Il dramma dell’ospitalità: le Supplici di Eschilo

di *Federica Piangerelli 

Parole chiave: Eschilo; Danaidi; perturbante; crisi interiore; ospitalità

All’approdo improvviso delle Danaidi sulle coste di Argo, Pelasgo, il “sovrano democratico” della città, piomba in una lacerante crisi interiore: accogliere o respingere quella schiera di supplici? Questo contributo prova ad attraversare i momenti più salienti delle Supplici di Eschilo, autentico dramma dell’ospitalità, che, nel suo valore archetipico, continua a interrogarci ancora oggi.




Salpate dalla terra egizia per scampare al matrimonio coatto con i loro cugini, le Danaidi, le cinquanta figlie di Danao, sotto la guida del loro saggio padre approdano sulle coste greche di Argo. Al loro arrivo, Pelasgo, il “sovrano democratico” della città, piomba in una lacerante crisi interiore: accogliere o respingere quella schiera di supplici?

Nel segno di tale interrogativo, proveremo a esplorare più da vicino, seppure solo nei suoi lineamenti principali (per un approfondimento rimando al mio contributo Il perturbante e la crisi. Il ruolo dell’apparenza e del kairos nelle Supplici di Eschilo, «Thaumazein», 11-2, 2023 pp. 60-83, consultabile in Open Access al seguente link: https://rivista.thaumazein.it/index.php/thaum/article/view/251), questo dramma dell’ospitalità, così come viene messo in scena, nel 463 a.C. circa, dal tragediografo Eschilo nelle Supplici.

 1. Le Danaidi: donne perturbanti

La scelta di riparare ad Argo non è casuale: le Danaidi discendono da Epafo, figlio di Zeus e di Io, figlia di Inaco, mitico re di Argo, che, trasformata da Era in una giovenca, incalzata da un tafano, aveva abbandonato la propria terra per stanziarsi in Egitto. Le stesse Danaidi, tuttavia, sono consapevoli di quanto le loro sembianze barbare oscurino le proprie origini greche: si presentano come una «stirpe nera battuta dal sole», dalle «guance abbronzate dal sole del Nilo» (vv. 69-70, trad. Tonelli 2018) e dalla «voce barbarica». Scorgendole, infatti, Pelasgo si dice thaumaston (v. 240), ossia “meravigliato”, ma di una meraviglia, quella del thauma, che è dovuta tanto al fascino e all’ammirazione per l’insolito, quanto all’angoscia e allo sconcerto per tale novità. Com’è possibile che quelle donne siano argive?

Oltre all’aspetto orientaleggiante, le Danaidi si dimostrano anche estranee alle usanze del mondo greco: sono giunte ad Argo senza prosseni e soprattutto ostentano un atteggiamento veemente e affatto remissivo che invece, come ricorda loro Danao, si addice a chi chiede ospitalità (vv. 202-203). Per giunta, all’ipotesi di un loro respingimento, la Corifea minaccia un gesto estremo (vv. 153-160): impiccarsi alle statue degli dèi del recinto sacro, dove le Supplici si sono rifugiate appellandosi al diritto di asilo e inviolabilità (asylia). Non solo. Alla volontà di Pelasgo di consultare l’Assemblea prima di emanare un decreto risolutivo sulle loro sorti, la Corifea replica con indignazione: «Sei tu la città, sei tu il popolo. Nessuno sorpassa il tuo potere» (vv. 370-371). Ancorate al dispotismo orientale, le Danaidi sono incapaci di comprendere le dinamiche alla base della democrazia greca, una costituzione politica che orienta e disciplina anche le pratiche di accoglienza. Per tutte queste ragioni, dunque, il personaggio collettivo delle Danaidi si rivela pienamente barbaros, intendendo tale aggettivo nella sua duplice declinazione descrittiva e valutativa: non sono solo “straniere non greche”, ma anche “rozze”, “incivili” e “selvagge”.

Tuttavia, osservando i gesti di queste donne, il sovrano resta colpito anche dall’unico indizio che suggerisce la loro probabile origine ellenica: rispettando il rito dei supplici, le Danaidi depongono presso gli altari del luogo ramoscelli di ulivo ornati con bende di lana bianca e invocano la protezione degli dèi, chiamandoli con nomi greci; in apertura del dramma, infatti, la Corifea si appella a Zeus aphiktor, cioè “protettore dei supplici” (v. 1). Da questa prospettiva, quindi, le Danaidi rispecchiano appieno l’immagine dello xenos, perché si comportano da “straniere greche”, pur restando figure “insolite”, “nuove” e “sorprendenti”.

Barbarie e grecità, dunque, sono saldamente intrecciate nell’identità proteiforme delle Supplici, un’identità che, proprio per questo, è ontologicamente perturbante, intendendo tale categoria alla maniera freudiana di unheimlich. L’unheimlich è quella vertigine che si insinua nell’animo dinnanzi a un soggetto resistente a ogni tentativo di definizione semplice e univoca, perché è, allo stesso tempo ma in sensi opposti, il più familiare e il più sconosciuto, il più noto e il più ignoto, il più rassicurante e il più inquietante. È in questo modo, in effetti, che le Danaidi si pongono rispetto ad Argo: per la loro “origine prossima”, queste donne sono barbare ed egizie, mentre, per la loro “origine remota”, sono greche e argive, secondo un intreccio identitario così anomalo da renderle un unicum nella letteratura antica.

 2. La crisi di Pelasgo: che fare?

Per quanto thaumaston, o meglio, proprio in quanto tale, Pelasgo risponde alle Supplici in maniera paradigmatica: né con una accoglienza incondizionata né con un ostinato respingimento, ma con una richiesta di chiarimento. Infatti, prima di prendere una decisione sul destino di queste donne, egli intende fare chiarezza sul loro conto e invita la Corifea a esporre il relativo alle proprie origini argive (vv. 274-290); questo funge da symbolon, cioè da “segno di riconoscimento” tra le Danaidi e Argo, perché esplicita e conferma la loro antica comunanza di stirpe.

Tutt’altro che risolutiva, però, tale consapevolezza rende ancora più sofferta la scelta della possibile strategia d’azione in merito alle sorti di tali «concittadine e straniere» (v. 356) da sottoporre al giudizio dell’Assemblea. Pelasgo, infatti, comprende con sempre maggiore evidenza la gravosità del compito cui è chiamato, come testimoniano queste sue parole: «Ci vuole un pensiero profondo, salvifico, che, come un palombaro, si inabissi con sguardo lucido, non inebriato, affinché questa vicenda abbia compimento felice, per la città innanzitutto, e per noi stessi, e voi non siate preda di guerra» (vv. 407-411). Trovare una soluzione che preservi l’incolumità sia degli Argivi sia delle Danaidi è impossibile. Si delinea, infatti, uno scenario irrimediabilmente aporetico: da un lato, respingere le Danaidi significherebbe violare la legge divina dell’ospitalità; dato che nel mondo greco antico i viandanti e i supplici godono della protezione di Zeus, essere inospitali equivale a commettere un atto empio, che non rimarrà impunito, perché l’ira del dio si abbatterà sugli Argivi; dall’altro, accogliere le Supplici implicherebbe dichiarare guerra aperta agli Egizi, ovvero trascinare Argo in un conflitto rovinoso.

L’attrito tra queste due prospettive parimenti minacciose si acuisce al punto di bloccare Pelasgo in una paralizzante amechania (“impotenza”, “disperazione”), che lo pietrifica in una totale mancanza di slancio. Il sovrano, infatti, è sul punto di sottrarsi a ogni responsabilità politica e lasciare gli eventi al loro corso, quando l’ostinata minaccia della Corifea di impiccarsi alle statue degli dèi aggiunge un tassello decisivo, come si evince bene da tale affermazione: «Eventi che schiacciano, comunque. Dilaga in piena un fiume di sventure. Eccomi immerso nell’abisso intransitabile di un mare di disgrazia, non c’è porto che possa ripararmi. Se non soddisferò le vostre richieste, tu minacci contaminazione senza rimedio. Se invece, davanti alle mura, fino all’estremo, combatterò contro i figli di Egitto, tuoi consanguinei, quale amaro dispendio, macchiare il suolo con sangue di uomini, per delle donne. Ma è inevitabile rispettare l’ira di Zeus Supplice, fonte suprema di terrore per i mortali» (vv. 468-479). Quest’ultima formulazione del dilemma racchiude in sé anche lo scioglimento dello stesso, catturando l’attimo preciso in cui un’opzione prevale sull’altra: la legge suprema dell’ospitalità non può essere violata, quindi le Danaidi devono essere accolte.

Tuttavia, un dato su tutti va ribadito: questa decisione non è affatto mossa da un cieco e passivo timore per gli dèi da parte di Pelasgo, ma segue a una sofferta e lucida analisi della situazione, nel fermo intento di non nuocere a nessuna delle parti coinvolte. Infatti, è solo dopo avere scrutato tutte le opzioni possibili, che la libertà si allinea alla necessità e il re sceglie di agire come deve agire.

 3. Una nota finale

Con una maestria impeccabile, capace di toccare le corde più profonde dell’animo umano, in questa tragedia Eschilo rappresenta il dramma dell’ospitalità e lo fa prescindendo da qualsiasi visione unilaterale e ideologica.

Il dramma, infatti, è delle Danaidi che, per sfuggire a un destino infelice di spose forzate dei loro cinquanta cugini, sono costrette ad abbandonare la propria casa e a chiedere aiuto altrove, in una terra lontana e a un popolo loro fratello, ma solo per una atavica e ormai sbiadita discendenza comune. Nonostante diano prova di un atteggiamento irriverente, estraneo alla docilità propria dei supplici, queste donne implorano comunque la loro salvezza, ovvero si rimettono a una decisione altrui, affatto scontata, ma che le obbliga a sostare nell’incertezza fino all’ultimo istante.

Il dramma, però, è anche e soprattutto di Pelasgo che, nel fermo intento di prendere la decisione più giusta tanto per gli Argivi quanto per le Danaidi, si trova proiettato all’improvviso in un tormento esistenziale al quale non sembra esserci via di scampo. Agendo, infatti, da vero “sovrano democratico”, che orienta l’Assemblea verso la scelta più opportuna, il re è schiacciato in una morsa inesorabile, quale quella del conflitto tra la legge divina e la legge politica. A Pelasgo queste due alternative paiono entrambe percorribili e ciò denota il suo profondo interesse ad agire con consapevolezza e responsabilità, passando attraverso un angoscioso travaglio interiore. Questo suo destino tragico si compie nella morte violenta cui egli stesso va incontro nella guerra contro l’Egitto, una morte che però diviene il simbolo eterno di chi sceglie di onorare l’ospitalità anche a costo della propria vita.

In conclusione, facendo nostro il giudizio di Aristotele, secondo cui la poesia è più filosofica della storia perché coglie l’archetipo dell’umano (Poetica, 9, 1451a-b), possiamo considerare le Supplici una rappresentazione plastica delle sofferenze provocate in ogni tempo e in ogni luogo dal tentativo di conciliare l’imperativo dell’accoglienza con l’istanza di tutela della propria comunità, un dilemma da cui ancora oggi non possiamo dirci esenti. Infatti, come scrive in modo evocativo Roberto Calasso nel suo Le nozze di Cadmo e Armonia (Adelphi, Milano 1988, p. 160): «Il regno di Zeus sono le storie greche di cui ancora facciamo parte».

Da ultimo, non possiamo non ricordare il nostro immenso privilegio di poter continuare ad assistere ai molti riadattamenti scenici di questa tragedia, tra i quali spicca quello proposto da Moni Ovadia nel 2015, nella cornice intramontabile del Teatro antico di Siracusa, da cui è tratta l’immagine di copertina di questo contributo, visionabile gratuitamente al seguente link https://www.raiplay.it/programmi/lesupplici

 

*Federica Piangerelli è docente a contratto di Storia della Filosofia Antica presso l’Università degli Studi di Macerata https://docenti.unimc.it/f.piangerelli

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