di Carla Danani*
Parole chiave: utopia, critica, trasformazione, intenzionamento, possibilità
Quello che si era annunciato come il tempo
del disincanto sembra essere approdato oggi a nuovi reincantamenti. Critica
delle narrazioni, l’epoca che si vuole della post-verità ne vive però anch’essa,
avanzando pretese di realismo senza convinzione. Una sorta di reincantamento
disincantato sembra così accompagnare la resa a immagini di mondi che restano requisiti
da pochi, mentre alimentano rancori e frustrazioni. Questo contesto fa da eclissi
al pensiero utopico, che sembra scomparso lasciando il posto, tutt’al più, a
multiformi distopie. Ma questa sparizione ha i tratti di una dolorosa, e pericolosa,
mancanza. Manca, utopia, come medio in cui l’immaginario lavori aprendo spazi
di condivisione e di trasformazione. Manca, come tensione più realista del
realismo ingenuo: che sappia cogliere davvero il reale avendo cura della
latenza di possibile che esso custodisce, nella responsabilità di costruire un
buon luogo-che-ancora-non è (come suggerisce la felice ambiguità del termine
coniato da Thomas More nel 1516, Utopia). La riflessione ha il compito
di contribuire ad uscire dall’eclissi: diradare le nebbie confusive e rendere
più acuto lo sguardo non basta, ma è già un modo di trasformare la realtà che
abitiamo.
Le critiche all’utopia
Certo
difendere le ragioni del pensiero utopico non significa trascurarne le
possibili patologie. Esse sono state ben messe in luce dalle critiche che gli
sono state rivolte, e che vanno prese sul serio per comprendere cosa colpiscano
ed evitare i rischi che lo minacciano dall’interno. Platone, ad esempio, che
pur è considerato il primo ad aver reso esplicito un disegno utopico attraverso
la propria Città Ideale, modello di piena razionalità, dichiarava quel modello “divino”
e, perciò, separato dalle costituzioni umane. Raccomandava che non va
realizzato, ma imitato, come bussola orientativa. Ciò che criticarono Marx ed
Engels, prendendo di mira Saint-Simon, Fourier, Owen, fu invece la mancanza di fondamento
scientifico nelle loro riflessioni sulle contraddizioni storiche reali. I
socialisti utopisti, a loro avviso, non coglievano che ciò che determina la
coscienza è la vita materiale, non viceversa. Isaiah Berlin, dal proprio canto,
mentre riconosceva alle utopie il merito di espandere gli orizzonti immaginari
dell’umano, le giudicava fatali nel loro ispirare l’azione concreta. A suo
avviso, la loro caratteristica principale è la staticità: rappresenterebbero
una perfezione immutabile. Ma ciò richiederebbe che gli esseri umani avessero ovunque
e sempre gli stessi obiettivi: presupposto insostenibile, poiché da un lato nessuna
soluzione perfetta è possibile nelle questioni umane, dall’altro ogni tentativo
di realizzarla rischia sofferenza e fallimento. È una critica all’autoritarismo,
la sua, condivisa da Karl Popper, secondo cui l’utopia, presupponendo troppo,
sarebbe incompatibile con il pluralismo. Friedrich von Hayek attaccò, invece,
il metodo della pianificazione, che riteneva insito nell’utopia,
contrapponendogli la libertà del mercato senza vincoli. Temeva che l’intento
pianificatorio dell’utopia compromettesse la libertà d’iniziativa, e tuttavia doveva
anche ammettere che il mercato fallisce nel fornire alcuni beni collettivi
essenziali, che lo Stato dovrebbe allora garantire, pur senza occuparsi della
loro distribuzione. Tra i critici si colloca anche Hans Jonas. La fede utopica
in un futuro di piena realizzazione umana legittimerebbe sacrifici e rischi nel
presente, sottovalutando così l’irreversibilità e l’imprevedibilità degli
effetti della tecnica moderna. La presunzione di conoscere il bene ultimo dell’umanità
e di poter dominare storia e natura sarebbero la hybris dell’utopia. Ma l’incertezza
del sapere tecnico-scientifico imporrebbe, piuttosto, un’“euristica della paura”:
dare priorità alle prognosi infauste rispetto a quelle di felicità. L’utopia,
in questo senso, sarebbe una minaccia alla sopravvivenza stessa dell’umanità
futura, in nome di un ideale eccessivo e non verificabile.
Gli aspetti su cui le critiche all’utopismo hanno posto l’accento sono, quindi, le sue pretese eccessive, massimaliste, che si riverserebbero nel tentativo di realizzare il regno del bene portando a forzare la dinamica sociale fino alla violenza, oppure, all’opposto, a rifuggire l’impegno con la realtà, nel vagheggiamento fantastico e compensativo di un altro mondo, che lascerebbe del tutto tranquillo quello dato.
Tuttavia,
si deve osservare, tali critiche mettono piuttosto in guardia da alcune
possibili patologie dell’utopismo, e non colpiscono propriamente il pensiero
utopico. D’altra parte, esse stesse sembrano trovare le proprie condizioni di
possibilità nell’orizzonte intenzionale dell’utopia, del buon-luogo-che ancora
non è.
È
urgente, allora, tentare una chiarificazione della ragione utopica che ne colga
gli elementi costitutivi, i modi del suo configurarsi, i suoi limiti.
Come ha rilevato Paul Ricoeur (Tradizione e alternativa),
l’utopia si mostra caratterizzata innanzitutto per il suo tentare uno sguardo
“da altrove”. Che cosa significa? Altrove sono praticate vie alternative: si
tratta di porsi qui, a distanza dallo spazio d’esperienza, per illuminarlo; proprio
grazie a tale “postura” la realtà in cui si abita non appare più scontata,
ovvia. La possibilità di tale sguardo decentrato – per quanto non possa che
essere esercitato da un punto di vista e, quindi, gli sia impossibile
insediarsi in una qualsiasi extraterritorialità – indica una capacità di
trascendimento insediata nel cuore stesso dell’esistenza storica, determinata e
concreta. In primo luogo si può distinguere, quindi, un “modo di porsi”
dell’intenzionalità utopica, rintracciabile al di là dei diversi contenuti
delle molte utopie che sono state disegnate nel corso della storia: essa rivela
all’esistente le proprie insufficienze, contraddizioni, ciò che gli manca, il
possibile che custodisce eppure fatica a venire. Le rivela in controluce, si
può dire, sullo sfondo di una positività che resta indeterminata mentre,
tuttavia, rende possibile cogliere come inadeguato ciò che si sperimenta. L’utopico
non può che stare, insomma, nella tensione che prefigura soltanto. “È ciò
che indica”: ogni sua figura non può che consistere nell’indicare. Di
contro, la dinamica ideologica si mostra, invece, nell’“indicare ciò che è”: in una proiezione di ripetizione che, in
fondo, assolutizza il già dato (Melchiorre, La coscienza utopica). Come
ogni simbolo non si dice senza una referenza ordinaria, anche se, proprio
attraverso questa, rinvia ad altro che essa non esaurisce, così
l’intenzionalità utopica si esprime nel prendere forme determinate in cui si
suggerisce un compimento che esse, però, non possono esaurire. In questo suo
movimento simbolico, essa non si lascia istruire solo da una lettura dell’umano,
ma si volge anche all’esistenza storica: fa leva sul rilievo del negativo,
indicandone l’oltrepassamento in un nuovo assetto, in cui esso è superato. Non
si tratta di escogitare previsioni, ma di cogliere l’ordine del possibile che
si apre nella trasformazione del negativo dell’esistente.
Nel sospendere il
rapporto di ovvietà con il reale, per aprire alla possibilità di un mondo
diverso, utopia rivela quindi della realtà più di quanto non riesca a fare una
mera referenza ordinaria.
È un movimento di
anticipazione regolativa di una positività che, pur potendo dirsi solo in modo
determinato rispetto alle forme del reale, non può che restare indeterminata nell’orizzonte
che la rende possibile e, insieme, non ha la pretesa di trovarsi, rispetto ai
contenuti in cui si coniuga, nella posizione sovrana di esser capace di
distanziare da sé la totalità delle proprie condizioni. Ogni atto della
coscienza, ogni pensare, infatti, per quanto apertura, resta preceduto da una
relazione di appartenenza che non solo lo limita, ma lo porta. L’intenzionalità
utopica si declina perciò in una dinamica di prefigurazioni, configurazioni e
rifigurazioni che la porta a offrire “solo” pre-figurazioni – piuttosto che
figure – del buon-luogo-che ancora non è. Si tratta quindi di un compito che
bisogna sempre ricominciare, che non si può mai terminare, pur nella
preoccupazione per l’arroganza che si trova in agguato, finanche, nella critica.
Troviamo qui un secondo criterio di riconoscibilità dell’intenzionalità
utopica.
Come rilevava Karl
Mannheim (Ideologia e utopia), un terzo carattere fondamentale
dell’utopia è, inoltre, che essa tende in maniera parziale o totale a rompere
l’ordine prevalente. Se l’ideologia tende a conservare l’esistente, e il suo
carattere mediatore svolge una funzione integrativa nel senso della
legittimazione conservatrice, l’intenzionalità utopica è critica e
trasformativa. Istanza critica di qualsiasi realizzazione
sempre parziale, essa mette in movimento, appunto, l’ordine del possibile, prendendo
forma determinata in immagini, pensieri, progetti, narrazioni, pratiche che
hanno forza performativa. Tali configurazioni, nella loro determinatezza, trovano
la propria autenticità nell’energia critica del presente che sanno liberare
attraverso stratagemmi del linguaggio, figure dell’immaginario, sovvertimenti
di consuetudini, suggerimenti di alternativa.
Ma
utopia non è l’elogio
del cambiamento per il cambiamento.
Vi è centrale l’istanza etica, cioè
l’intenzionamento pratico del buon-luogo.
In contesti pluralistici questo è un
orizzonte di problematicità e di conflitto. Abitarlo in modo utopico significa
stare nella dialettica tra trascendentalità dell’intenzionalità utopica e contingenza
delle sue pre-figurazioni determinate. Ovvero significa il coraggio e la virtù
di un’anticipazione totalizzante sempre da compiere – nel segno dell’inclusione,
non esclusione, universalità, apertura – e di una detotalizzazione sempre da
esercitare – nell’accettazione del limite, nell’esercizio della differenza, nella
cura del singolare. Il pensare utopico suggerisce, allora, un modo di abitare
il presente che scansa le visioni consolatorie come quelle presuntuose, e offre
la prospettiva di un realismo generativo e responsabile.
L’umano non è costretto a scegliere
tra l’essere in situazione o in trascendenza.
Esistere è, piuttosto, abitare da
umani questa tensione.
E utopia è un modo di praticarla, nel
sostegno di un pensiero sempre critico, e quindi inteso a disfare le immagini
che ci tengono prigionieri, ma, insieme, anche capace di creativa gratitudine progettuale.
* Carla Danani è docente di Filosofia Morale all’Università di Macerata; qui insegna anche Etica fondamentale, Filosofia dell’Abitare ed Etica dell’ambiente digitale. Dirige la Scuola di Studi Superiori “G. Leopardi” (https://docenti.unimc.it/carla.danani)

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