Pensiero, linguaggio e ontologia. Una comunità filosofica per Francesco Orilia

 di Michele Bisceglia*

Parole chiave: logica; ontologia; linguaggio ideale; non-esistenza; comunità filosofica 

Un convegno internazionale ha ripercorso la ricerca del professor Francesco Orilia e il suo modo di intendere la filosofia, l'insegnamento e il dialogo tra posizioni diverse.

Che cosa tiene insieme una comunità filosofica? Non è l'adesione alle stesse teorie a tenerla insieme, ma un modo di porre le domande e la disponibilità a discutere risposte diverse. È quanto emerso da "Thought, Language, and Ontology. A Conference for Francesco Orilia", che dal 24 al 26 giugno 2026 ha riunito nell'Aula Verde del Polo Pantaleoni dell'Università di Macerata studiosi e allievi di diversi paesi. Al centro c'erano i temi della ricerca di Orilia, dalla logica all'ontologia, dal linguaggio al tempo.
Il filo conduttore lo ha offerto Orilia nell'intervento di apertura, "Ideal Language Ontology", ripercorrendo mezzo secolo di lavoro. Per discutere tesi metafisiche rivali, ha spiegato, serve un linguaggio formale comune. Questo linguaggio dovrebbe ridurre le ambiguità, mostrare la struttura degli enunciati e rendere visibile che cosa una teoria presuppone che esista. La logica diventa così uno spazio condiviso per formulare posizioni incompatibili. Non decide da sola fra le teorie, ma chiarisce il disaccordo e le sue conseguenze. 
Questo progetto si lega al platonismo di Orilia. Proprietà, relazioni e proposizioni appartengono per lui a un dominio astratto, distinto dalle cose concrete. Possiamo perciò comprendere una proposizione anche quando nessuna situazione reale le corrisponde. Da qui nasce la domanda che lo accompagna fin dalla tesi di laurea sulla logica libera. Come parliamo sensatamente di ciò che non esiste? Per esempio, la "montagna d'oro" non è un oggetto che incontreremo nel mondo, eppure possiamo pensarla e affermarne l'inesistenza. Orilia la tratta come un concetto denotante al quale non corrisponde un'entità concreta. La stessa distinzione permette di parlare di personaggi di finzione ed eventi passati. Formalizzare un enunciato non significa renderlo vero, ma abbastanza chiaro da poterlo valutare. La ricerca di un linguaggio tanto espressivo conduce Orilia verso una teoria "non tipata". Le teorie tipate separano oggetti, proprietà e proposizioni in livelli distinti, vietando alcune combinazioni per evitare i paradossi. Orilia teme però che impongano al pensiero confini troppo rigidi. La sua "soluzione senza soluzione" cerca perciò di convivere con i paradossi senza abbandonare regole logiche che sembrano irrinunciabili.
Gli interventi della conferenza hanno mostrato che questo programma non è diventato un'ortodossia. Accanto a Orilia hanno presentato relazioni Gregory Landini, Riccardo Bruni, Mario Alai, Mauro Dorato, Giuliano Torrengo, Achille Varzi, Gabriele Usberti, Marcello D'Agostino, Adriano Palma, Nathan Oaklander, Venanzio Raspa, Gianlazzaro Rigamonti, Aldo Frigerio, Alberto Voltolini ed Edwin Mares. Il confronto ha attraversato il riferimento dei nomi, il rapporto fra fatti ed eventi, il tempo, la finzione e i paradossi, mettendo alla prova le tesi di Orilia anche da posizioni lontane dalle sue. Il rilievo dell'incontro stava nella possibilità di manifestare dissensi profondi senza intaccare la stima reciproca. È la filosofia come confronto fra sistemi alternativi, secondo la lezione di Hector-Neri Castañeda, maestro di Orilia.
Nelle testimonianze di Michele Bisceglia, Laura Celani, Nevia Dolcini, Jansan Favazzo, Ernesto Graziani, Roberto Mosciatti, Michele Paolini Paoletti e Andrea Vettore, il metodo è diventato esperienza vissuta. A queste testimonianze si è aggiunto il ricordo dell'amico Giuseppe Manfredini. A Macerata Orilia ha contribuito ad aprire uno spazio per la filosofia analitica e chiedeva agli studenti che cosa ne pensassero, impedendo loro di restare ascoltatori passivi. Favazzo ha ricordato, per esempio, che Orilia lo aiutò a rafforzare una posizione che non condivideva. Altri hanno raccontato revisioni minuziose, conversazioni protratte per ore e attenzione nei momenti difficili. Dolcini, oggi docente all'Università di Macao, ha spiegato di aver trasmesso quel metodo ai propri studenti. La comunità riunita a Macerata appariva così come una rete fondata su libertà intellettuale, cura e fiducia.
Nella conclusione Orilia ha indicato nel dialogo il bene più prezioso di quelle giornate. È forse l'immagine più fedele del convegno. Non ne emerge una dottrina da ripetere, ma un esercizio del pensiero che insegna a chiarire le alternative, a cercare la versione migliore delle idee altrui e a preferire un dissenso ben compreso a un accordo apparente. La conversazione filosofica resta aperta.


* Michele Bisceglia è dottorando del corso di Umanesimo e tecnologie presso l'Università degli Studi di Macerata.

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