In sé e per noi: l'essere umano incluso ed escluso dalla conoscenza del kosmos

 di *Lucia Palpacelli

Parole chiave: Aristotele, Platone, Multifocal Approach, fisica, cosmologia, conoscenza

L’articolo illustra e indaga il metodo di indagine fisico-cosmologica aristotelica che, pur muovendosi nella piena consapevolezza dei limiti del soggetto conoscente e dell’oggetto da conoscere, non rinuncia alla ricerca.



La coscienza del limite umano di fronte alla conoscenza è un motivo costante tanto in Platone quanto in Aristotele ed è alla base della cautela metodica riscontrabile in entrambi gli Autori. Il filosofo ateniese ha cura di dire in molti dialoghi che la conoscenza è qualcosa che si raggiunge “per quanto è possibile” (in questo quadro, rientra il richiamo del Fedro, secondo cui l’uomo è sempre filosofo e mai sophos, in quanto sophos è solo Dio, Fedro, 278D3-6) e chiarisce nella Lettera VII che, comunque, l’oggetto in se stesso rimane sempre oltre le possibilità umane di conoscenza: «Per ciascun essere sono tre i mezzi mediante cui necessariamente si ha scienza (viene poi come quarta la conoscenza medesima, mentre come quinto si deve porre l’oggetto di conoscenza, ossia il vero essere)» (342A7-B 1).

Questo atteggiamento di fondo si rintraccia a maggior ragione rispetto alle realtà fisiche ealle “domande ultime”. Infatti, nel Timeo, l’Autore ricorda che «Se presenteremo ragionamenti probabili non meno di alcun altro, allora dobbiamo accontentarci, ricordandoci che io che parlo e voi che giudicate abbiamo natura umana: cosicché, accettando intorno a queste cose la narrazione probabile, conviene che non ricerchiamo più in là» (29C7-D3). In questa trattazione Platone denuncia immediatamente il limite della conoscenza umana (che è connesso a quello dovuto alla natura dell’oggetto), tanto più forte rispetto agli argomenti cosmologici e a domande quali l’origine dell’universo.

La stessa consapevolezza si registra anche nel pensiero aristotelico: di fronte alla conoscenza in genere, e in particolare di fronte a conoscenze “al limite” per l'uomo, quale quella del cosmo (ma lo stesso discorso potrebbe valere per l'anima), è possibile rintracciare una movenza che potremmo definire a un tempo di inclusione e di esclusione: infatti, il filosofo mostra di avere piena fiducia nel fatto che l'uomo possa conoscere e arrivare a stabilire alcune verità, ma - in consonanza su questo con il pensiero platonico - è anche profondamente consapevole del fatto che la conoscenza umana rimanga sempre limitata e segnata dal “per quanto è possibile”: l’oggetto resta comunque sempre oltre le possibilità di conoscenza, ma non per questo la ricerca si deve arrestare.

L’ “in sé e per noi”

Tale coscienza del limite umano trova espressione nell’incipit della Fisica, nella distinzione tra l’in sé e il per noi. In questo passaggio, Aristotele sembra descrivere come proprio del metodo fisico un processo che definiremmo induttivo: «il procedimento naturale va <1> da ciò che è più conoscibile e chiaro per noi <2> verso ciò che è più chiaro e conoscibile per natura: infatti, non è lo stesso il conoscibile per noi e il conoscibile in senso assoluto. Perciò è necessario procedere in questo modo: da ciò che è meno chiaro per natura, ma più chiaro per noi a ciò che è più chiaro e conoscibile per natura» (I, 1, 184a15-20).

Il movimento descritto va <1> da ciò che è più debole ontologicamente, ma più evidente alla sensazione <2> a ciò che è stabile dal punto di vista ontologico, e quindi anche meglio conoscibile in senso assoluto, ma più lontano dalla sensazione. Infatti, Aristotele precisa ulteriormente quest’affermazione, osservando: «Innanzitutto, a noi sono chiare ed evidenti le cose considerate nel loro insieme e, poi, a partire da queste, diventano conoscibili gli elementi e i principi che li determinano. Perciò, bisogna procedere dal generale verso ciascuna parte: infatti, l’intero è più conoscibile per la sensazione e il generale è un certo intero; infatti il generale racchiude molte cose come parti» (184a21-26). Il punto di vista predominante in Fisica, dunque, è quello della sensazione: rispetto ad essa si misura il più chiaro e il più conoscibile, descrivendo un procedimento euristico, con una forte componente empirica, procedimento che, in quanto tale, si muove a partire da ciò che si presenta alla sensazione fino alle cause e ai principi, cioè agli elementi che costituiscono il generale indistinto che appare alla sensazione.

La ricerca “da lontano” del De caelo

Questa distinzione opera in modo particolare nel De caelo: in quest’opera cosmologica, nella quale Aristotele indaga il cielo e l’universo, il Filosofo ha cura di ribadire più volte che si sta muovendo nel campo del probabile e di sottolineare la parzialità della conoscenza umana rispetto a fenomeni che sono di difficile osservazione, perché sono lontani da noi e, dunque, possiamo percepirne solo una piccolissima parte (De caelo, 286a4-7). Se infatti le realtà sopralunari eterne (il cosmo, gli astri e i pianeti), in quanto tali, si danno sempre e necessariamente e quindi in sé sono più facili da conoscere, non lo sono tuttavia per noi, dato il limite del soggetto conoscente che è costretto a conoscere “da lontano”: «Anche se è da lontano che tentiamo di condurre la ricerca: lontano non tanto per il luogo, ma piuttosto per il fatto che abbiamo percezione soltanto di una piccolissima parte di ciò che riguarda questi [i corpi celesti]. Ma, tuttavia, parliamone» (II, 3, 286a4-7).

Un senso di incertezza si coglie anche in un passaggio che riguarda l’etere e la sua divinità: «Perciò, ragionando sulla base di tutte queste considerazioni, si potrà credere che oltre ai corpi che ci circondano quaggiù esiste un corpo diverso e separato ed ha una natura tanto più elevata quanto più esso è lontano da quaggiù» (269b13-17). La formula con la quale Aristotele introduce la conclusione sulla divinità dell’etere (il verbo è pisteuo, ad indicare fondamentalmente qualcosa che si può credere non dimostrare ed è attenuato dall’uso di un ottativo con valenza potenziale) mostra la consapevolezza aristotelica del limite umano di fronte a questioni “lontane” e divine, su di esse si può arrivare a credenze o a verità probabili, ma la cosa che resta fondamentale è non rinunciare alla ricerca.

Ora, se nel De caelo il limite della conoscenza si lega in particolare al mondo celeste e sembra giustificato, in ultima analisi, dalla lontananza e dall’altezza dell’oggetto, c’è un luogo particolarmente significativo del De partibus animalium che chiarisce come si sia di fronte a un motivo di fondo riscontrabile in ogni ambito della physis. Qui, infatti, Aristotele traccia un ideale procedimento di ricerca che parte dalla definizione dell’essenza e trae di seguito il processo di formazione di ogni genere e specie animale, ma si dichiara pronto anche alla possibilità che non si riesca in tutti i casi a fare questo: «Se poi questo non è possibile, occorre dire quanto più gli si avvicini e cioè che <sia così> o in assoluto, perché è impossibile che sia diversamente, o almeno perché è bene che sia così» (I, 1, 640a35-b1).

Dunque, se si registra un limite, un’impossibilità, bisogna accontentarsi di arrivare quanto più possibile vicino all’ottimo, afferma Aristotele, accostandosi al ‘per quanto possibile’ di stampo platonico. Il limite della conoscenza viene inoltre ribadito al capitolo 5 di questo stesso scritto, dove Aristotele, tra le cose che sussistono per natura, distingue 1. alcune realtà ingenerate e incorruttibili che esistono per la totalità del tempo; 2. altre, invece, che partecipano della generazione e della distruzione.

Le prime sono le realtà cosmologiche, rispetto alle quali lo Stagirita rileva lo stesso limite dovuto alla difficoltà di percezione già evidenziato nel De caelo: «Rispetto alle prime, che sono nobili e divine, ci capita di avere minori conoscenze, infatti sono assolutamente poche le cose evidenti alla sensazione, a partire dalle quali si potrebbe indagare su queste cose che desideriamo conoscere» (I, 5, 644b24-28).

Grazie alla comunanza di ambiente, risulta invece più agevole la conoscenza delle cose soggette a divenire, cioè di piante e animali. A questo punto, Aristotele riconosce la bellezza dell’una e dell’altra conoscenza: l’una parziale, ma altissima, l’altra più vasta e che, essendo più vicina e più familiare, ristabilisce un equilibrio con la filosofia che riguarda cose divine, ma rispetto alla quale, comunque, lo Stagirita ribadisce il limite umano ricalcando esattamente, in questo caso, l’espressione platonica: «Dal momento che di quelle si è trattato, dicendo quanto a noi appariva, resta da parlare della natura vivente, per quanto possibile non trascurando nulla che sia umile o elevato» (645a4-6).

Considerazioni conclusive

La movenza che abbiamo visto operante in questa analisi, secondo cui l'essere umano può dirsi allo stesso tempo, ma da punti di vista diversi, incluso (può e deve certamente conoscere) ed escluso (l'oggetto della conoscenza rimane sempre oltre) dalla conoscenza è comprensibile alla luce di un atteggiamento tipico del pensiero antico - e in particolare platonico e aristotelico - che, se assunto come chiave ermeneutica, definiamo multifocale e che consiste nel privilegiare «la continua indagine sui molteplici irriducibili aspetti che la realtà multiforme ci propone ed è disponibile a una pluralità di ipotesi e di tentativi, cioè di “vie”, che, di volta in volta, possono essere, con risultati diversi, legittimamente percorse» (Divino e umano. L’anima in Aristotele e in Platone, in Mente, anima e corpo nel mondo antico, a cura di U. La Palombara e G. A. Lucchetta, La Biblioteca di Scheria 1, Opera Editrice, Pescara 2006, pp. 21-56, pp. 22-23).

Il nostro percorso ci ha portato infatti a considerare i limiti della conoscenza da punti di vista diversi: 1. il limite legato alla natura dell’oggetto da conoscere; 2. il limite legato al soggetto che conosce. Come si è visto, la distinzione dell’in sé e per noi porta a definire la conoscenza fisica e cosmologica come una conoscenza probabile, nel senso che – data la natura dell’oggetto e del soggetto – l’essere umano può giungere solo ad alcune limitate verità riguardanti il kosmos, ma questo non significa che debba rinunciare, se è vero – come è sicuramente vero anche per Aristotele - che «una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta da un essere umano» (Apologia di Socrate, 38A).

* Lucia Palpacelli insegna Storia della filosofia Antica presso l’Università degli Studi di Macerata. https://docenti.unimc.it/lucia.palpacelli


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