperienze migliori, persone care, capacità? O piuttosto è prezioso per l’esistenza tanto da esserne una condizione positiva fondamentale?
Dal momento che tra le finalità di questo blog c’è la volontà di dare evidenza di come la filosofia non sia una disciplina da lasciare esclusivamente ai filosofi di professione, ma piuttosto una competenza umana universale, ciò ci ricorda che il pensiero critico filosofico non può essere considerato come un’impresa solitaria e privata. Sicuramente non può prescindere da un cammino personale, ma occorre prestare attenzione al fatto che non è un cammino privato, nel senso che nessuno può svolgerlo, e sperare di compierlo, da solo; nessuno utilizza il pensiero critico come se fosse una facoltà autonoma, tecnica, neutra che prescinde dall’incontro con gli altri, ma respira grazie all’incontro e, inevitabilmente, si dispiega nel tempo.
Proprio il tempo, nel corso della ricerca filosofica, costituisce, per certi aspetti, uno dei problemi di fondo, che non a caso si mescola con il problema e il mistero dell’esistenza. Dobbiamo affrontare il chiudersi del tempo, la finitezza e la vulnerabilità della nostra condizione, fino all’esperienza della morte. Si pone, dunque, dinanzi a noi la sfida che viene dal tempo in quanto tale, dalla temporalità irreversibile dell’esistenza. La nostra finitezza non la incontriamo soltanto quando siamo alle prese con la morte, ma non appena acquistiamo consapevolezza del fatto che esistere è trascorrere. Il tempo ci ferisce, ci toglie i talenti, le capacità, le persone care; noi stessi cambiamo, stentiamo a riconoscerci, possiamo constatare che perdiamo delle qualità, delle abilità che ci appartenevano.
L’essere umano è così fluido, così in divenire che davvero questa è già una ferita, una vulnerabilità, dentro la nostra condizione. In questa direzione si orienta la prospettiva aperta da Martin Heidegger, nello specifico attraverso la categoria della “Geworfenheit”: ogni essere umano è abbandonato nel mondo, senza aver scelto di esserci, un abbandono così radicale che non esiste neppure qualcuno che originariamente ci abbia abbandonati, è il paradosso di un abbandono assoluto. Non siamo orfani o respinti da una divinità, siamo nella solitudine originaria e da lì dobbiamo affrontare la nostra esistenza (M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976, pp. 182-195).
Tale condizione di abbandono sottolinea la nostra finitezza, ma, in un certo senso, anche la nostra responsabilità nel dare senso alla nostra vita, nonostante questa situazione iniziale. In estrema sintesi, questa modalità di “esserci” nel mondo può far scaturire due tipi di esistenza: una autentica e l’altra inautentica. Nella prima, l’Esserci si perde nella quotidianità, nell’anonimato, nell’opinione pubblica, nella chiacchiera, nell’immaginario collettivo, evitando la consapevolezza della propria “gettatezza” e della propria mortalità; nella vita autentica, invece, l’Esserci si confronta con la propria vulnerabilità mortale, finita, e assume la responsabilità della propria esistenza, scegliendo le proprie possibilità e prendendo decisioni con lucidità e consapevolezza.
Poter trovare allora un significato a questo nostro modo di essere suggerisce già che il tempo non è soltanto un contenitore esterno di cose ed eventi. Già Agostino riporta il tempo alla vita interiore, al vissuto della coscienza, all’attenzione, alla memoria e all’attesa. Siamo in un divenire che non riusciamo ad arrestare, il tempo avanza inesorabile e, allo stesso tempo, “ci avanza” quando finiamo per sprecarlo. Così si butta tutto il tempo che avanza nella frenesia legata al raggiungimento di un successo, di una gioia, di un incontro che ci fa smettere di prestare attenzione, per un verso, anche alla bellezza dell’attesa e, per altro verso, all’importanza di saper stare nel presente.
Occorre chiedersi, dunque, se il tempo è un nemico, se è esclusivamente la realtà che ci ferisce, quell’oscuro distruttore che ci toglie la gioia, le esperienze migliori, le persone care, le capacità, i ricordi. O forse dobbiamo, al contrario, ammettere che il tempo ci è dato per vivere e che dunque esso è prezioso per l’esistenza, ne è una condizione positiva fondamentale?
Cominciare a seguire questa pista comporta di imparare a riconoscere altri significati del tempo, da assumere e portare nel cuore della vita quotidiana, significati che implicano il nostro rispondere al tempo che ci è dato, cosicché esso possa ricevere un orientamento. In questo senso per noi la libertà è la risposta originale che diamo al tempo che ci è dato. Come hanno sottolineato diversi autori e autrici (Cfr. ad es. H. Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza, in Id., Opere, Mondadori, Milano 1986; E. Minkowski, Il tempo vissuto, Einaudi, Torino 1986; E. Bloch, Il principio speranza, Garzanti, Milano 1994, 3 voll.; E. Lévinas, Il tempo e l’altro, Il melangolo, Genova 1987; M. Zambrano, I sogni e il tempo, Edizioni Pendragon, Bologna 2004) il tempo stesso è sperimentabile anche come durata. Il tempo si volge in spazio e terreno dei vissuti: è un mediatore dell’esperienza tanto più essenziale e prezioso quanto più lo dedichiamo a ciò e a chi per noi ha valore prioritario: «la persona si fa nel tempo. Si realizza nel tempo. La temporalità non è decadenza, ma mezzo di realizzazione» (M. Zambrano, L’uomo e il divino, Edizioni Lavoro, Roma 2001, p. 249).
Affiora qui il rimando all’esperienza del riconoscimento di valori, che resistono alla consumazione dei giorni e, rispetto alla loro validità, che rivelano un senso più alto, tanto da non riuscire ad essere neutralizzato neppure dalla morte. Il tempo come tale non determina il senso o il valore di ciò che ha la capacità di orientare l’esistenza. Piuttosto, paradossalmente, è il tempo stesso che va salvato dal suo degrado in mera precarietà e vacuità; il che accade quando arriviamo a cogliere un senso o un valore che per noi possiedono validità illimitata, senza che il fatto della morte riesca a cancellarla.
Si tratta non certo di immortalità fisica, bensì della resistenza di chi o di ciò che vale. L’effettività di una simile apertura è attestata dal fatto che, ben al di là di una vana finzione, la scoperta di un senso e di un valore eterni (siano essi un ideale, una persona, una comunità, una relazione, un bene, una Verità) trasformano il modo di stare al mondo degli esseri umani e fanno loro assumere scelte, priorità, atteggiamenti e comportamenti nuovi. Ha scritto Karl Jaspers che l’eternità non è né l’intemporalità né la durata per tutto il tempo, ma la profondità del tempo. Questo rivela che abbiamo un respiro e un’apertura grazie ai quali il futuro non è solo una certa quantità di tempo in più, ma è irreversibile pienezza di vita.
Da qui scaturisce la distinzione tra avvenire e futuro. L’avvenire replica la storia passata ed è prevedibile perché è parte della certezza che la coscienza stabilisce in quanto conosciuta. È ciò che ai nostri occhi diviene reale trasformandosi in presente; mentre il futuro è «lo sconosciuto, il regno dell’illimitata speranza, e pur essendo una dimensione del tempo, tocca l’atemporale. Se l’espressione fosse corretta si potrebbe definirlo il sovratemporale, perché pur essendo tempo sfugge al carattere relativo della temporalità; si presenta con un carattere assoluto» (Ibidem, p. 276). Per orientarsi all’apertura del futuro, che trascende il tempo stesso, occorre farsi guidare sia dalla speranza, illimitata tanto quanto le possibilità che da esso scaturiscono, sia dal passato. Nulla di ciò che si desidera e a cui si tende può realizzarsi nel tempo se cancella o rinnega il passato stesso, perché finirebbe per rinnegare l’essere umano che nel tempo e del tempo vive.
Ricomprendere il tempo non più come nemico, ma saper stare con pazienza nel tempo che avanza, significa allora sperimentare il passaggio dall’angoscia, legata al nostro essere “abbandonati” nel mondo, a una fiducia esistenziale di fondo: la vita ha un senso e mi è dato il tempo per svolgere la mia esistenza verso un compimento possibile. Quando oltrepasso l’angoscia e mi apro alla fiducia, in una situazione di dolore, di difficoltà, di scoramento mi è dato di rinascere; nel suo valore ontologico, la conversione dall’angoscia alla fiducia non è, quindi, un atto solo frutto del mio volere, non deriva da uno sforzo di ottimismo. Questa possibilità di conversione richiede due condizioni: la prima è che io possa interagire con delle fonti di fiducia nella vita interiore e nella vita relazionale: gli altri, la presenza della natura, Dio; la seconda è che devo arrivare a riconoscere con lucida intelligenza il valore di questo passaggio.
A chi, superando l’angoscia, guarda con fiducia al futuro non mancherà il dono del tempo. «Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco» (J. L. Borges, Tutte le opere, Mondadori, Milano 1994, p. 1089). Il tempo mi chiede di trovare un senso all’esistenza; allora posso scoprire che quel tempo che mi appariva come un nemico, come un distruttore, in realtà non solo fa parte del mio essere, ma permette che il mio essere esista.
* Fabiola Falappa è Professoressa Associata di Filosofia Teoretica e docente di Ermeneutica filosofica e Metodologie di filosofia teoretica (https://docenti.unimc.it/fabiola.falappa).
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