di Selusi Ambrogio*
Parole chiave: relazionismo, relazionalità, infinito, confucianesimo
Gli anti-relazionisti pensano che il relazionismo sia controintuitivo e porti al regresso all’infinito. È necessariamente così o sono possibili diverse interpretazioni a spasso tra le culture del mondo?
Il relazionismo mette in campo il mondo delle possibilità o apre ai dirupi del regresso all’infinito? La relazionalità è un concetto spontaneo o non spontaneo? A partire da queste semplici domande questo contributo si muove tra pensiero occidentale e cinese. Vedremo come le antropologie di diverse civiltà divergano e convergano in base alla prospettiva assunta e all’uso che si fa della terminologia. Prendo spunto per questa riflessione da un bel contributo dell’amico e collega Michele Paolini Paoletti comparso in questo blog il 13 dicembre 2023 (https://philoblogunimc.blogspot.com/2023/12/esistono-solo-relazioni.html). Col collega ho la fortuna di condividere il dissenso su molte questioni filosofiche ma soprattutto il piacere della discussione. In quel contributo Paolini Paoletti sosteneva in particolare due tesi che mi hanno provocato. La prima è che il relativismo sia controintuitivo, la seconda è che il relativismo incorra nella solita preoccupazione occidentale del regresso all'infinito.
Personalmente non ritengo che la prospettiva relazionista sia controintuitiva e che il bambino percepisca per prima cosa la propria individualità costituita o data. Il bambino nasce e cresce proprio dalla relazione parentale e in essa stabilisce i primi passi e acquisisce lo stare al mondo. Sorridere, gorgheggiare, richiamare, imporsi, giocare,… sono tutte azioni relazionali che servono al bambino per costituirsi. Con il passare dei mesi e degli anni le relazioni del bambino si allargano, come si allargano ed aumentano le sue connessioni neuronali. La stessa adolescenza è una rivendicazione dell’adulto in fieri delle proprie relazioni. Il o la non più bambino o bambina rivendicano lo spazio definitorio di altre relazioni tra pari o con altri adulti rispetto a quelle genitoriali e/o familiari. Se le relazioni formano l’umano, perché non dovrebbero costituirlo? Perché sarebbe controintuitiva una visione basata sulla relazionalità? Non è forse più controintuitiva una visione dell’umano basata sulla sua individualità ontologica?
Anche perché questa individualità ontologica non ha corrispondenza né chimica né biologica. Gli stessi elementi sono fatti di particelle prime in movimento relazionale per costituire i composti chimici. I protoni e neutroni sono tenuti insieme dalla forza nucleare forte o interazione forte. Gli elettroni orbitano con una forza più blanda intorno al nucleone (protoni+neutroni). La forza è, fino a prova contraria, una relazione. Senza considerare che l’atomo, che nella fisica classica era reputato l’indivisibile, si è dimostrato sia divisibile e che pure le sue componenti subatomiche posso andare incontro ad ulteriori suddivisioni. Dov’è allora l’individualità ontologica? Lo stesso vale dal punto di vista biologico. L’organismo umano, come ogni organismo vivente e non vivente, è composto di altre entità vitali presenti in esso. Siamo in realtà tutti dei superorganismi. Ad esempio, il nostro intestino è composto di batteri, senza i quali la nostra vita non sarebbe possibile. Non siamo quindi una macchina con un cervello, bensì una foresta di specie viventi che compongono il nostro organismo e sono in relazione tra loro (armonica e disarmonica in base allo stato di salute).
Il collega evidenzia un ulteriore problema del relazionismo: “Se Jannik Sinner è un nodo in una rete di relazioni, modificare una sola di tali relazioni implicherebbe cambiare la natura di Jannik Sinner e ottenere un’altra entità.” La mia prima necessità per rispondere implica l’eliminare il termine “entità”, così come il termine “oggetto” spesso ricorrente nel contributo. Perché? Semplicemente perché nel modello relazionale questi termini non hanno senso e/o valore in quanto troppo condizionati ontologicamente e, per di più ambigui. Certamente Sinner se non avesse avuto quei genitori che ringrazia costantemente e che hanno certamente portato in lui resilienza, sacrificio, ma anche un basso profilo, non sarebbe stato Sinner. In primis, non sarebbe stato un Sinner, poiché la relazione con i genitori l’ha generato. Ma non sarebbe stato neanche il Sinner che conosciamo. Potrei dire che sarebbe stato forse anche un tennista di successo ma non quel tennista amato e rispettato che ha raggiunto nel 2024 risultati inimmaginabili. Ma anche dire questo avrebbe poco senso, perché senza la relazione con quei genitori, sia generativa sia affettiva e formativa, Sinner semplicemente non sarebbe mai stato.
Tale problematizzazione parte da una esigenza ben comprensibile. Si vuole salvare il “nodo” dalla “rete”. Si percepisce come il peso della rete rispetto al nodo sia troppo grande e come, così procedendo, il nodo potrebbe dissolversi o sciogliersi in quella relazionalità così tesa. Ma l’immagine della rete, molto spesso adoperata per parlare di relazionalità, è affascinante quanto impropria. In primis, la rete presuppone che le relazioni siano fuori di noi e ci “formino” o “annodino” dall’esterno. In secondo luogo, la rete è un sistema bidimensionale. La rete non è fuori di noi, noi non siamo i nodi, ma siamo una porzione variabile e condivisa della rete stessa che costituisce il bios. Noi siamo porzioni di relazioni che si espandono e contraggono, siamo nuvole di energia relazionale che si contrae ed estende. Non siamo un nodo dato dall’esterno. Questa immagine è fuorviante perché: (a) restringe la nostra pluridimensionale e dinamica natura relazionale; (b) vede le relazioni come qualcosa che ci determina da fuori e che noi non determiniamo; (c) tende ad essere statica, se un nodo salta resta il buco, se i fili saltano il nodo li segue; (d) i fili sembrano non essere il nodo stesso ma produrlo, mentre, nella concezione relazionale, io sarei filo in quanto c’è un nodo ed io sarei nodo in quanto c’è un filo. Siamo trame, non i nodi delle trame.
Nel sistema filosofico cinese, in particolare Confuciano (o Ruista), la persona è costituita da relazioni, la società è fatta di relazioni e su tutto ciò che riguarda l’umano valgono gli stessi principi del mondo naturale o del bios. L’unica norma certa è che tutto sia in trasformazione e che non esista stasi. Per questo l’equilibrio o armonia è un passaggio dinamico destinato a non durare. L’uomo è creatore di disordine nel cosmo ma è anche creatore di ordine. E l’ordine lo crea attraverso la gerarchia sociale che è principio di stabilità e attraverso il costante impegno ad essere umano. La gerarchia è basata su cinque relazioni o wulun 五倫 (padre-figlio, sovrano-suddito, marito-moglie, fratello maggiore-minore, amici) che costituiscono l’uomo. La consapevolezza della propria partecipazione alla gerarchia, detta senso di giustizia (yi 義), è la base della educazione e formazione di un buon essere umano. Per Mencio, seconda la tradizione l’interprete più autorevole di Confucio, l’uomo continuamente deve stabilire e ristabilire la sua umanità (ren 人), una umanità che, non coltivando la propria moralità naturalmente buona, può essere pervertita, facendo scivolare l’umano nel “non essere più un umano” (feiren 非人). Nel pensiero cinese l’appartenenza all’umanità non è un concetto ontologico ma è basato sull’azione e intenzione morale. L’uomo non è uomo in quanto uomo ma l’uomo diventa costantemente uomo. In questo, mi permetto di mutuare una bella espressione del post-umano, per cui “umano” è “verbo” e non sostantivo. L’umano che diventa e si comporta (wei 為) come umano è umano. Ma il rischio della perdita dell’umanità è sempre dietro l’angolo. E sia Confucio sia Mencio definiscono l’umanità con un termine dalla profonda caratura relazionale: ren 仁. Letteralmente il carattere è composto del radicale umano ren 人 e il carattere per due er 二. Questo carattere viene ad indicare che l’umano si fa solo nella relazione vitale con altri esseri umani (e nei pensieri dei secoli successivi col cosmo intero).
Passo ora brevemente a discutere del problema classico del regresso all'infinito. Tale problematica discende da una visione storica escatologica, per cui debba sempre esserci un inizio, un momento che precede il niente (assenza di ente). E se invece il cosmo fosse semplicemente infinito e in fieri? Il problema del regresso all’infinito ha, nella prima prospettiva asiatica e interculturale, piagato il pensiero filosofico occidentale costringendolo a soluzioni non sempre efficaci. Il mondo greco ha posto l’improduttività del nulla, ‘ex nihilo nihil fit,’ che poi il mondo (giudeo)-cristiano ha dovuto comporre con ‘ex nihilo a Deo fit ens creatum.’ Questa composizione, apparentemente impossibile, ha portato a porre il nulla al di là di Dio per salvare di Dio la sua non partecipazione al creato, così da necessitare il concetto di causa efficiente. La causa efficiente salva la verità dal mondo, quindi salva la verità dalla trasformazione, ponendola o nella mente di Dio o nel linguaggio. La verità non è del mondo e/o nel mondo, poiché essa non è partecipe del mondo. Il timore del regresso all’infinito come una regola logica di per sé, è il prodotto di un preciso contesto storico culturale che ha prima temuto l’infinito (mondo greco) e poi l’ha spostato in un altrove trascendente. Potremmo chiederci a questo punto: dobbiamo ancora necessariamente aver paura dell’infinito? Il relazionismo pone semplicemente la verità nella relazione, e la verità si espande e contrae come le relazioni stesse.
Di nuovo il pensiero cinese ci permette di percepire delle alternative. Il qi 氣 è un concetto che, nel nostro contesto culturale, indicherebbe insieme l’energia, la forza, il respiro, la vitalità, il flusso o fluire, la materia, ecc. Il cosmo è composto di qi, il qi ha uno stato costante sia non differenziato sia differenziato. La condizione indifferenziata è detta vuoto xu 虛 (che è potenza!), mentre la differenziata è il costante flusso di yin 陰e yang 陽, che indicano rispettivamente il denso e il rarefatto. Due stati intuitivi dell’energia. Nella tradizione cinese, non c’è un principio veritativo al di là della materia dinamica, ma un patterning (li 理) del mutamento della materia; il fatto stesso che tutto sia in armonica trasformazione. Per Wang Fuzhi, non si può dare li senza qi, quindi non c’è patterning prima o senza l’energia, c’è l’energia e c’è il patterning. In questo contesto, non è presente alcuna causa efficiente, non c’è nessuna verità che non appartenga al cosmo stesso. Il regresso all’infinito è quindi un problema solo nell’ottica di una prospettiva del finito.
Chiudo questo breve contributo, che sarà magari l’inizio di una prolifica discussione amicale, dicendo che il relazionismo, che ha certamente delle problematiche di fondo, dal mio punto di vista interculturale, non presenta le incoerenze che il collega evidenzia. Aggiungo che il pensiero cinese non presenta né un’alternativa più giusta né un’alternativa più vera del pensiero occidentale. Questo perché nel pensiero occidentale come in quello cinese possiamo trovare le più svariate prospettive (l’individualismo è presente come teoria nella storia intellettuale cinese e il panteismo è stato uno dei grandi pensieri europei!) e perché ogni cultura non possiede la verità per tutti ma ha una verità contestuale, appunto relazionale. Ciò che l’intercultura ci offre è pensare da più prospettive e ripensarci costantemente, in una relazione veritativa.
* Selusi Ambrogio è ricercatore b in Lingua, letteratura e filosofia cinese, insegna Storia del pensiero cinese e Letteratura cinese nei corsi di laurea di Lingue della triennale (L-11) e magistrale (LM-37). È attualmente presidente eletto della European Association for Chinese Philosophy (https://docenti.unimc.it/selusi.ambrogio)

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