Riscoprire oggi la via della nonviolenza

di Roberto Mancini*

Parole chiave: conversione di civiltà - nonviolenza - giustizia riparativa - università

L’articolo propone la prospettiva di una adesione diffusa e popolare alla cultura della nonviolenza, assumendo l’eredità feconda di Mohandas Gandhi. In questo l’università ha un ruolo primario.

 

Il mondo è privo di un ordine internazionale, mentre la violenza istituzionalizzata si diffonde in tante correnti impetuose. La guerra mondiale a pezzi, denunciata da papa Francesco, trova il suo corrispettivo nelle molte versioni del totalitarismo, dagli Usa a Israele, dalla Russia all’Iran, dall’Afghanistan alla Corea del Nord. A simili governi si aggiungono numerosi partiti neofascisti, neonazisti, nazionalisti, razzisti.

Al di là delle bandiere, chiunque persegua i propri scopi occupando terre altrui, stuprando, torturando, massacrando e allevando bombe atomiche come se fossero creature amate è un malato mentale. La patologia colpisce certamente i singoli, ma in modo ancor più grave collettività e istituzioni. Bisogna provvedere alla riabilitazione umana ed etica degli individui la cui umanità è stata compromessa dal degrado. Se non riusciremo a salvarci dalla distruzione totale, ha osservato Donald Winnicott, questa sarà la conseguenza “del fallimento delle persone sane e della società sana nel farsi carico dei suoi membri malati” (Dal luogo delle origini, Raffaello Cortina editore, Milano, 1996, p. 29).

La sproporzione di forze è scoraggiante. A fronte dell’enormità dell’invenzione, del possesso e dell’uso dell’arma atomica, Günther Anders (nel libro L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, Torino, vol. I: 1992, vol. II: 2007) parla di Gefälle: il dislivello, il divario. La bomba non è un mezzo, né uno scopo; è un assoluto che non possiamo davvero gestire. È l’istituzione della morte totale che segna l’epoca successiva al 1945. Credere che la nostra sia l’era della cosiddetta “intelligenza” artificiale significa rimuovere questo dato perverso e fondamentale. Di fronte alla corsa delle superpotenze per dotarsi di armi nucleari che possono distruggere il pianeta più e più volte, lo scarto tra le forze del male e quelle del bene pare incommensurabile.

Ma è una percezione falsata. Anzitutto perché, quando si lascia tracimare il degrado di singoli, gruppi sociali e governi, ci troviamo a guardare i fatti del mondo come chi è caduto in una buca: il male sembra sovrastarci. Poi perché, se si ricordano le primavere della storia - dal grande esperimento della nonviolenza in India alla nascita delle democrazie costituzionali e dell’ONU nel secondo dopoguerra, dalle lotte di liberazione in Africa al risveglio dei movimenti popolari quasi ovunque - si vede che all’incommensurabile del male si fa fronte aprendo l’inedito del bene. La società riprende il suo cammino quando qualcuno inaugura una strada che prima nessuno vedeva. Allora la macchina della violenza comincia a sgretolarsi, molti riprendono fiducia, l’esempio si diffonde.

Il senso dell’inedito è ancora vivo: democrazia, pace, cura ecologica della Terra, coralità delle culture e universalità dei diritti sono indimenticabili. Il problema sta nel rispondere all’esigenza che tutto questo entri nel normale apprendimento sociale, passando per famiglia, scuola, comunità locali, università, associazioni. È su questa frontiera che siamo bloccati. Per contribuire alla grande opera dell’imparare a convivere in pace, ognuno può fare molto. Nel contempo, c’è un altro compito cruciale da assumere: quello di rendere condiviso e credibile il sogno di una società nuova. La coscienza collettiva deve avere un proprio progetto e sapere quali sono i passi per attuarlo.

Non credo però che quest’opera possa essere svolta da qualche intellettuale. Si tratta invece di stabilire relazioni permanenti tra tutte le categorie dell’umanità oppressa, ascoltando e raccogliendo le loro aspirazioni, le risposte che vogliono per poter uscire dall’inferno, le intuizioni sul futuro che hanno maturato. Il sogno della nuova società potrà essere partorito solo dal dolore del mondo, purché ci si dedichi a volgerlo in proposta, processo di liberazione, prefigurazione della condizione di vita vera in cui nessuno sarà più vittima.

A quest’opera bisogna dedicarsi, affiancando quanti lo stanno già facendo, senza cedere alla falsa impressione dell’impotenza. La sfida tra male e bene non si gioca nella proporzione tra 99 e 1, ma in quella tra 50 e 50: la possibilità di invertire la tendenza è affidata a ogni persona e a ogni comunità che siano sufficientemente lucide da avere orrore della violenza e così intelligenti da comprendere che cosa scegliere tra il potere e l’amore.

In questa prospettiva si coglie come sia venuto il momento di riscoprire un’esperienza luminosa nella storia del Novecento, una svolta capace di ispirare la conversione di civiltà oggi indispensabile per restituire futuro all’umanità. Mi riferisco alla grande, miracolosa apertura della via della nonviolenza nel groviglio dei conflitti tra civiltà, tra religioni, tra classi sociali che segnava la condizione dell’India. Di solito questa eredità vitale viene sprecata confinando Gandhi alla figura di un eroe isolato e riducendo la nonviolenza stessa a una via bella ma impraticabile.

La grande novità della scoperta di Gandhi e di quanti lo seguirono nella sperimentazione della nonviolenza sta nella liberazione dalla logica delle identità particolari in lotta per la supremazia. Imparare a vivere insieme nel rispetto e nella pace; imparare a sviluppare le autentiche possibilità della condizione umana, che non vengono dal potere, ma dal servizio e dalla giustizia: sono questi i due insegnamenti sperimentati e - nella misura delle possibilità dell’epoca - realizzati dalla politica della nonviolenza fino al 1948. Sono letteralmente vere le parole di Thomas Merton quando afferma: “il messaggio della saggezza indiana, non era rivolto solo all’India, ma al mondo intero. Il messaggio di Gandhi era valido per l’India e per lui stesso in quanto rappresentava il risveglio di un nuovo mondo” (Gandhi e il ciclope, prefazione a M. K. Gandhi, Per la pace. Aforismi, Feltrinelli, p. 17).

La storia della nonviolenza prima in Sud-Africa e poi in India confuta il giudizio che la dà per utopistica. In verità essa fu attuata, perciò il punto non sta nella sua presunta impossibilità. Il punto, soprattutto oggi, sta nel fatto che, una volta aperta la strada, è mancato il capillare apprendimento sociale che doveva permettere di interiorizzare la nonviolenza come atteggiamento normale in ogni ambito della società. Ora siamo fermi su questa frontiera. Oggi la nonviolenza deve diventare popolare affinché riesca a ispirare le forze politiche democratiche e a civilizzare i governi. I movimenti culturali, sociali e politici più creativi stanno andando in questa direzione.

Nel mondo del diritto cresce la cultura della giustizia riparativa: è una prassi di vicinanza con le vittime, di rigenerazione interiore di chi ha usato violenza, di riconciliazione tra parti sociali o popoli in lotta. La giustizia riparativa deve diventare il metodo dell’azione politica. Nel mondo dei servizi sociali si è affermata l’etica della cura, che più ampiamente coinvolge tutte le relazioni educative, maieutiche e terapeutiche tra le persone. Nella scuola e nelle professioni educative molti restano fedeli alla pratica dell’ascolto, del dialogo, della creatività, della conoscenza partecipativa, insomma fanno il contrario esatto rispetto alla strategia con cui il governo sta spingendo all’agonia la scuola e l’università.

Nei movimenti per la Palestina libera, per i diritti delle persone migranti, per la giustizia tra i popoli, cresce la consapevolezza dell’efficacia della partecipazione, del conflitto generativo, della solidarietà senza confini. Generazioni diverse agiscono insieme per costruire una società libera dalla violenza attivando tutte le forme di vicinanza possibile con le vittime. Nell’arcipelago delle imprese, delle associazioni, delle comunità che danno forma a un’economia ecologica, equa e democratica si sperimenta il modo di rispondere ai bisogni delle persone liberandosi dalla dittatura del mercato. I movimenti femministi, pacifisti, ecologisti e antifascisti stanno lottando, con respiro transnazionale, per anticipare la società nuova. A sua volta la galassia del volontariato, nelle sue espressioni più avanzate, ha compreso il valore etico-politico del proprio impegno per umanizzare la rete delle relazioni quotidiane.

Tutte queste tendenze sembrano ancora poco rilevanti sul piano nazionale e internazionale. Ma possono assumere un’impensata forza culturale e un’efficacia politica determinante grazie alla rinascita della coscienza collettiva. È come un vento che all’improvviso si alza e cambia le cose. In particolare, si delinea qui un compito storico per l’università e per tutti i saperi. Invece di piegarsi per farsi usare a scopi militari, invece di assimilare la logica tossica della competizione, invece di assumere in modo conformista categorie come “internazionalizzazione” e “innovazione”, l’università deve tornare a essere una sorgente di pensiero critico-euristico per promuovere una società liberata. La vera internazionalizzazione non può risolversi in viaggi di studio per docenti, studentesse e studenti, ma deve attuarsi nella formazione di una coscienza etica interculturale e corale che dia forza persuasiva al costituzionalismo transnazionale e al cosmopolitismo. La vera innovazione non viene dalle tecnologie, viene dall’alleanza con le nuove generazioni, avendo il coraggio di assumere la nonviolenza come criterio ispiratore della ricostruzione di tutte le relazioni, tra gli esseri umani, tra i popoli, tra noi e la Terra.

Se persone, comunità e popoli si svegliano, convergendo sulla via della nonviolenza intesa come politica della giustizia riparativa, allora l’umanità imparerà a ripudiare l’iniquità, la competizione, la guerra. Questa coscienza corale sta crescendo ovunque nel mondo senza fare notizia. Un giorno non lontano sarà matura per pretendere la pace disarmando i governi criminali. Allora la spirale della violenza che tuttora moltiplica le vittime sarà spezzata. Credo che l’università - invece di piegarsi alle pretese dell’ideologia di mercato, della burocrazia, della tecnolatria e dei governi che vogliono strangolarla - debba essere co-protagonista di questa svolta. 


*Roberto Mancini è professore ordinario di Filosofia Teoretica e Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università degli Studi di Macerata (https://docenti.unimc.it/roberto.mancini)

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