Perché? Perché? Perché?

di Michele Paolini Paoletti*

Parole chiave: spiegazioni; principio di ragion sufficiente

Spiegare un fatto consiste nell’individuare le sue ragioni sufficienti. Ma le ragioni sufficienti di un fatto hanno, a loro volta, ulteriori ragioni sufficienti. E così via, all’infinito. La catena dei “perché?” non termina mai. Dove fermarsi? Esistono fatti privi di “perché?” Ed esistono fatti privi di ragioni sufficienti?




Martedì 31 marzo 2026. La nazionale italiana maschile di calcio sta giocando una partita decisiva contro quella della Bosnia Erzegovina. La posta in palio è la qualificazione alle fasi finali della Coppa del Mondo 2026. Al 42° minuto del primo tempo il difensore Alessandro Bastoni viene espulso. Perché? Bastoni ha commesso un fallo “da ultimo uomo”. L’arbitro se ne è accorto. E ha deciso di sanzionare il fallo con l’espulsione. Perché l’arbitro ha preso tale decisione? Perché l’arbitro segue una certa regola del gioco del calcio. La regola stabilisce che, se un attaccante è relativamente vicino alla porta avversaria e diretto ad essa, in possesso del pallone ma fuori dall’area di rigore, se un solo difensore può intervenire e se quel difensore commette un fallo per bloccare quell’attaccante, allora quel difensore deve ricevere l’espulsione diretta. E perché vige questa regola? Perché fa parte del regolamento ufficiale del gioco del calcio redatto dall’International Football Association Board (IFAB), che ha valore normativo per tutti coloro che giocano a calcio in competizioni ufficiali. E perché questa regola fa parte del regolamento ufficiale del gioco del calcio? Le domande - e le richieste di spiegazioni - possono proseguire indefinitamente. 
Dinnanzi ad una catena molto lunga di spiegazioni (e ogni catena può diventarlo!) sorgono almeno due interrogativi. Primo: si arriverà mai ad un qualche fatto che non può essere spiegato e che non ha neppure bisogno di essere spiegato? Secondo: l’espulsione di Alessandro Bastoni (cioè il primo fatto che dovevamo spiegarci) non sarà spiegata finché non si arriverà ad un qualche fatto che non può essere spiegato e che non ha neppure bisogno di essere spiegato? Più in generale, però, potremmo chiederci: cosa significa, esattamente, spiegare un fatto? 
Secondo una tradizione filosofica inaugurata da Baruch Spinoza (1632-1677) e da Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) - ma pienamente coerente con l’intero impianto della filosofia occidentale - spiegare qualcosa significa individuare la ragion sufficiente di quella cosa. Più precisamente: spiegare una verità (“Bastoni è stato espulso”) significa individuare un’altra verità - o un insieme di altre verità (“ha commesso un fallo da ultimo uomo, l’arbitro se ne è accorto e ha deciso di espellerlo”) - che sia rilevante e sufficiente per la prima verità. Più precisamente ancora: spiegare l’esistenza di una cosa o l’accadere di un fatto consiste nell’individuare qualcosa che “basti” per far esistere quella cosa o per far accadere quel fatto. 
Tutto questo sulla base del seguente principio: ogni cosa che esiste e ogni fatto che accade ha una ragione per la quale esiste/accade, invece di non esistere/non accadere (cioè che “basta” per farlo esistere/accadere, invece di non esistere/non accadere), e per la quale esiste/accade in un certo modo, e non in altri modi (cioè che “basta” per farlo esistere/accadere in un certo modo, e non in altri modi). La “ragione” di cui si parla è una “ragion sufficiente”. Il principio asserisce dunque che ogni cosa che esiste e ogni fatto che accade ha una ragion sufficiente. Ed è chiamato “principio di ragion sufficiente” (cfr. Leibniz, Monadologia, 32). Da questa prospettiva, spiegare l’esistenza di qualcosa o l’accadere di un fatto - e le relative verità - significa individuare la sua ragion sufficiente. 
Torniamo dunque all’espulsione di Bastoni. Per spiegare l’accadere di questo fatto, dobbiamo individuarne la ragion sufficiente - che può anche consistere in una congiunzione di fatti. Cioè dobbiamo individuare qualcosa che “basti” a far sì che Bastoni sia espulso - invece di non essere espulso - e che sia espulso in un certo modo invece che in altri modi - dopo aver commesso quel fallo, nella precisa circostanza di gioco, etc. La ragion sufficiente dell’espulsione di Bastoni è una certa congiunzione di fatti: Bastoni ha commesso un fallo “da ultimo uomo” e l’arbitro se ne è accorto e l’arbitro ha deciso di sanzionare il fallo con l’espulsione. 
Ma qui viene il bello. Ciascuno di questi fatti ha, a propria volta, una qualche ragion sufficiente. E ciascuna ragion sufficiente ha, a propria volta, una qualche ragion sufficiente. E così via. Possiamo fermarci ad un certo punto? Possiamo cioè arrivare a qualche fatto che non ha alcuna ragion sufficiente? Presumibilmente, no. Il principio di ragion sufficiente, infatti, nella sua formulazione più ampia, asserisce che ogni fatto ha una ragion sufficiente. Cioè che non ci sono fatti privi di ragion sufficiente. La risposta al nostro primo interrogativo è dunque negativa: nella catena delle spiegazioni, non si può mai giungere ad alcun fatto che non può essere spiegato e che non ha neppure bisogno di essere spiegato.
Dobbiamo dunque proseguire nella nostra catena delle ragioni sufficienti. E dobbiamo proseguire all’infinito. Ma questo è problematico. Proseguendo all’infinito, sembra che non si arrivi mai a spiegare l’espulsione di Bastoni. In effetti, l’espulsione di Bastoni è spiegata dalla seguente congiunzione di fatti: Bastoni ha commesso un fallo “da ultimo uomo” e l’arbitro se ne è accorto e l’arbitro ha deciso di sanzionare il fallo con l’espulsione. Per spiegare l’espulsione di Bastoni, dunque, occorre spiegare ciascuno di questi fatti. Ma ciascuno di questi fatti è spiegato a propria volta da altri fatti. E questi altri fatti sono spiegati da altri fatti ancora. E così via. Per spiegare l’espulsione di Bastoni occorre dunque spiegare infiniti altri fatti. E nessun essere umano ha il potere di spiegare infiniti fatti. Dunque, nessun essere umano ha il potere di spiegare l’espulsione di Bastoni.
Che fare? Presumibilmente, occorre individuare qualche fatto che non può essere spiegato e che non ha neppure bisogno di essere spiegato. Un qualche “perché è così!”. Cioè un qualche fatto primitivo. E occorre applicare il principio di ragion sufficiente soltanto ai fatti che non sono primitivi e alle esistenze che non sono primitive: ogni cosa che esiste e ogni fatto che accade - ad eccezione delle cose che hanno esistenza primitiva (cioè che non ricevono esistenza da altro) e dei fatti primitivi - ha una ragion sufficiente.
Ma quali sono i fatti primitivi? E come facciamo a riconoscerli? Seguendo George Edward Moore (1873-1953), almeno alcuni fatti primitivi potrebbero costituire i contenuti delle nostre credenze di senso comune. Ad esempio, la credenza di senso comune nell’esistenza di un mondo esterno alla nostra mente potrebbe avere come suo contenuto un fatto primitivo: che esista un mondo esterno alla nostra mente. Secondo Moore, dobbiamo ritenere vere le nostre credenze di senso comune perché tali credenze sono molto meno dubbie e molto meno difficili da sostenere rispetto alle loro alternative. Alla luce delle conoscenze che abbiamo, risulta molto più dubbia e molto più difficile da sostenere la credenza che non esista un mondo esterno alla nostra mente rispetto alla credenza che esista un mondo esterno alla nostra mente. 
Il problema di questa posizione è che la verità o la falsità di una credenza non sono sempre connesse al grado di dubitabilità di quella credenza, né al grado di difficoltà nel sostenere, giustificare, comprendere quella credenza. Potrebbero esserci credenze vere che, almeno in prima battuta, sembrano dubbie e/o difficili da sostenere, giustificare e comprendere. E credenze false che, almeno in prima battuta, sembrano quasi indubitabili e piuttosto facili da sostenere, giustificare e comprendere.
Ma ammettiamo pure di accettare un certo fatto come primitivo, cioè di accettare un certo “perché è così!”. Ad esempio: perché la IFAB ha deciso di inserire la regola del fallo da ultimo uomo nel regolamento ufficiale del gioco del calcio? Perché è così, perché così ha deciso. Fine della storia.
Siamo davvero sicuri che quel fatto non abbia a propria volta una ragion sufficiente? Come facciamo ad esserne sicuri? E perché quel fatto è primitivo - cioè qual è la ragion sufficiente del suo essere primitivo? 
I fatti primitivi, in aggiunta, sono problematici per almeno tre motivi. In primo luogo, occorre ridurre quanto più possibile il loro numero. Se due teorie riescono a spiegare gli stessi fatti, se una di esse considera un certo fatto come un fatto primitivo e se l’altra riesce invece ad individuare una ragion sufficiente per quel fatto (cioè a renderlo non-primitivo), allora la seconda teoria è migliore della prima: riesce a spiegare di più. 
In secondo luogo, e proprio per questo motivo, non bisogna fermarsi troppo presto nell’accettare un certo fatto come primitivo. I fatti che ci sembrano primitivi potrebbero non esserlo e avere una spiegazione. I fatti che ci sembrano primitivi - perché magari sembrano a noi indubitabili - potrebbero in realtà aver bisogno di spiegazioni ed essere dotati di ragioni sufficienti.
In terzo luogo, l’accettazione di un certo fatto come primitivo sembra dipendere anche dai nostri interessi. Se io voglio spiegare al mio amico Luigi perché Bastoni è stato espulso, posso fermarmi alla seguente ragion sufficiente e considerarla un fatto primitivo: Bastoni ha commesso un fallo “da ultimo uomo”, l’arbitro se ne è accorto e ha deciso di sanzionare il fallo con l’espulsione. Luigi non vuole conoscere nei dettagli la regola violata, non vuole sapere quando questa regola è stata introdotta né perché è stata introdotta. Viceversa, se voglio spiegare l’espulsione di Bastoni ad una persona interessata alla storia del calcio, allora devo proseguire nella ricerca delle ragioni sufficienti. Non posso più fermarmi a quel fatto e considerarlo primitivo.
La strada dei fatti primitivi, pertanto, è piena di ostacoli. Ma le strade alternative non sono migliori. Da un lato, infatti, si può sostenere che le catene di ragioni sufficienti sono infinite, ma che spiegare qualcosa - come l’espulsione di Bastoni - non implica conoscere un numero infinito di ragioni sufficienti: ad un certo punto, le spiegazioni possono interrompersi. Già: ma dove? E perché? Supponiamo di fermarci a: Bastoni ha commesso un fallo “da ultimo uomo”, l’arbitro se ne è accorto e ha deciso di sanzionare il fallo con l’espulsione. Anche se ciascuno di questi fatti ha le proprie ragioni sufficienti, non è necessario ricercare le ragioni sufficienti di tali fatti per spiegare perché Bastoni sia stato espulso. Ci basta conoscere tali fatti, cioè sapere che sono accaduti - anche senza sapere perché sono accaduti. Se le cose stessero in questa maniera, però, una spiegazione siffatta dell’espulsione di Bastoni dovrebbe essere tanto soddisfacente quanto una spiegazione alternativa più “profonda” (per così dire), cioè una spiegazione che citi le ragioni sufficienti dei tre fatti citati. Ma la seconda spiegazione, quella più “profonda”, risulta in realtà ben più soddisfacente della prima. 
D’altro lato, possiamo accettare che alcune spiegazioni siano (direttamente o indirettamente) circolari. Cambiamo esempio. Supponiamo che l’accettazione della regola del fallo da ultimo uomo sia spiegata (indirettamente) anche dall’accettazione di un’altra regola del gioco del calcio. Cosa spiegherebbe l’accettazione di questa seconda regola? Tra le altre cose, potrebbe spiegarlo (indirettamente) anche e proprio l’accettazione della regola del fallo da ultimo uomo. Dunque, le due regole si spiegherebbero a vicenda. Il problema più grave di questa posizione è che, per spiegare la regola del fallo da ultimo uomo, occorre aver prima spiegato un’altra regola ma, per spiegare quest’altra regola, occorre prima aver spiegato la regola del fallo da ultimo uomo. Di conseguenza, per spiegare la regola del fallo da ultimo uomo, occorre prima aver spiegato… la regola del fallo da ultimo uomo.
Non è facile uscire da questa impasse filosofica. Una possibile soluzione è la seguente. Si può affermare, anzitutto, che spiegare qualcosa non implica individuare una ragion sufficiente di quella cosa. Cioè che è possibile spiegare qualcosa anche senza individuare una ragion sufficiente di quella cosa. E anche senza che quella cosa abbia una ragion sufficiente.  
Prendiamo la decisione dell’arbitro di espellere Bastoni. Assumiamo - ma solo a titolo di esempio - che l’arbitro sia dotato di libero arbitrio e che il determinismo sia falso. In questo contesto, anche se l’arbitro ha effettivamente espulso Bastoni, avrebbe potuto decidere di non espellere Bastoni. E nulla ha costretto l’arbitro a decidere di espellere Bastoni invece di non deciderlo (cioè invece di decidere di non espellerlo e invece di non prendere alcuna decisione). La libera decisione dell’arbitro non ha alcuna ragion sufficiente: non c’è nessun altro fatto - diverso dalla decisione dell’arbitro - che “basti” a far sì che l’arbitro decida di espellere Bastoni, invece di non deciderlo. Ma la libera decisione dell’arbitro ha comunque una spiegazione: l’arbitro conosce certe regole, tra cui la regola del fallo da ultimo uomo; l’arbitro è incline ad applicare queste regole; l’arbitro ha visto Bastoni che commette il fallo; l’arbitro vuole essere onesto e non è stato corrotto; etc. Certo: tale spiegazione non consiste nell’aver individuato una ragion sufficiente della decisione dell’arbitro. L’arbitro potrebbe conoscere le stesse regole, essere incline ad applicarle, aver visto il fallo, voler essere onesto eppure… non decidere di espellere Bastoni. Per quale motivo? Anche in questo caso, potremmo citare diversi possibili fattori esplicativi: la volontà di non esacerbare il gioco; il timore della riprovazione da parte dei tifosi italiani; l’essersi improvvisamente dimenticato del fallo di Bastoni. Ma tali fattori, a loro volta, non costituirebbero ragioni sufficienti dell’eventuale mancata decisione dell’arbitro. 
La decisione dell’arbitro è quindi un fatto primitivo, cioè un fatto privo di ragion sufficiente. Ma un fatto primitivo spiegabile, sia pure in parte. E una spiegazione parziale è pur sempre migliore di nessuna spiegazione. 

* Michele Paolini Paoletti è professore di seconda fascia in Logica e filosofia della scienza presso l’Università degli Studi di Macerata. Si occupa di metafisica, filosofia della mente, logica e filosofia del linguaggio (https://docenti.unimc.it/m.paolinipaoletti) 


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