di Elisabetta Patrizi e Maria Chiara Paparelli*
Parole chiave: istituzioni educative; Public History of education; memorie scolastiche; patrimonio storico-educativo; cittadinanza attiva.
La storia ha il potere di ricostruire l’identità dei luoghi. Il progetto sviluppato nel Convitto di Macerata, vincitore del premio AIPH 2026, racconta proprio questo.
Lo scorso giugno sono state
premiate le scuole che hanno partecipato alla call promossa dall’AIPH
(Associazione Italiana di Public History) Fare storia insieme![1].
L’iniziativa, ormai al suo terzo anno di attivazione, è rivolta principalmente
alle scuole del sistema scolastico nazionale, che sono invitate a presentare
progetti di Public history realizzati dai ragazzi, anche in
collaborazione con altre realtà culturali del territorio di pertinenza (musei,
archivi, istituti culturali etc.).
Quest’anno il primo premio di
questa importante iniziativa è stato assegnato al Convitto Nazionale “Giacomo
Leopardi” di Macerata, che ha presentato il progetto "Un Convitto di memorie. Voci e anima del Convitto Nazionale "Giacomo Leopardi" di Macerata raccontate da chi lo ha vissuto"[2]. Si
tratta di un percorso che parte da lontano, grazie anche alle sinergie
sviluppate negli ultimi anni tra il Convitto Leopardi e il Dipartimento di
Scienze della Formazione dell’Università di Macerata, e che ha il merito di
raccontare l’affascinante e lunga storia del Convitto attraverso lo sguardo
fresco e al contempo rigoroso dei suoi studenti.
I risultati del certosino e appassionante lavoro sviluppato in questo progetto, capace di unire la ricerca scientifica, la didattica laboratoriale e la passione civile, sono visibili nel sito[3] realizzato dagli alunni della 2C della scuola secondaria di I grado del Convitto Leopardi, che hanno lavorato nel corso del precedente anno scolastico sotto la guida della loro docente di lettere, Maria Chiara Paparelli, vestendo i panni dei public historians con grande disinvoltura[4].
Il sito, concepito come un work in progress, pronto ad accogliere nuove pagine della storia e della memoria del Convitto, è ricco di informazioni e di spunti di riflessione, proprio perché nasce con lo scopo di restituire le tante anime di questa prestigiosa istituzione educativa, che ha attraversato molte stagioni, riuscendo sempre ad infondere in chi l’ha vissuta a vario titolo (studenti, docenti, personale non docente, famiglie etc.) un forte senso di appartenenza. Non a caso, l’home page del sito in questione si apre con queste parole:
Qui studenti e comunità collaborano per ricostruire la storia collettiva di un’istituzione educativa con oltre 160 anni di vita, unica nelle Marche, che a causa del sisma del 2016 ha dovuto abbandonare la sua sede storica, in Piazza Marconi n. 3».
E prosegue:
«Gli studenti del Convitto Nazionale “Giacomo Leopardi”, a partire dalla classe 2C della scuola secondaria di I grado, a.s. 2025/2026, hanno realizzato questo sito nell'ambito di un percorso di ricerca storica partecipata. Raccogliendo testimonianze, digitalizzando documenti e fotografando oggetti, gli studenti di 2C hanno trasformato ricordi individuali in memoria condivisa, imparando a interpretare la storia e a valorizzare il patrimonio culturale della loro comunità. Un’esperienza concreta di Educazione Civica e cittadinanza attiva!».
In queste poche battute è racchiuso
il senso profondo della Public History: restituire la storia alla
comunità, fare della storia un percorso di co-costruzione e condivisione di un
passato che è di tutti, appartiene a tutti e del quale si percepisce
l’importanza in profondità nel momento in cui si toccano con mano le tante tracce
e le diverse voci che attraversano il nostro presente.
Il Convitto Giacomo Leopardi nasce
nel 1862, è l’unico convitto nazionale presente nella regione Marche e uno dei
pochi presenti in tutto il territorio italiano (41 in totale). Come si spiega,
nel sito creato agli studenti del Convitto di Macerata,
«un Convitto Nazionale è un’istituzione educativa statale che
unisce istruzione scolastica e vita comunitaria. Accoglie studenti convittori
(che vivono in Convitto, dove mangiano, studiano e dormono) e semiconvittori
(che vi trascorrono la giornata fino al pomeriggio), offrendo non solo lezioni
nelle scuole primarie e secondarie annesse, ma anche accompagnamento educativo,
studio guidato e condivisione quotidiana degli spazi e delle esperienze, grazie
alla presenza degli educatori, un tempo chiamati istitutori. Nato nell’Ottocento, questo modello formativo
ha contribuito alla diffusione dell’istruzione e alla costruzione dell’identità
nazionale italiana, formando la futura classe dirigente del Paese e anticipando
forme di educazione residenziale oggi diffuse a livello internazionale».
Data la particolarità di questa istituzione, si può ben intuire il forte senso identitario che l’ha da sempre contraddistinta. A questa specificità di fondo, si unisce una situazione del tutto peculiare che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni di vita del Convitto maceratese: il trauma del sisma del 2016, che ha reso completamente inagibile la sede storica. Il legame che si crea tra i luoghi e le persone che li abitano è qualcosa di profondo, difficile da definire a parole. Molta parte dell’anima del Convitto è rimasta sepolta tra le “macerie” della sua sede originaria, che – nonostante tutto – ha ancora tanto da dire, grazie proprio ai ricordi materiali e immateriali di coloro che hanno avuto il privilegio di viverla, e che hanno donato agli studenti del Convitto. Il progetto "Un Convitto di memorie. Voci e anima del Convitto Nazionale "Giacomo Leopardi" di Macerata raccontate da chi lo ha vissuto" si propone proprio di riportare a nuova vita quello che il terremoto ha distrutto, facendo leva sulla forza della memoria collettiva e dell’indagine storica, nella speranza che un giorno – speriamo non lontano – quell’edificio che fino a pochi anni fa ha ospitato il Convitto, di cui ancora oggi si può apprezzare la mole tuttora possente ed elegante che costeggia un tratto delle mura cittadine, possa tornare ad assolvere alla sua antica funzione.
La classe 2C ha scoperto proprio
questo, così – muovendo inizialmente da un percorso di una didattica
esplorativa, nato per raccogliere ricordi – si è avvicinata passo dopo passo ad
un vero e proprio percorso di ricerca storiografica partecipata, condotta sul
campo[5].
Incrociando le fonti orali con i registri, le planimetrie storiche e i pochi
oggetti salvati dal sisma, grazie anche al prezioso lavoro di catalogazione di
figure chiave della scuola come le collaboratrici scolastiche Liliana
Piergallini e Marisa Migliori, i ragazzi hanno scoperchiato un vero e proprio
"Vaso di Pandora" ricco di rivelazioni inedite sugli ultimi cento
anni dell'istituto.
Tra le riemerse memorie e i reperti
più curiosi spiccano i pentolini e i bricchi in uso ai convittori a inizio
Novecento, gli scudetti adoperati al posto delle divise negli anni Cinquanta, e
l'azione di ex Rettori illustri come Filippo Bonugli, raccontata dalla figlia
96enne Maria Vittoria Bonugli Miconi, e il suo legame con Carlo Balelli,
celebre fotografo della Grande Guerra. E ancora: la figura di Don Torello
Simonelli, pioniere dello scautismo italiano e docente di religione, accanto a
ex convittori d'eccezione come il pilota automobilistico Alberto Ascari,
l'attore Gianni Agus e la giornalista d'inchiesta di Report Lucina
Paternesi. Un mosaico reso vivo dai documenti dello storico Rettore Mario
Croce, di educatori storici come Giocondo Rongoni, dei tanti collaboratori e
docenti, e dello chef del Convitto Nazionale Franco Vincenzetti, che cucinò
anche per Papa Karol Wojtyła.
Il successo dell'iniziativa,
raccontato in dettaglio nella Newsletter AIPH[6], poggia su
tre pilastri metodologici fondamentali:
- il rigore del metodo: gli studenti non si sono
limitati a un ruolo passivo, ma hanno agito come veri e propri Public
Historians, conducendo interviste, trascrivendo memorie, catalogando oltre
3000 foto e 100 oggetti storici, e incrociandoli criticamente con i documenti
d'archivio;
- le Digital Humanities: la progettazione
collettiva, da parte dei giovani studenti del Convitto Leopardi,
dell'architettura di un sito web dedicato, concepito non come semplice esercizio tecnico ma come una
piazza virtuale per democratizzare e restituire la storia alla cittadinanza;
- l'impatto sul presente: la dimostrazione
concreta che la storia pulsa nel vissuto della comunità e che la memoria
digitale può diventare il primo mattone per la ricostruzione reale.
Questo impianto ha generato un
valore a cascata, consentendo agli studenti di inserire la ricerca sul Convitto
come chiave di volta e finestra tematica all'interno di elaborati dedicati ad
altri contesti e ottenendo importanti riconoscimenti: dal primo premio al concorso "Europa per me"[7] al primo premio al Campionato provinciale di giornalismo del Resto del Carlino[8], fino alla vittoria nazionale al contest "1, 2, 3... Respira!"[9] promosso
da Liquigas in sinergia con 3Bee.
Il progetto ha attivato una fitta rete di scambi intergenerazionali e un forte abbraccio con la cittadinanza, consolidando i rapporti con il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Macerata, avviati dapprima in occasione della mostra sulla Biblioteca Storica del Convitto (forte di circa 2000 volumi dal Settecento al Novecento)[10] e proseguiti in seguito con numerose altre iniziative, come la sesta edizione degli "Atlanti della Ricerca"[11], caratterizzate tutte da un minimo comune denominatore: il pregio di avere gli studenti come protagonisti d'eccezione.
Ma il progetto “Un Convitto di memorie” non intende fermarsi a quanto fatto fin qui. È stato concepito come una piattaforma da arricchire e ampliare negli anni e la sua forza risiede proprio nella sua natura pluriennale e replicabile, con il testimone che, dalla classe 2C, ora 3C, verrà trasmesso alle nuove classi in un passaggio di consegne generazionale da rinnovarsi anno dopo anno. L’altro elemento nodale di questo percorso, di non minore rilevanza, va rintracciato nel suo valore civico. Un Convitto di memorie, infatti, è stato concepito anche per creare una sensibilità-consapevolezza nuova presso la comunità locale e, soprattutto, presso le realtà istituzionali del territorio: a dieci anni esatti dal sisma bisogna fare il possibile per ripristinare l’edificio storico di Piazza Marconi, di grande valore culturale per l’intera cittadinanza come per la regione Marche, e mettere in sicurezza e digitalizzare il prezioso Archivio scolastico, attualmente intrappolato tra le mura inagibili e a grave rischio di degrado.
* Elisabetta Patrizi è professore associato di storia della pedagogia e si occupa di storia dei processi formativi, di storia delle istituzioni educative e di letteratura educativa (Profilo docente UNIMC); Maria Chiara Paparelli è docente di Lettere nella scuola secondaria di I grado del Convitto Nazionale "Giacomo Leopardi" di Macerata e dottore di ricerca in Poesia e Cultura greca e latina in età tardoantica e medievale.
[5] Per approfondire le tappe del
progetto, è possibile consultare anche l’articolo dedicato da Cronache
Maceratesi Junior il 15 luglio scorso: https://www.cronachejunior.it/2026/07/15/il-convitto-leopardi-raccontato-da-chi-lo-ha-vissuto/.
[7] https://www.convittomacerata.edu.it/2026/05/10/primo-e-secondo-premio-per-le-classi-2c-e-2b-del-convitto-leopardi-al-contest-europa-per-me-2026/
Commenti
Posta un commento