A partire da Demetra: per un’etica dell’amore materno

 di Greta Mancini*

Parole chiave: amore materno; cura; Demetra; etica; relazione.

Dal mito di Demetra nasce una visione potente: l’amore materno, forza relazionale e trasformativa, che sfida il patriarcato e diventa principio universale di cura, capace di unire individui, comunità e mondo.



Nel mito, Demetra è dea dell’agricoltura e della fertilità e ha una figlia, Persefone, che un giorno, mentre è intenta a passeggiare nei prati, viene rapita da Ade e portata nell’oltretomba. La dea, disperata, abbandona l’Olimpo e vaga finché non arriva alla reggia di Celeo. Qui chiede di potersi occupare di ciò che ad una donna della sua età riesce meglio, ovvero dedicarsi alla casa e a chi vi abita, ma la sua inquietudine non trova sollievo. Finché, all’ennesimo rifiuto di cibo, Iambe, figlia di Celeo, riesce a rallegrare il suo cuore. Zeus, alla fine, preoccupato che la terra possa perire a causa di una lunga siccità, propone un patto con Ade: Persefone passerà metà delle stagioni nell’oltretomba e l’altra metà assieme alla madre nel mondo dei vivi.

Demetra rappresenta una madre addolorata che si vendica del torto subito, ma è anche una donna che riscopre nella cura dell’ospitalità la forza generativa della vita e delle relazioni. Luisa Muraro parla, a questo proposito, di un ordine simbolico della madre come condizione originaria dell’umano, un tenere insieme, tipico di una relazione autentica che non è solo quella madre-figlio, ma una vera e propria «relazione dell’essere con l’essere» (L’ordine simbolico della madre, p. 41).

Demetra è la dea, la donna, la cui potenza ostacola i piani di Zeus, l’ordine sociale paterno che ha stabilito contenuti e regole del mondo, opponendo un’originaria relazione che prima di essere paterna è materna. Al centro c’è l’amore, di una madre per una figlia, di una figlia per la madre, di una donna verso la terra, che si realizza soprattutto nella cura e nell’attenzione che Iambe e tutta la reggia di Celeo dimostrano nei confronti della dea.

 A partire dalla lettura di questo mito proponiamo un’idea di amore materno che, lontana da una componente meramente biologica e innata, si costituisce come categoria morale fondamentale alla base di un’etica della cura. L’amore materno non è solo accudimento o dedizione senza misura, ma una forma di interesse per l’altro che si apre alla relazione, che custodisce senza possedere, accompagna senza determinare, facendosi carico della dipendenza e del dolore altrui. Demetra è una dea, ma nonostante questo, la sua sofferenza è umana e trasformativa: Zeus, il dio dell’Olimpo, è costretto a piegarsi alla sua potenza se vuole risolvere la siccità che attanaglia la terra. 

Secondo Muraro, entrare nell’ordine sociale del padre significa rinunciare a quello simbolico della madre, separandosi definitivamente dall’esperienza creatrice dell’origine e dalla relazione con la matrice. Assistiamo, così, ad un vero e proprio matricidio simbolico, indagato da Adriana Cavarero a partire da Platone. Quest’ultimo, infatti, nel Simposio, riporta un lungo discorso sull’amore per bocca di Socrate che, a sua volta, ripete quanto ha avuto modo di ascoltare da Diotima, la sacerdotessa di Mantinea. Il tema centrale della questione è quello relativo a quale sia la relazione amorosa migliore. Benché l’amore eterosessuale e, dunque, la generazione di figli, sia essenziale al proseguimento della specie, ad essere perfetto è l’amore omosessuale in quanto paradigma dell’ascesi generativa che conduce alla contemplazione del bello e della verità dei discorsi. Diotima, dunque, ha potere di parola, ma solo per testimoniare il pensiero maschile dominante, cioè l’idea che l’unica forma generativa che abbia valore sia quella propria della filosofia maschile.

La generazione femminile, così, si contrappone alla generazione dei discorsi filosofici maschili: la prima appare come un mezzo per obbedire alle leggi necessarie della natura, la seconda sembra perfetta in sé perché accresce l’appagamento interiore. La fecondità del corpo non è nulla in confronto alla fecondità dell’anima che, nella contemplazione del bello, è in grado di partorire la filosofia e tutte le cose inerenti la saggezza e la giustizia, superando il potere generativo della madre. Se il partorire figli è il modo per contrastare la finitezza ed entrare nell’universalità e nella continuazione della specie, partorire idee è la risposta maschile per creare qualcosa di eterno che contrasti e combatta la paura della morte.

Il matricidio simbolico a cui assistiamo, presente anche nel mito di Demetra dove Persefone viene strappata alla madre generatrice e portata nel mondo dei morti, ci racconta della risposta maschile di fronte all’impotenza di generare, una risposta che consiste nell’oltrepassare i pensieri mortiferi con la generazione di idee e di riflessioni, le sole che possono sopravvivere alla finitezza umana. Contro il rifiuto della madre, occorre ricordare che siamo tutti generati da donna e che questa origine comune è costitutiva di un amore che trova nella cura la sua massima espressione. 

Il fatto che la madre, però, si prenda cura dell’altro, ha portato ad interpretare questo suo potere come un destino (S. de Beauvoir, Il secondo sesso), se non addirittura come un istinto biologico universale e necessario. Élisabeth Badinter ricostruisce dal punto di vista storico-sociale l’effettiva nascita dell’istinto materno. Se, infatti, all’inizio la famiglia si costitutiva attraverso l’autorità paterna e la donna, costola di Adamo, aveva il solo ruolo di obbedire, verso il Settecento sono numerose le pubblicazioni che ordinano alle donne di occuparsi personalmente dei propri figli. All’origine di questo obbligo c’è l’idea che la felicità possa trovarsi solo all’interno del matrimonio attraverso la procreazione. Occuparsi di un bambino, per una madre, è fonte di gioia e realizzazione, accettazione del corretto andamento della natura di tutte le cose.

Secondo Jean Jacques Rousseau, la donna deve seguire la strada tracciata dalla natura, essere modesta, semplice, e pronta ad accogliere le richieste del futuro marito, dovrà essere paziente e docile in modo tale che sappia predisporsi agli obblighi familiari. Questo produce un’unica conseguenza: «la donna deve lasciare il mondo e il “pubblico” all’uomo, altrimenti sarà un’anormale e un’infelice. Essa deve saper soffrire in silenzio e dedicare la vita ai suoi familiari perché è questa la funzione che la natura le ha assegnato» (Badinter, L’amore in più, p. 240). La creazione dell’istinto materno ha, così, accentuato una separazione tra spazio pubblico e spazio privato, costringendo le donne ad esercitare il loro potere all’interno della famiglia, occupandosi delle relazioni e della sfera emotiva e dando all’uomo la possibilità di affermarsi come individuo autonomo nella sfera pubblica.

 Ricucire il rapporto tra sfera privata e sfera pubblica è il primo obiettivo di un autentico amore materno. Tale obiettivo è però difficile se pensiamo a quanto abbia pesato la vita domestica nel percorso formativo delle donne. Lo sviluppo dell’identità maschile e femminile segue, infatti, strade differenti, come ricorda Erikson, il quale pensa che la costruzione del sé maschile sia possibile solo attraverso il confronto con il mondo e, quindi, con la sfera esterna, mentre quella femminile si dia attraverso un rapporto d’intimità con l’altro. 

Carol Gilligan (Con voce di donna. Etica e formazione della personalità) spiega come sia stata rilevata nelle donne un’inconsistenza morale, intesa come incapacità di formulare dei giudizi seri e compiuti, e una preoccupazione esclusiva per i bisogni altrui e per la disponibilità a prendersi cura degli altri. Di fronte al noto dilemma morale di Heinz, l’autrice presenta due modalità differenti di analizzare il problema, una maschile e una femminile: il bambino, Jake, analizza la situazione dal punto di vista logico, utilizzando una modalità deduttiva; la bambina, Amy, invece, non risolve il problema dal punto di vista logico, piuttosto manchevole in verità, ma analizzando i rapporti fra i protagonisti e le relazioni che si instaurano fra di loro. Amy, dunque, mostra una modalità differente dell’esperienza umana dello stare al mondo, per cui, prima di essere freddi individui razionali che affrontano problemi morali seguendo la logica, siamo esseri che vivono in connessione l’uno con l’altro, in una relazione di responsabilità e di cura.

Joan C. Tronto ammette che la soluzione sarebbe smetterla di parlare di una moralità femminile relegata all’interno dei confini del privato e di assumere la cura e la relazione con l’altro come tratti fondanti di una morale che dialoga con la politica, dove i legami sono ampi e in grado di abbracciare non solo il privato del contesto familiare, ma anche la comunità e il mondo.

Questa modalità allargata di vivere e praticare la cura è ben evidente nel mito di Demetra nel quale la Dea rivolge la sua capacità generativa di amore verso sua figlia, verso la comunità che la accoglie nella reggia di Celeo, ma anche verso la terra che da lei prende il nutrimento per svilupparsi. Persefone, la figlia che ricambia l’amore materno, si divide fra due mondi, quello nascosto e privato degli Inferi e quello aperto della vita sulla terra. In questo mito, dunque, l’amore materno diventa paradigma di una relazione che non è solo quella intima della madre con la figlia, ma coinvolge tutti i presenti, grazie ad una cura che è in grado di sanare il dolore e cucire reti di relazione, avvicinandosi molto alla definizione elaborata da Tronto: «Al livello più generale, suggeriamo che la cura venga considerata una specie di attività che include tutto ciò che facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro “mondo” in modo da poterci vivere nel modo migliore possibile. Quel mondo include i nostri corpi, noi stessi e il nostro ambiente, tutto ciò che cerchiamo di intrecciare in una rete complessa a sostegno della vita» (Confini morali. Un argomento politico per l’etica della cura, p. 118).

La cura, dunque, non è una pratica marginale all’interno della vita dell’essere umano, non può essere relegata alla sfera privata e presa in carico solamente dalle donne; essa è un elemento costitutivo che deve ritrovare il proprio centro, proprio grazie al fatto che la sperimentiamo per la prima volta nell’amore materno.


*Greta Mancini è docente a contratto del corso Lettorato 1 di Filosofia morale presso il Dipartimento di Studi Umanistici e di Filosofia morale presso il Dipartimento di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo (https://docenti.unimc.it/g.mancini16).


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